Più Libri Più Liberi 2015. Un arcipelago di ghetti. Incontro con Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet

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È un dicembre intenso questo del 2015. Ieri si è conclusa una parte di una delle esperienze più significative vissute finora, quella del Baobab di Roma, dove sono stata presente da giugno per dare una degna accoglienza ai migranti in transito. Uno dei motivi per cui ho scelto questo appuntamento a Più libri più liberi è sicuramente il legame con l’umanità stremata e coraggiosa con cui sono entrata in contatto e che ho deciso di sostenere nel lungo e tortuoso viaggio verso una speranza di riscatto.

Giusto cinque minuti prima che inizi la presentazione di Ghetto Italia (Fandango), chiudo una lunga telefonata con una volontaria di Radio Ghetto. Con il gruppo Tsibah stiamo lanciando una raccolta fondi dedicata a sostenere questa “esperienza di comunicazione partecipata” che da anni lavora per creare comunità e consapevolezza fra i braccianti, a partire dal ghetto di Rignano Garganico, ormai noto ai più per le donne e gli uomini che qui hanno perso la vita l’estate scorsa, schiantati dalla fatica e dal sole.

La telefonata con Giulia è un modo per avere un ulteriore chiaroscuro di quello che mi stanno per raccontare Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet, gli autori di Ghetto Italia, un amaro e sorprendente libro inchiesta letto in un fiato che si affievoliva pagina dopo pagina.

Raccontano, portando le testimonianze dirette dei lavoratori, che il settore agricolo del nostro bellissimo paese è impostato su una moderna e agghiacciante forma di schiavismo, una paradossale catena di sfruttamento che si autoalimenta col bisogno di sopravvivenza degli ultimi degli ultimi spremuti fino all’osso, anelli solitari uniti solo dalla totale e disperante dipendenza dai caporali.

Non è un cancro del meridione d’Italia come molti potrebbero pensare. Sagnet e Palmisano hanno girato tutto il paese dalla Puglia al Piemonte passando per il Lazio, ed ovunque hanno incontrato questi moderni schiavi, venuti dal sud del mondo ma anche da altre zone d’Europa e persino dalla stessa Italia, operai rimasti ai margini per la crisi del nordest che tentano una contromigrazione di sopravvivenza.

Approdano dai famigerati sbarchi in Sicilia e in Puglia, arrivano dall’est neocomunitario alimentando una desolante lotta fra poveri, vengono persino reclutati nei CARA, bestiame da lavoro  spostato da sud a nord e viceversa come in una tragica transumanza finalizzata al più alto guadagno degli sfruttatori.

Da questo tour è uscita fuori una vera e propria mappa, un “arcipelago di ghetti”.

Se al sud, soprattutto in Calabria che è una roccaforte inespugnabile, questo sistema è legato a doppio filo alla malavita organizzata, i fattori comuni sono evidenti in una matrice indistinta che non guarda alle coordinate geografiche.

fb9b538e-ab07-4398-ba01-0a3d89bc3d19Gli attori strutturati in una piramide sono chiari: multinazionali e grande distribuzione in cima a decidere il prezzo dei prodotti; i caporali italiani e non, a gestire il meccanismo nella sua parte vitale, garantendo a carissimo prezzo ogni necessità dei braccianti, dall’affitto delle baracche all’uso delle latrine di medievale memoria, al trasporto in ospedale quando va bene e non si finisce riversi in qualche angolo di un campo a marcire, all’accesso a cibo scadente, al sesso mercenario.

Alla base della piramide il girone dantesco dei ghetti coi loro abitanti. Questo non ve lo riesco a raccontare,  un travaso di pietas me lo impedisce, e anche la vergogna di far parte della stessa specie umana che tiene in piedi questo sistema ai confini della realtà.

Ma leggete il libro. Leggetelo in silenzio, lo stesso silenzio “di lana” dei ghetti bollenti del sud, dove convivono queste solitudini che Sagnet ha incontrato con il suo “sindacato itinerante”, un modo ingegnoso per cercare di penetrare nel sistema e limitarne i danni.

È indispensabile agire sul fronte della consapevolezza e della cultura,  ci dice, come per i movimenti contro le mafie. Non basta la magistratura, come non basterebbero i controlli da parte dello Stato, del tutto assente, per scardinare questo sistema. Serve una sveglia per tutti, ancora una volta forse è la parola il veicolo salvifico, dobbiamo provarci.

Partiamo da libri come questo, partiamo da Radio Ghetto, partiamo dalle nostre scelte come consumatori.

Alziamoci e chiediamo che il nostro cibo non abbia più il sapore del sudore, della miseria e del sangue.

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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