Letterature Festival. Misteri. Metti una sera ad ascoltar parole.

Ciao mamma! Che fai, dove stai andando?

Frugo velocemente nella mia testa per trovare la risposta giusta da dare a mio figlio, sette anni appena compiuti, che aspetta al telefono dall’altra parte della città. In effetti non sto andando alla presentazione di un libro, né a una fiera dove i libri si vendono, non sto andando a parlare di qualcosa che ho scritto io, né tantomeno al cinema o a cena fuori. In pochi secondi mi esce uno striminzito “sto andando ad ascoltare delle persone che leggono delle storie che hanno scritto”. Pietro sembra soddisfatto, e in fondo lo sono anche io, soprattutto per il tono incuriosito del suo “ah! Ho capito…

È che non siamo abituati alla letteratura come intrattenimento, se non in una dimensione intima. Peccato davvero, perché se fossimo un po’ più aperti a questa eccezionale forma di teatro, se lo fossimo a livello più ampio intendo, scopriremmo una vera miniera di tesori.

I tre autori di questa sera sono anche eccezionalmente bravi a interpretare i propri scritti. Loro no, non hanno quella timidezza che ho riscontrato altrove, sono decisamente coinvolgenti, ognuno a modo proprio.

Accompagnati dal trio Laino-Avena-Gwis, in un insieme fluido in cui musica e parole si compenetrano perfettamente, godiamo di tre racconti accomunati dal tema del mistero e dell’arte di scrivere.

Donato Carrisi ci intrattiene con una lettura serrata del suo Senza fine. È la storia di uno scrittore in cerca di ispirazione, che si appassiona alle aste dei bagagli smarriti, da cui estrae personaggi che finiscono per diventare suoi compagni di vita, per i quali prova reali sentimenti, una vera e propria rete di relazioni immaginarie e di storie che cercano un epilogo. Siamo lì col fiato sospeso, cosa succederà alla sensuale Lola e agli altri personaggi usciti dalle valigie? Il loro destino è racchiuso in quel baule serrato che il nostro protagonista si guadagna in un ultimo, strenuo combattimento a suon di migliori offerte. Proveremo a conoscerlo insieme a lui, ma.

Per Matthew Thomas invece il mistero si chiama Jones Beach.  In un gioco di inganni consapevoli si mette in scena l’incontro fra un professore e uno dei suoi autori di riferimento, Jones Beach appunto, che si sdoppia in un misterioso alter ego. Nasce un gioco di specchi in cui verità e mistificazione si mescolano per svelare, in una montagna russa di idilli e delusioni, il mistero del rapporto fra autore, libro e lettore. L’inquietudine e l’insoddisfazione che si dispiegano in questo intreccio di identità finiscono per immergersi in un lago di serena consapevolezza: il vero rapporto da curare è quello fra lettore e parole. L’autore non conta come persona in carne ed ossa, con i suoi limiti e i suoi umori. Conta solo ciò che trasfonde nelle pagine.

Antonio Manzini conclude la serata con il suo Lost in presentation, godibilissima escalation del giovane Samuel Protti, che abbandonati i monolocali al Pigneto, i blog, le birette e gli sms di Chiaretta, e si ritrova catapultato nel favoloso mondo degli scrittori pubblicati. La sorpresa è che la sua è un’escalation al contrario. Il tour per presentare “L’altra bellezza” nelle cittadine di provincia della penisola, dove i librai indipendenti ripetono desolati  e sempre uguali “Sa, non è che in questa città la letteratura…” , si rivela una vera e propria tortura, la ripetizione del vuoto, dove le storie destano interesse solo se ne faranno una fiction con l’attore di grido. Devastato dall’iterazione infinita di questo mancato dialogo, Samuel  sceglie l’abbrutimento, come già il suo scrittore di riferimento Alvaro Careddu, e come forse sarà destinato a fare il suo unico autentico  lettore, nel suo cappottino grigio ormai consunto, i pantaloni color fango sempre troppo di cotone per proteggere dal freddo, le new balance un tempo rosse, buttato in una qualsiasi stazione con il brick di Tavernello in mano.

Manzini ci scaraventa con ironia e ferocia in quello che è forse il punto cruciale del dramma dello scrittore del duemila, la perdita del nucleo fondamentale, del senso finale dell’attività di scrivere. Tra l’essere invisibile perché ancora aspirante scrittore e il tornare invisibile come diseredato della società, il protagonista manca l’appuntamento fondamentale, quello della parola-sostanza che passa in eredità dall’autore al lettore. È come Willy il Coyote, che fomentato lancia il suo masso ma ne rimane grottescamente schiacciato senza aver catturato la preda. Sembra addirittura dirci che, nei casi fortunati in cui questa eredità si compie, essa porta al ripetersi di una spirale assurda di oblio.

Ma l’imputato vero non è la letteratura, ci mancherebbe altro. È tutto il sistema di ingranaggi e stupidità in cui si trova a vivere oggi la letteratura, che crea questo fantasioso e crudele paradosso.

C’è da recuperare il rapporto con la parola, con le storie narrate, senza paura. Come conclude Thomas nel suo racconto:

Dopo qualche capitolo, mi persi nella storia, e smisi di leggere per sentirmi vicino a qualcuno. Adesso stavo leggendo solo per il gusto di leggere. Nessuno sapeva che avevo tra le mani quel volume, nessuno vi dava importanza. Era un bel libro. E leggerlo era un piacere.

In questa serata romana il tentativo è riuscito perfettamente. Due ore ad ascoltare storie, senza un istante di noia. Io e le parole.

Nulla da invidiare a un cinema all’aperto, figuriamoci a una fiction in tv, ma forse in molti ancora non lo sanno.

 

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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