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La “Vita d’artista” di Flavio Favelli: un intreccio di memorie personali e collettive

di Arianna Cacciotti

Vita d’Artista è l’occasione per mettere in dialogo il trascorso di tre vite e di tre anime, quella di Adolfo Pini che si intreccia con quella di suo zio, l’artista Renzo Bongiovanni Radice e quella di Flavio Favelli, che ha creato le installazioni site-specific negli ambienti della casa-studio, oggi sede della Fondazione Pini di Milano.

Essa si trova in un’atmosfera sospesa, incastrata fra corso Garibaldi, ormai proiettato verso il futuro, e gli ambienti della casa legati al gusto novecentesco del Paesaggista: tutto questo ha suscitato in Favelli degli “scossoni concettuali e di immagini”, come li definisce lui stesso nella video-intervista pubblicata sui social della Fondazione.

Favelli entra nello spazio milanese in punta di piedi con le sue installazioni, non lo calpesta, ma lo esalta. Non lo mette in ombra, anzi mette in luce ogni particolare attraverso degli elementi che apparentemente potrebbero risultare in contrasto, ed è proprio attraverso questo cortocircuito fra il mondo borghese e quello pop(olare) che tutto appare armonico. 

Il connubio fra il mondo borghese e quello pop, è il leitmotiv della produzione artistica di Favelli, dai suoi esordi ad oggi. Questa è la sua Vita d’Artista, concettualmente libero, ed è bello sottolinearlo, perchè la sua produzione non si è mai piegata ai dettami del mercato o delle mode, e questa mostra, scevra da qualsiasi richiamo a ciò che è “di moda” oggi, ne è la riprova. 

Le opere di Favelli sono create in larga percentuale da oggetti di riutilizzo, cercati, voluti, trovati per caso dall’artista nei mercatini dell’antiquariato, dai collezionisti o su ebay. Il risultato di questa continua ricerca di oggetti usati sono interi ambienti, sculture e mobili. 

La caratteristica che stupisce di Favelli, artista degli anni duemila, è quella di smontare, assemblare e ricostruire questi oggetti in totale autonomia: agisce personalmente sulle cose e rifiuta l’idea di incaricare agli altri un determinato lavoro.

L’allestimento dei suoi ambienti, delle sue mostre, è quasi sempre interamente portato avanti da lui. E’ uno di quelli che si sporca le mani sul campo e non lo fa per manie di protagonismo ma per passione e rispetto per le sue creature.

La produzione interamente manuale delle sue opere, richiede estrema pazienza e sapere artigianale. Da quasi 20 anni l’artista si è trasferito da Bologna, a Savigno, un paesino sull’Appenino emiliano, dove abita in un ex fienile, restaurato da lui e trasformato in  una casa-studio. 

Il lavoro di Flavio Favelli è l’incontro tra un universo Pop e un universo Arts and Crafts: c’è la volontà di voler produrre i propri lavori da solo. Il lavorare con l’oggetto trovato, nel suo caso, si distacca dalla maniera Duchampiana, perchè non prende l’oggetto così com’è, Favelli si appropria di esso, fino a farlo diventare il riflesso dei suoi pensieri, delle sue memorie, dei suoi ricordi di un tempo passato che non ritornerà, nel bene e nel male.

Di studiato non c’è nulla – mi raccontava Flavio nell’intevista che mi rilasciò nel 2013 per la mia tesi all’università – le evocazioni sono come gli echi delle sirene che chiamano. Un’opera che sia chiama “Fanta amica Fanta” non può essere studiata.

Fanta amica Fanta è uno slogan che aleggiava non so quando ma rappresenta un’idea e un modo di percepire le marche come testimoni di momenti intensi. Uno degli oggetti a cui sono più legato è la bottiglia di vetro della Fanta degli anni 70. Le mie opere certo partono da oggetti usati ma solo perché li ho usati io.

L’artista porta alla Pini oggetti che sono identificabili come arredi: arredi estremi – li definisce Favelli – oggetti che hanno a che fare con l’ambiente, sono manipolati ma credo ci sia una convivenza e sta a chi guarda a trarne la distanza o la vicinanza, il dialogo o il tradimento. 

Il tavolo dipinto esposto in mostra, è composto dal pavimento di una casa di sua proprietà che dialoga alla perfezione coi disegni dei pavimenti della casa Bongiovanni Radice.

Le opere in vetrina, sono gli elementi che più rappresentano l’essenza di questa mostra: sono nate pensando allo spazio della vetrina – dice l’artista – sono composizioni di bottiglie diverse, con un processo apparentemente semplice ma altrettanto complesse. Le bottiglie hanno uno stretto legame con la città di Milano, rimandano alla sua vocazione industriale e al sapere artigiano.

Gli amari e gli infusi di erbe, sono oggetti old fashioned ma ancora buoni per farci dei cocktail contemporeanei proprio come quelli che si bevono nei locali più in voga in città, quindi sono un ponte che unisce il nostro passato al nostro immediato contemporaneo.

Il lavoro di Favelli è un continuo rimandare alle sue memorie personali di bambino e l’arte è il mezzo che serve per metabolizzare il suo passato. Le immagini impresse nella sua memoria, sono li, nel suo archivio personale (la sua mente) in attesa di essere messe in opera, liberate e trasformate quindi in lavori artistici.

Dietro ogni sua pezzo c’è un mondo da scoprire, un attimo da rivivere che spesso si confonde con momenti di vita vissuta da tutti noi: i piani della memoria personale dell’artista si sovrappongono a quelli della collettività. Le sue opere sono apprezzate dal pubblico proprio perchè fanno riaffiorare alla mente sentimenti e ricordi lontani creduti ormai persi nel tempo.  

 

Info

immagine per Arianna Cacciotti
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Arianna Cacciotti è una storica dell'arte che nasce e si forma a Roma, presso la Sapienza, dove si laurea Cum Laude con una tesi sperimentale interdisciplinare (insegnamenti di archivistica e storia dell'arte contemporanea) dal titolo “Archivio e arte contemporanea: una riflessione sulle esperienze in Italia”. Ha svolto il Servizio Civile presso la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. È stata reporter di grandi eventi musicali per QubeMusic.it Fa parte del direttivo dell'associazione Archeomitato, per la quale si occupa di organizzare eventi culturali. Attualmente è impegna nella ricerca indipendente nel campo delle arti del XXI secolo.

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