Letterature Festival. Relazioni. Scatole dentro scatole dentro scatole.

La piazza del Campidoglio alle nove di una sera di primavera ha proprio l’aria di un salotto accogliente. Si erge su tutto, come a voler ribadire la sua distanza da certi intrighi oscuri, nonostante ne sia allo stesso tempo il centro. Ma Roma è così, le si perdona tutto. In fondo in quasi tremila anni di storia, fra re, imperatori, papi, presidenti, fannulloni, ladri e puttane, non è mai stata sua la colpa. Lei sta lì, testimone super partes, miserabile e spocchiosa.

Martedì sera, Festival delle Letterature: questo gioiello racchiuso fra i palazzi sembra davvero il salotto buono, con le pareti dipinte di una luce verde intensa a contrasto di un cielo ancora chiaro, reduce dalla piena delle nuvole ormai lontane. Figurine in tailleur nero si affannano a liberare la platea di sedie dalle pozze d’acqua lasciate dal temporale, le sfregano veloci con stracci di fortuna per fare gli onori di casa.

Siamo in molti ad attendere la lettura degli scritti inediti di quattro autori profondamente diversi per origine ed esperienze, accomunati stasera dal desiderio di raccontarci cosa può ancora fare la letteratura in questo mondo, e che parte abbiano in questa sua funzione le “relazioni”.

L’approccio dei quattro autori è decisamente differente, così come il suono delle loro voci che recitano, ognuna nella propria lingua madre, i testi che scorrono sullo schermo tradotti in italiano.

Raccontarvelo è come mettere tutto questo materiale in una grande scatola, o forse tirarlo fuori dalla scatola stessa, e ognuna delle quattro sensibilità fa a sua volta scatola a sé, a tratti contenendo un po’ delle altre. È tutto materiale che merita di essere letto per intero, roba buona su cui riflettere, da cui ripartire con nuove domande, da riporre ognuno nel proprio personale scatolone da tenere pronto per le lunghe sere d’inverno.

Daša Drndić ha scelto come scatola un racconto puro, La scomparsa di Frida Landsberg. In poche pagine riesce a raccontare l’intreccio della vita di due famiglie, attraverso mezza Europa e fatti storici epocali. Le parole si accompagnano in maniera così magistrale da rendere le immagini potenti al punto che pochi dettagli, un tipo di funghi raccolti nel bosco, degli schizzi di soda caustica, un frammento di carta scritto, spingono il lettore senza via di scampo dentro la vita dei personaggi narrati, che non saranno comunque mai “chiusi a cerchio, completi”, ma che ci restano attaccati addosso, lugubri, spensierati o passionali. La letteratura raccoglie, mette in relazione, restituisce, ma non dirime, non spiega la Storia, che con le sue atrocità rimane “abbraccio d’acciaio” dentro cui si stagliano le nostre piccole vite, gli amori, le serate con gli amici a cantare.

Lola Shoneyin, nigeriana, altro continente, altra generazione, in Tra il ventre e l’uovo. Una storia di relazioni ha utilizzato un contenitore fortemente autobiografico, partendo dalla propria storia famigliare, dalle connotazioni culturali che hanno determinato le dinamiche relazionali fra i suoi avi, fino ad arrivare alla propria scelta di farsi voce attraverso cui amplificare la riflessione e la consapevolezza sul ruolo della donna nelle società. Percorrendo questo sentiero, dalla famiglia patriarcale e poligama approda agli orrori perpetrati da Boko Haram sulle sudentesse, per portare il ragionamento alla funzione della letteratura come mezzo per scardinare le credenze e le tradizioni mortificanti, per promuovere l’istruzione e l’alfabetizzazione degli animi e “riportare in vita l’umanità” sepolta negli uomini stessi.

Il contributo di Edmund White, Ciò che la letteratura può ancora fare ha quasi la forma di una lezione per scrittori. Se è fondamentale stabilire un patto fra lettore e scrittore, e delineare con chiarezza lo steccato che divide il romanzo dall’autobiografia, a questo punto nel romanzo si ha la libertà di riempire gli spazi lasciati vacanti dalla verità, usando l’invenzione. Protagonista di questo processo creativo deve essere l’idea originale, auspicabile guida di ogni scrittore contemporaneo. Come suggeriva Ludwig Börne (nel resoconto sulla propria attività di scrittore fatto da Emmanuel Carrère), “Per tre giorni consecutivi sforzati di scrivere qualunque cosa ti passi per la testa rimanendo sempre spontaneo e sincero. Scrivi ciò che pensi di te stesso, delle tue mogli, di Goethe, della grande guerra turca, del Giudizio universale, dei tuoi superiori, e rimarrai stupito scoprendo quante nuove idee si saranno palesate. Ecco, queste sono le basi dell’arte di diventare uno scrittore originale in tre giorni.” Utilizzare frammenti della propria esperienza quotidiana come fonte di ispirazione da manipolare con la fantasia.

Il rinnovamento, le idee, l’esperimento sono gli elementi che mantengono vivo il romanzo, che permettono di raccontare in modo sempre nuovo l’inesauribile materiale delle nostre vite.

A chiudere la girandola delle riflessioni è Nicola Lagioia, che ci offre I legni storti”, una vera e propria scatola piena di scatole, di rimandi alla letteratura e ai suoi protagonisti, usati come stampelle per lanciare un messaggio incoraggiante. La letteratura non può nascere come strumento finalizzato a una funzione specifica (“Fosse per lei non sarebbe neanche adatta a riparare il rubinetto di casa quando perde.”), la qualità dei suoi effetti collaterali dipende troppo dalla natura del lettore con cui si trova a dialogare. Nonostante questa aleatorietà intrinseca, può però mantenere una funzionalità fondamentale, che è quella della consapevolezza. Attraverso le storie degli altri, veri o inventati che siano, possiamo comprendere noi stessi, il nostro essere “legni storti” che non è lecito raddrizzare perché è proprio la complessità dell’essere umano a renderli tali, ed è all’altare della complessità che possiamo donare un sacrificio di parole sempre nuove, che raccontino le stesse matrici, le stesse relazioni, in un mondo in divenire, nella speranza che quasi involontariamente, sapendo un po’ di più chi siamo, si possa vivere meglio.

E sostanzialmente concordo. L’essere umano non è poi così mutevole, lo sono solo i paradigmi entro i quali si muove, e quindi le parole per dirlo, per comprendere se stesso. D’altra parte quando ho letto La ferocia ho pensato: toh, guarda! Anch’io ho scritto un romanzo la cui protagonista è una giovane pugliese inquieta, figlia di costruttori. Eppure abbiamo scritto due cose ben diverse.

Di questa serata, accompagnata dal suono delle parole e dalla musica, porto via il mio scatolone di riflessioni, mentre gli autori salgono insieme sul palco e ci salutano, timidi come fossero nudi. Mi piace la timidezza degli scrittori, la traccia di umiltà nei loro corpi, perché è altrove che vogliono lasciare un segno.

 

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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