Più Libri Più Liberi #16. Senza fraintendimento non c’è comprensione: la distopia come chiave di lettura del potere

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Lorenzo Gasparrini

La comprensione è possibile quando c’è il fraintendimento”, dice Ludwig Wittgenstein: e un romanzo distopico è il miglior terreno su cui esercitare l’arte del “mettersi nei panni degli altri”.

Così dice Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista e relatore -insieme a Giulia Blasi (blogger e creatrice dell’hastag #quellavoltache), Barbara Leda Kenny (attiva presso TUBA bazar e tra le ideatrici di InQuiete, festival di scrittrici a Roma) e a  Daniele Giglioli della casa editrice Nottetempo-, nell’ambito della presentazione del libro Ragazze elettriche di Naomi Alderman.

Siamo in un’affollatissima sala, all’interno della XVI edizione di Più Libri Più Liberi che, spostatasi per la prima volta al nuovo centro congressi di Roma –La Nuvola-, è più affollata e piena di movimento che mai.

Power è il titolo originale del romanzo, che gioca sul doppio significato del termine: potere ed elettricità. In un mondo distopico, alle donne viene elargito un potere: quello del tocco elettrico. Che cosa accade? E, soprattutto, che ne è di quel potere, che mette le donne nella stessa posizione che oggi (nonostante ci sia chi pianga una “caccia alle streghe agli uomini”) hanno  gli uomini?

I quesiti che pone Daniele Giglioli sono essenzialmente tre: cosa fa il potere? Cosa è il patriarcato? A che serve la distopia? Relatrici e relatore si alternano in una conversazione ricca e stimolante, il cui cuore è la natura stessa del potere, la sua percezione, la sua rappresentazione.

Questo romanzo, raccontando in maniera leggera e piacevole che il potere logora chi ce l’ha, mette in crisi ogni “di per sé” relativo alle donne: le donne non sono di per sé buone, dolci, accoglienti. Col potere in mano, le donne sono esattamente come gli uomini: violente, prevaricatrici, e non arretrano nemmeno di fronte allo stupro.

La distopia, allora, consiste in questo straniante rovesciamento ironico, a cui l’autrice non dà risposte, ma che ci mette in una posizione insolita, e ci costringe a chiederci  come sia (e sia stata) costruita l’identità di genere.

Chi legge, insomma, si trova a dover cambiare prospettiva e a rendersi conto che la sua rappresentazione dei ruoli e delle identità di genere è essa stessa indotta, non autentica, costruita.

Parliamo, naturalmente, del potere patriarcale: talmente ci siamo abituati da considerarlo naturale. E se esso si regge ancora così saldamente in piedi, è perché lo sostiene la complicità anche  delle donne.  È rassicurante, è protettivo. Ma a guardarlo dalla prospettiva dell’autrice, ci accorgiamo del fraintendimento a cui ho fatto cenno in apertura. Il patriarcato è distruttivo per le donne e le mette le une contro le altre perché è il potere stesso che non viene messo in discussione.

A scambiare i generi –ed ecco la funzione illuminante della distopia-, e calarne gli effetti in situazioni tutt’altro che fantascientifiche, si capisce qual è il punto che duole: se il cambio di potere avviene senza giustizia sociale, non si tratta né di trasformazione né di autodeterminazione, ma semplicemente di un passaggio del testimone.

Il femminismo vuole una parola che in italiano ancora non esiste: empowerment (ed è bello che richiami, per contrasto e fraintendimento, il titolo del romanzo), quella capacità, cioè, di partecipare da pari alla società, di esercitare un potere senza danneggiare. Eccola, la fonte del fraintendimento, ecco dove si apre la via per la comprensione.

La struttura di potere funziona indipendentemente dal sesso e il suo errore sta nel portare a far credere che sia naturale e giusta la struttura binaria bene/male di cui si erge a modello.

La distopia, quindi, è quella cornice ironica e straniante che permette, strappando le persone dai loro di per sé (le donne come gli uomini), di parlare finalmente di argomenti intrinsecamente incollati al nostro modo di vedere le cose.

La distopia è una lente di ingrandimento e che ci fa vedere cosa ci fa fare il patriarcato e quanto le donne (e io mi sento chiamata in causa) ne siano conniventi.

Questa bella sberla manda all’aria tante mura, ma lascia intatto il muro portante: le relazioni.

Ho sempre pensato che il fraintendimento fosse una cosa negativa: oggi, ho capito che fra- in- tendere significa andare in una direzione oltre quella che ho preso finora. Allora potrò comprendere.

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati, docente di materie letterarie e latino in un Liceo romano. Appassionata da sempre alla lettura, ha fatto di questa attività, declinata nelle sue funzioni più ampie e profonde, il senso del proprio mestiere. Insegnare è insegnare a leggere il mondo, sé stessi, gli altri. Attraverso la trasmissione del sapere si educa a leggere, a scegliere che vita si vuole.

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