Libri Come. Criterio rilevante, elemento fondante

stripApro Facebook al mattino e trovo un commento alla foto che avevo caricato ieri notte, dopo una serata trascorsa a Libri come.

La foto mostra Marco Lillo e Lirio Abbate che presentano il libro-inchiesta su Mafia Capitale I Re di Roma, accompagnati da Carlo Bonini e Pif. Il commento del mio amico ha un tono risentito, ritiene che sia stata fatta opera di mistificazione e ne nasce una piccola discussione virtuale, come da copione.
L’oggetto del contendere si manifesta strada facendo, ed è chiaramente er pupone Francesco Totti, tirato in ballo nell’inchiesta.
Ho una gran fortuna: non sono tifosa. Il calcio non mi ha mai interessato se non come simpatica appendice collaterale. Come si diceva alle scuole medie “viva la Roma, viva la Lazio, viva la squadra del mio ragazzo”, guardo alle questioni calcistiche con un certo distacco.

La presentazione de “I Re di Roma” cui ho partecipato non aveva nulla della mistificazione, e mentre il mio amico è convinto che tirare in ballo er pupone sia stata un’operazione di marketing per vendere copie, io dico che temo un altro effetto, di segno opposto: che per giustificare lui, come personaggio pubblico e idolo per molti, si finisca per ridimensionare il giudizio su un sistema di affari malato, che va stroncato senza sconti.

Gli autori hanno raccontato di un non-luogo, quell’ormai noto mondo di mezzo in cui i colori dei protagonisti sbiadiscono fino a fargli perdere identità, dove non conta più chi sei, da che parte stai, ma cosa puoi fare per muovere l’ingranaggio. Il sistema malavitoso romano ha anche un altro carattere peculiare, il silenzio che lo rende invisibile: non si sparge sangue, e se la gente non sente gli spari, non vede il morto sul selciato, Mafia Capitale non esiste.

Identità, silenzio, crudeltà, verità.
Non è la prima volta che ne ho sentito parlare, nel corso di questa serata libresca.

Lo aveva già fatto un’ora prima Nicola Lagioia, insieme a Elena Stancanelli, presentando magistralmente il suo romanzo La ferocia, dove il silenzio diventa steccato intergenerazionale, la verità è chiusa fra le mura di casa, l’identità si ruba virtualmente ai morti per provare a esistere, o addirittura è un’identità ‘a mezzi’, quella dei due quasi-fratelli quasi-gemelli Clara e Michele che, nella loro appartenenza ed estraneità a quelle mura, diventano miccia per far detonare la verità segreta dentro al resto del mondo, come un piede in mezzo alla porta, un’escrescenza, una coda di gatto che scompare uscendo. L’uno esiste perché esiste l’altra, e questa identità duale è l’unica che si fa davvero carne, forse la meno etichettabile ma più vivida di tutto il romanzo.

Temi simili, seppure declinati in altri spazi, anche durante il reading del romanzo Arrivederci a Berlino est del promettente Roberto Moliterni, vincitore del premio Rai-La Giara, accompagnato da Paola Gaglianone, Paolo di Paolo e dall’ottima interpretazione di Fabio Troiano.

La solitudine e la ricerca di identità del “Titta”, il protagonista del romanzo, che trascorre i suoi anni maturi in un’anonima pensione in un paese straniero, cercando di lasciare, per poi ritrovarle, tracce di sé, un letto in disordine, una caffettiera usata, che vengono quotidianamente eliminate da solerti cameriere in un ordine inodore e artificiale. È nel momento della caduta del muro, quando l’est si mescola all’ovest, che forse scorre finalmente un fiume vitale, nei profumi che compaiono all’improvviso, nell’odore di mondo e umanità, che discrimina il reale dal virtuale, il vissuto dalla sospensione.

E ho ritrovato anche qui una riflessione sulla “verità”: quando Malvina, partigiana che ‘odia gli italiani’, si trova di fronte all’improvviso il Titta, che per definizione dovrebbe detestare, mentre l’incontro col suo sguardo le rivela un’appartenenza reciproca inoppugnabile.

È sorprendente come gli stessi elementi fossero presenti in tutti gli interventi che ho seguito, ma non escludo di essermeli cercati, seguendo tracce misteriose, nel momento di scegliere dove andare: a volte la vita è così, ti conduce dove serve.

Ed ecco che l’identità perduta, la ‘nudità’ esistenziale e la ricerca di appartenenza spuntano anche nel dialogo a tre fra Divier Nelli, autore di Coma, Giulio Leoni e Vittorio Macioce, che ha incalzato spudoratamente i due con una raffica di domande ai limiti della seduta psicanalitica, rendendo l’incontro molto interessante sia per i contenuti legati al romanzo che in relazione al processo della scrittura.
Non dev’essere stato facile per l’autore mettersi di fronte al punto di vista di questo lettore entusiasta e insidioso e spiegare il proprio rapporto con la vendetta, con il giudizio, con i personaggi nati dalla sua penna. L’operazione però è riuscita, lo dico come spettatrice e come scrittrice.
Nella storia c’è una donna che perde la memoria ma conserva un misterioso senso di colpa, che ricerca i propri confini e trova luci e ombre. C’è la noia di chi non riesce a darsi un volto e lo cerca nel continuo superamento di un limite ‘sociale’, da cui nasce il branco, torna la crudeltà, forse in modo più chiassoso di quella de I Re di Roma o de La ferocia. Questo non so dirlo, perché a parte l’ottimo romanzo di Lagioia, gli altri devo ancora leggerli. E lo farò molto volentieri.

Intanto tiro le fila della giornata, cercando di dare un senso alla mia esperienza.

E mi ricordo che appena sono entrata, ho visitato la piccola esposizione di strisce di Zerocalcare. Alcune le conoscevo, ma una in particolare mi ha fatto sorridere, sorridere bene. È quella in cui, con la sua aspra tenerezza, ci dice che l’ipocrisia è l’elemento fondante della crescita. Che detto così suona proprio brutto, ma io la leggo in un altro modo.
Cos’è la sincerità? Dove sta la verità? Qual è l’identità delle cose, delle persone? Siamo abituati a “parlare” nel silenzio del virtuale, essendo un po’ noi e un po’ altro, senza odori, chiusi fra le nostre quattro mura, difendendo i nostri idoli a prescindere, riconoscendoci nei gruppi e nelle appartenenze che ci siamo scelti, a volte solo per cercare di esistere. E non sarà un caso se l’esigenza di parlarne e scriverne è comune.

Ma è anche tempo di lucidare i neuroni, abbattere i muri, sentire il profumo di altri luoghi, ricordarci chi siamo e avere il coraggio, come il personaggio di Zerocalcare, di fare i complimenti a una secchionadimerda che ha preso trenta all’esame, con quel pizzico di ipocrisia buona che ci fa uscire un po’ da noi, smettere di cullare il nostro ego bambino per incontrare finalmente gli altri. Quell’elemento fondante senza il quale le tante verità possibili non dialogheranno mai e tarderemo a maturare, perché se non incontriamo gli altri, non troviamo più neanche noi stessi.

Giovanna Astori

Giovanna Astori

Primo vagito: giugno 1972, nella mia amata Roma dove vivo e vivrò. Sono ricercatrice in una nota fabbrica di numeri e informazione, lavoro che amo e che mi dà da vivere. A latere, il secondo lavoro che mi ripaga in divertimento e salute è la scrittura. Ho pubblicato diversi racconti e poesie e i romanzi “Storie dentro storie” (2012, L’Erudita di Giulio Perrone Ed. e 2014, in edizione digitale) e “Preferisco il rumore del mare” (con Andrea Masotti, 2014, Narcissus Ed.). Il tempo libero lo dedico a mille curiosità e ai miei bimbi.

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  • Un testo bello davvero, racconta e insieme indica un percorso nuovo, il passaggio necessario per dirci ecco siamk u
    mani adulti, chissà