La mostra che non abbiamo visto #60. Sandford&Gosti

SANDFORD&GOSTI in un autoscatto
SANDFORD&GOSTI in un autoscatto

New York: agosto 2000

Jodi: andiamo spesso negli Stati Uniti (dove sono nata), ma eccezionalmente siamo stati a New York solo tre volte, una prima nel 1980, poi nel 2000 e di nuovo nel 2012. Una particolare “mostra che non abbiamo visto” Around 1984: A Look at Art in the Eighties curata dal PS1 ci ricorda la nostra visita del 2000.

Valter: andare negli Stati Uniti, oltre che essere un motivo di incontro con la parte della famiglia americana, è stata sempre una buona occasione per visitare un paese dall’indiscutibile fascino: diritti civili, immigrazione, stato sociale, ambientalismo, rock, informatica, … Visitare New York nell’anno 2000, nel bene o nel male, significava districare lo stato dell’arte contemporanea.

Jodi: prima di partire, Valter aveva sentito parlare di questo evento, eravamo curiosi di vedere quello che erano riusciti a mettere insieme come rappresentazione artistica degli anni ottanta. L’elenco degli artisti presenti era intrigante, la mostra prometteva un’atmosfera entusiasmante per varcare la soglia del nuovo millennio. Si diceva che era un “snapshot” dei tempi in cui “metafora e identità” si manifestavano in “narrazioni d’arte sovrapposte”, “opere politicizzate”, “arte pubblica”: “pratiche artistiche caratterizzate dall’essere una continuazione dell’arte povera”.

Valter: nella precedente visita a New York , nel 1980, avevamo già visitato molti musei (MoMA, Metropolitan, Guggenheim, Whitney, Natural History, …) e gallerie d’arte: finalmente questa era una buona occasione per vedere qualcosa di nuovo.

Jodi: il problema era l’indirizzo, non sapevamo dove si svolgesse la mostra precisamente, avevamo solo poche indicazioni: il titolo, il quartiere ed un generico riferimento ad una torre con un orologio.

Valter: all’inizio dell’anno c’era stata un’importante svolta nel nostro lavoro e, dopo aver sviluppato singole esperienze creative dal 1976, ci eravamo fusi per creare unici atti artistici, presentandoci con un’unica firma. Questo ci liberava da dover sempre decidere chi aveva fatto cosa e quale nome mettere su un prodotto artistico il cui processo di fatto era realizzato in comune. Il 2000 segnava l’inizio del progetto AZIONI PER FORME in/FINITE e così di elaborare un linguaggio che fosse il risultato delle nostre due voci.

Jodi: forse è difficile immaginare ora, ma eravamo senza cellulare e internet; con poche righe ritagliate dal giornale: e siamo andati in cerca della mostra. Ricordo che, entrati in un edificio che aveva sulla facciata un orologio, abbiamo chiesto informazioni ad un uomo che lavorava all’ingresso, però lui non parlava bene inglese e a gesti ci ha indirizzato verso un’altra direzione.

Valter: raggiungere il luogo della mostra significava vagare per la città, in un periodo afoso, dove ogni azione era liquida, calda e faticosa. Scoprivamo che le attività nella città erano perlopiù chiuse, era agosto, la gente era in vacanza (come in Italia).

Jodi: esitanti chiedevamo ancora informazioni alla ricerca di una torre con orologio, camminavamo guardando in su per isolati interi, non sapevamo a chi chiedere; le gallerie erano chiuse e non era la zona dei musei. Dopo un’ora circa abbiamo visto l’orologio, finalmente eravamo riusciti a trovare l’edificio. All’ingresso qualche scritta indicava che avevamo trovato la mostra.

Valter: intimoriti siamo entrati, non c’era anima viva. L’ascensore non funzionava, sconsolati siamo saliti per le scale fino a che, innanzi a noi compaiono messaggi e graffiti che ci conducono davanti ad una porta chiusa.

Jodi: cercando di aprire la porta, un custode uscì e ci domandò cosa stavamo facendo. Alla nostra spiegazione, che stavamo cercando una mostra d’arte contemporanea, il signore con un cenno affermativo della testa ci dice: “sì, era qui, ma ora la mostra è chiusa”. Poi ci spiegò che c’era stata tanta confusione, per cui non era per niente contento.

Valter: la sua risposta ci sollevò, avevamo sì trovato il luogo, ma da un lato vivevamo una grande delusione perché la mostra era chiusa. Sbirciando dalla porta semiaperta abbiamo intravisto il vetro interno del grande orologio, che faceva brillare l’ambiente di un’abbagliante luce perlata. La situazione era surreale, l’impressione era che non ci fosse mai stato nulla. Per un attimo ci siamo guardati, ma dove eravamo in una piega del tempo? Eravamo forse tornati a quel 1984 che titolava la mostra. Stupefatti siamo usciti dall’edificio.

Jodi: fuori, per strada, ci siamo accorti che tutta la zona era veramente vuota. La città era rovente e la luce accecante. C’erano solo due uomini poco raccomandabili che ci facevano sentire a disagio, così ci siamo messi a camminare velocemente giù verso downtown.

Valter: allontanandoci dalla zona ancora un po’ persi e stanchi, ci troviamo sotto le Torri Gemelle, e qui l’aria era più vivace, tanto da trovare la fila agli ascensori che portavano alle terrazze panoramiche. Ci guardiamo e rinunciamo a salire, sarà per la prossima volta. Peccato, perché da lì a un anno l’immagine delle Torri diventerà per tutti solo un ricordo.

Jodi: mi sembra che ci sia un parallelo tra l’assenza della mostra non visitata e le torri oggi non più
visitabili, “fantasmi” che diventano importanti quanto le presenze. Esperienze negate portatrici di
significato: contenitori di sensazioni e di impulsi creativi passati, presenti, futuri. Ricercare e lavorare insieme, mettendo in equilibrio le presenze e le assenze, creando opere in tensione e sospensione: questo è l’obiettivo.

Valter: per consumare ancora la giornata ci siamo consolati fotografando gli spettacolari riflessi del cielo sulle grandi facciate di vetro degli edifici. Era questo che volevamo, avere una visione naturale, il cielo al posto della città.

Jodi: comunque sia, non abbiamo visto la mostra, ma abbiamo passato tre o quattro ore preziose a New York affrontando un’avventura, ricordandoci che spesso il processo di ricerca è la parte più importante, più coinvolgente e più fertile.

Valter: e chissà se gli artisti presenti ci avrebbero, o non, confortato ad usare una firma unica, anche perché alla mostra partecipava una sola coppia, va di fatto che la usiamo da quattordici anni. Quel viaggio rappresentava una prima tappa del cambiamento, insieme.

Ganni Piacentini

Ganni Piacentini

Nato mezzo secolo fa a Roma e morto nel futuro, non attraversa di buongrado la strada senza motivo. Impiegato prima in un forno in cui faceva arte bianca poi del terziario avanzato, da mancino dedica alle arti maggiori la sola mano sinistra. Allestisce, installa, fa deperire, dimostra, si confonde, è uno scadente imbonitore, intelligentissimo ma con l’anima piuttosto ingenua. Ha fondato in acqua gli artisti§innocenti, gruppo di artisti e gente comune, che improvvisa inutilmente operette morali. Tra suoi progetti: la Partita Bianca (incontro di calcio uguale), una partita notturna tra due squadre vestite di bianco, a cura di ViaIndustriae, Stadio di Foligno 2010 e, in versione indoor, Reload, Roma 2011 e Carnibali (per farla finita con i tagliatori di carne), Galleria Gallerati, Roma 2012.
Ha contribuito alla performance collettiva TAXXI (Movimento di corpi e mezzi al riparo dalle piogge acide contemporanee) prodotto dal Dipartimento Educazione del Maxxi nel 2012. Sua la cura del Premio città etica (per l’anno duemilae...) e del Premio Retina per le arti visive.

Commenta

clicca qui per inviare un commento