Letterature Festival. Il racconto onesto. Cosa resta da fare.

Mi lascio alle spalle Castel Sant’Angelo fra strappi di vento improvvisi, sotto un cielo fosco. Potrebbero piovere rane. Scendendo verso Piazza dell’Orologio incontro un amico. È in piedi sulla soglia della galleria di una pittrice, insieme a lei. Guardo i quadri cupi e affascinanti, sono la sua proposta di visione del mondo, e finiamo per parlare in tre dei racconti che ha scritto il mio amico. Questi racconti poi li ho letti anche io. Sono quadri, forse bozzetti, fatti di parole: raccontano di gente del Quadraro, hanno la forza e l’urgenza dei fatti, e nei fatti restano ingabbiati. Al mio amico dico che potrebbe provare a farli uscire da quelle gabbie, a dargli il movimento della fantasia e la potenza del significato.

Sempre perché la vita ha un suo sottofondo di misteriose coerenze, è proprio di storie che escono dalle gabbie che si parla la sera del 9 giugno, cioè quella sera stessa, all’inaugurazione del Festival Letterature. L’espediente è la presentazione della raccolta Il racconto onesto curata da Goffredo Fofi, in cui sessanta autori e alcuni fotografi hanno espresso la loro idea di come si possa raccontare il presente agganciandolo alla storia, alle trame nascoste. Per tutta la durata del festival si potrà anche visitare la mostra fotografica a cura di Alessandra Mauro, legata al volume.

Si confrontano con il pubblico Vittorio Giacopini, Antonio Pascale, Igiaba Scego e Francesco Pecoraro, moderati da Alessandro Leogrande.

Il tema è preso a prestito da una riflessione di Umberto Saba:  cosa resta da fare ai poeti? Cosa resta da fare alla letteratura in un tempo in cui tutto è stato detto, in cui il presente è continuamente proposto con mille mezzi, ma resta sospeso come un freddo elenco di eventi?

La convergenza si trova su un punto comune: lo storico è scienziato dei fatti, deve documentare, schedare, presentare con rigore gli accadimenti. Al letterato spetta un compito diverso: vivificare il presente, farlo uscire dalle sue gabbie agganciandolo ai significati che può attingere dalla storia, alla ripetizione dei meccanismi che gli uomini, i popoli, hanno messo in atto nel tempo.

La Scego è molto chiara su questo punto. La sua ricerca come autrice parte dalla gabbia famigliare, dalle sue origini somale. Lo smarrimento è generato dal ricordare che la sua famiglia partì dalla Somalia in aereo, mentre oggi si parte con mezzi di fortuna, a rischio della vita, spesso finendo il viaggio non sulla pista di un aeroporto ma sul fondo del Mediterraneo. La domanda che nasce guardando questo presente feroce, trova risposta nelle radici della storia, nel colonialismo, nella ripetizione in epoche e contesti distanti fra loro dell’esperienza migratoria. Oggi si muore ancora migrando, e si cercano le stesse soluzioni che appartennero ad altre fasi storiche. Lo sgomento di fronte all’orrore si attenua e trova conforto nella comprensione storica.

Anche Giacopini sottolinea la necessità di creare questa distanza prospettica, che incrociando narrativa e storia rende vivi i fatti, le biografie della gente comune. Il narratore, attraverso un gioco linguistico in cui utilizza la parola con onestà, senza i condizionamenti del frastuono mediatico, diventa lo ‘storico degli atti mancati’. Il lettore è incolto, il linguaggio è impoverito, in questo contesto la funzione della letteratura è di recuperare alcuni fili di razionalità storica per ridire tutto quello che già è stato detto, ma in modo diverso.

Pecoraro indica la sua via per compiere questa nuova narrazione, che sta invece nel mettersi ad altezza d’uomo, dove l’autore non sa nulla di più dei personaggi che fa vivere, non è più consapevole di loro. Sono le voci stesse che rendono vivo il proprio presente, raccontando cosa si prova in quel contesto storico. La storia, i significati, vengono fuori come chiaroscuro del sentire umano.

La prospettiva di Pascale genera una schermaglia con il punto di vista di Giacopini.  Ci dice infatti che, con la diffusione del grande romanzo come genere, nel ‘700-‘800, si allarga il ‘cerchio dell’empatia’. Persone comuni cui non erano mai arrivate informazioni su realtà diverse dalla loro quotidianità, si trovano a conoscere nuovi mondi e spaccati di vita. Il lettore nel tempo si è acculturato e ormai non si fida più del narratore. Tutti vogliamo raccontare, c’è un cambiamento strutturale profondo anche della popolazione e quindi del ruolo che possiamo avere  nel mondo come persone e come scrittori. Per ritrovare forza nella narrazione non è più sufficiente la narrazione storica, enciclopedica, ma è necessario trovare nella gabbia del presente delle idee da rendere al lettore attraverso le storie.

Torno verso casa. Mi fermo qualche minuto al semaforo davanti al Castello, che sembra emergere solitario dal Tevere mentre tutto il resto della città affonda. Il cielo si è rasserenato, guardo la gente passare. Quattro preti con le giacche svolazzanti, una comitiva di giapponesi, ragazzi americani che attraversano col rosso, due amici che parlano di come si soffre per amore, e di quanta bellezza ci sia nel continuare a vivere e sperare, nonostante tutto.

Cosa resta da fare ai poeti, cosa resta da fare a me? Scrivere queste cinque righe sulla mia epoca, il mio racconto onesto.

 

 

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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