Festival della letteratura di viaggio #3 e gli Esodi. Vivere per addizione

Sapevate che esiste un territorio nella provincia calabrese di Crotone la cui popolazione discende dagli albanesi, fuggiti dall’invasione ottomana nel 1400? Io sì, da anni. Solo che ero venuta a Villa Celimontana per un laboratorio di narrazioni sul Lazio, ma il programma poi è cambiato, o il mio era sbagliato. O forse sono capitata nel posto giusto, a volerlo guardare con altri occhi. Anche perché, a esser proprio sincera, questa cosa degli albanesi di Calabria la sapevo, ma non avevo idea di chi fossero e del perché si trovassero lì. In pochi minuti Carmine Abate, scrittore nato a Carfizzi, piccolo paese di quell’area, mi ha svelato tutto. Mi correggo, ha svelato poche fondamentali informazioni per agganciare la mia curiosità alla voglia di saperne di più. Mettiamoci anche che in questa domenica pomeriggio di fine settembre, con un sole pienamente estivo che invoglierebbe a scappare in spiaggia, me ne sto invece in un salotto all’aperto sorto per l’occasione, ad ascoltare non solo la storia degli arbërëshe di Abate, ma anche la voce toccante di un’anziana e bellissima signora, Edith Bruck, che con severo candore narra della sua infanzia. Deportata ad Auschwitz dall’Ungheria insieme alla sua famiglia, che non vedrà ritorno, si ritrova sola e reduce da quell’orrore che nessuna parola sarà mai in grado di raccontare davvero. Giovane adolescente, cercherà approdo prima nella sua terra, poi nella neonata Israele, trovandosi sempre al cospetto di un agghiacciante rifiuto, come fosse sempre nel posto sbagliato, amaramente colpevole d’innocenza (Nascere per caso / nascere donna / nascere povera / nascere ebrea / è troppo / in una sola vita). Nessuna delle sue ipotesi trova spazio, finché approda in Italia.

Sopravvive, approda, rimane.

Non sempre finiscono così le storie che ci raccontano gli altri due giovani ospiti, i fotografi Penso e D’amato, con immagini proiettate sul grande schermo alle loro spalle. Sono storie di migranti, di persone che pagano per attraversare un fiume di confine, che alloggiano nei pollai o in casi più fortunati nelle palestre, un canestro a far da lampadario. Avvocati, medici, professionisti, che spendono i risparmi di una vita solo per raggiungere un paese che dia loro rifugio, ritrovandosi ricchi della propria sapienza, ma senza pane per sopravvivere. Racconti di mogli che impiegano tre anni per raggiungere la Libia dall’Eritrea col loro bambino, ma il Mediterraneo avido se le inghiotte prima che tocchino la nostra terra. Storie di uomini e donne che cercano spazio per riappropriarsi dei loro rituali, di quei brandelli di identità che tutti abbiamo e che servono per delineare i confini di ognuno.

Vi sembra una giustapposizione di storie diverse? Potrebbe, in effetti. Ma non penserete mica che queste quattro persone siano state invitate per caso!

Vediamo un po’. Secondo voi, come si sente Abate, che è nato nella Calabria albanese, ha studiato a Bari, ha vissuto in Germania, e ora in Trentino? Albanese, calabrese, pugliese, ‘germanese’ o definitivamente trentino? E la Bruck, cosa penserà mai dei Palestinesi? E io stessa, quando passeggiavo di notte sulla spiaggia di Alessandria coi miei amici egiziani, cantando ognuno le canzonette nella propria lingua reciprocamente incomprensibile, non ero forse sicura di parlare con gli occhi? Lo sapevo o no, che eravamo fatti della stessa sostanza, dello stesso bisogno di mangiare, dormire, lavorare, amare e cantare?

D’accordo, vi svelo tutto. Partiamo dai confini. Quelli delle persone intendo, non le frontiere geografiche. Il confine dello straniero, del diverso, del migrante, nasce negli occhi di chi lo guarda. È un essere umano, però lo guardiamo e decidiamo che è altro. Decidiamo che il suo muoversi nello spazio, il suo cercare una vita più dignitosa, il suo entrare in un paese straniero, è molto più che il suo essere una persona. Ed è un più che significa meno. Sottraiamo identità. La Bruck direbbe che questo le fa male. A lei fa male tutto quello che accade nel mondo, ovunque. Certo, le fa male la violenza, mica altro, ma senza distinzione di tempo e luogo. La sua ferita è empatica. Quella sottrazione è sicuramente una violenza, e la compiamo ogni giorno su noi stessi. Sottraiamo a noi stessi identità, e così facciamo con gli altri. Poi un giorno arriva Abate e ci racconta una nuova matematica. Non sapeva mica rispondere a quella domanda: “come ti senti, germanese forse?” e via dicendo. Poi ha imparato a fare le addizioni, ha scoperto che sono molto più interessanti delle sottrazioni, e finalmente ha trovato la risposta: siamo una somma di radici, alcune si aggrappano sottoterra, altre nell’aria. Siamo contaminati da ogni luogo che abitiamo, che ci dona ricchezza. È questa la prospettiva, e ognuno deve aver garantita la possibilità di aggiungere radici a radici. Immagino solo lontanamente quanto possa essere interessante visitare i luoghi degli arbërëshe, non meno di quanto sia stato soggiornare in Egitto, sentir parlare la lingua con le sue contaminazioni, scoprirne le tradizioni.

Però manca ancora un tassello. Cosa c’entra la letteratura? Ce lo spiega Edith, con la sua dolce serietà. Ci dice che tutti, e ancor più chi ha deciso di narrare, che sia per immagini, con le parole o altro, abbiamo il dovere della testimonianza, della lotta alla mistificazione, che a differenza di quello che potremmo pensare è nelle piccole cose. Nessuno di noi da solo può cambiare il mondo, dice lei, ma conservare il ricordo dei dettagli, custodirlo, donarlo, è il fondamento della giustizia.

Allora, domani come guarderete i vostri compagni di viaggio, magari la mattina sull’autobus? Forse riuscirete a intravedere che racchiudono una qualità differente delle vostre stesse esperienze. Gli darete ancora i confini di straniero? Forse sì, in fondo ognuno di noi ha il suo passaggio di frontiera, la sua storia di clandestinità impressa nei geni, nell’albero genealogico, e inconsapevolmente vuol farla scontare agli altri. O vuole solo dimenticarla. Per quanto mi riguarda, su questo argomento ho già scritto un romanzo.

Vivere qui o altrove / è lo stesso / quello che conta / quello che tiene in vita / non è legato a un luogo / un paese vale l’altro. / Gli amici non mancano / perché non ci sono / i pochi rimasti / sono presi nel vortice / dell’infelicità propria.

[…]

A occhi asciutti / a stomaco pieno / in una casa di proprietà / con un lavoro autonomo / tra donne che gridano forte / tra uomini spaventati / è la mia ora / e non so più viverla.

(Edith Bruck, La donna dal cappotto verde)

(nel frattempo ho scoperto che le comunità arbërëshe sono in molte regioni del meridione italiano, non solo in Calabria. Stanno lì dal 1400. Da molto più tempo di chiunque di noi.).

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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