Letterature Festival #1. Mi volsi e vidi il mio sorriso sulla sua bocca. Claudio Magris.

L’occasione è talmente ghiotta che si rischia di patire un eccesso di sproporzione tra le parole e le emozioni generate da un insieme di ingredienti: il luogo –la Basilica di Massenzio è memoria vivente e pulsante, che avvolge e riempie di grazia l’ospite che vi accede-;  la stratificazione temporale –è il 14 giugno 2016, ma è anche la storia della Mitteleuropa, la storia dei migranti di tutti i tempi-; il magnetismo degli ospiti che mentre leggono prendono l’anima dell’ascoltatore per mano e la conducono a librarsi lassù o laggiù; la musica che si fa voce, atmosfera, sentimento.

È la serata inaugurale di Letterature, XV edizione del Festival Internazionale di Roma che quest’anno ha per tema Memorie-Memories. Introduce la serata dedicata alla memorie migranti Maria Ida Gaeta che, oltre a ricordare quanti Istituti di cultura stranieri abbiano contribuito a rendere possibile questo festival, dà alla memoria –tema guida- una qualità che mi colpisce: essa è redimente.

Laura Morante legge un passo da Non luogo a procedere (Claudio Magris): un ricordo che parla di ricordi. Ricordi di schiavitù, di sangue, di dolore; memoria di terre promesse ostili, di terre negate; odori-memorie di violenze subite e  di riscatti; memorie cantate nelle ninne-nanne di chi redime se stesso ricordando chi era e chi sarà. La conclusione, epica e intima al tempo stesso, sfuma nelle parole del Cantico dei Cantici: “Sum nigra sed formosa”. Accompagnata dalla musica suonata da Rita Marcotulli, la voce di questa straordinaria interprete mi trasporta nel buio delle navi negriere e dei treni per Auschwitz, e però mi lascia addosso quel sentore della “terra, buon fango bruno della vita”.

Desideravo tanto ascoltare Claudio Magris – che amo soprattutto nella sua qualità di studioso di cultura mitteleuropea -, e la sua intensa presentazione del tema “memoria” ha ben soddisfatto la lunga attesa. “La bellezza riempie il cuore ma toglie le parole”: e allora tocca alla memoria andarle a ripescare, queste parole; essa è il salvataggio, è il riscatto della vittima, è carità e giustizia per le vittime, è resistenza alla violenza, perché “fa presenti” cose e persone amate che la storia fagocita. Come un’arca di Noè, la memoria salva dal diluvio la nostra stessa vita. Perché nella sua radice –MNE- essa è la madre delle Muse per i greci, e un attributo del Dio degli Ebrei.

Claudio Magris passa in rassegna diverse tipologie di memoria, ma a un certo punto diventa egli stesso memoria. Noi, ci racconta, siamo un coro: fatto di luoghi, di odori che non importa se siano nati da noi o ci siano stati raccontati, perché la memoria del mondo dorme in noi, e chi racconta le storie (per gli ebrei è un fatto religioso, raccontare storie) permette che questa memoria diventi di chiunque ne entri a far parte, e poco importa in quale ruolo –ascoltatore o narratore. Così si forma la memoria collettiva, così noi diventiamo “tanti”, come una di quelle città che ha tante forme e tante storie quante sono le lingue che vi si parlano. Così riscattiamo la nostra schiavitù: tramandandola nei racconti, facendole prendere il colore di ciò accanto a cui viene messa, vivificandola senza confonderla, dandole radici che, invece di sprofondare nel buio, possano stendersi come rami per incontrare altre radici e stringerle come mani. Ecco perché le tirannie non amano la memoria: essa arricchisce e si arricchisce dell’apporto delle diverse culture di cui si compone, senza mai perderne i singoli specifici tratti.

Il brano inedito Occupato letto da Hakan Günday è la manifestazione concreta delle parole di Magris: un uomo scrive alla moglie – Zahila – una lettera, in cui le racconta come vive lui, profugo siriano, in attesa di poter andare verso l’Europa; la lettera  diventa luoghi e persone che non ci sono più ma che tornano ad essere presenti nelle parole di un uomo che tiene occupato il posto accanto a sé: un posto per la moglie. Non importa che Zahila sia morta: Zahila vive ancora.

Senza ricordi non vi è poesia, ma essa –come ci dice Rilke- non ne deve essere affollata. I ricordi si trasfigurano nella poesia, i ricordi dei luoghi, del vento, del colore, ci fanno ritrovare noi stessi: è questo il senso profondo della memoria, è questa la sua magia inestinguibile.

Siamo noi la nostra memoria: “Mi volsi e vidi il mio sorriso sulla sua bocca”.

 

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati, docente di materie letterarie e latino in un Liceo romano. Appassionata da sempre alla lettura, ha fatto di questa attività, declinata nelle sue funzioni più ampie e profonde, il senso del proprio mestiere. Insegnare è insegnare a leggere il mondo, sé stessi, gli altri. Attraverso la trasmissione del sapere si educa a leggere, a scegliere che vita si vuole.

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