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I vestiti nuovi dell’artista secondo Julian Schnabel: su In the Hand of Dante al Milano Film Fest

In the Hand of Dante di Julian Schnabel è stato presentato alla seconda edizione di uno dei giovani festival cinematografici più promettenti d’Italia, il Milano Film Fest, con una proiezione al Teatro Strehler. L’occasione di vedere il film prima della sua distribuzione italiana era la seconda, dopo quella alla Mostra del Cinema di Venezia. Il direttore artistico del Festival, Claudio Santamaria (nel film interprete convincente di un esperto di filigrane trecentesche), ha partecipato poi con Valeria Golino alla chiacchierata con il regista seguita alla proiezione il 5 giugno.

 

immagine per Oscar Isaac in In the Hand of Dante. Regia: Julian Schnabel. Produzione: Jon Kilik, Francesco Melzi d'Eril, Olmo Schnabel, Gabriele Bebe Moratti, Vito Schnabel (USA-Italia, 2025)
Oscar Isaac in In the Hand of Dante. Regia: Julian Schnabel. Produzione: Jon Kilik, Francesco Melzi d’Eril, Olmo Schnabel, Gabriele Bebe Moratti, Vito Schnabel (USA-Italia, 2025)

A dispetto dell’evidenza del nome dell’Alighieri nel titolo, della spy story di Nick Toshes da cui è tratta la sceneggiatura, della biografia romanzata del Sommo Poeta con toni tra il pop e il romanzo Harmony (con sconfinamenti in volenterose ma atroci declamazioni in italiano stentato di versi della Commedia da parte di Oscar Isaac che mi hanno fatto giurare di non osare mai più una sola lamentela sulla recitazione degli stessi versi da parte di certi ammirati attori italiani del passato e del presente), In the Hand of Dante non è un film su Dante né sul risarcimento dovuto a tutte le mogli scalzate da Beatrici idealizzate, come sembrava emergere con sicurezza dall’incontro pubblico seguito alla proiezione.

Il film diretto da uno dei pittori viventi più famosi e controversi al mondo è ben altro, e non va giudicato solo sulla base della sua indubbia discontinuità qualitativa e dell’eccesso di ambizioni rispetto ad altri film meglio riusciti dell’artista (primo su tutti At Eternity’s Gate, nel quale l’inesorabile tragedia autistica della pittura era indagata in forme violentemente verosimili e ovviamente ben impresse nella carne di Schnabel prima di guadagnare fama internazionale).

 

immagine per Willem Dafoe in At Eternity’s Gate. Regia: Julian Schnabel. Produzione: Jon Kilik (USA-Francia, 2018)
Willem Dafoe in At Eternity’s Gate. Regia: Julian Schnabel. Produzione: Jon Kilik (USA-Francia, 2018)

La cornice di genere del film sta prevalentemente nel gangster movie: tenete a mente che ne è produttore esecutivo Martin Scorsese (che interpreta anche una sorta di buffo Gandalf in pensione) e che il distributore italiano è Netflix.

Il genere, dunque, consente di inglobare e svolgere a dovere l’espediente narrativo attorno a cui ruotano scene più e meno grottesche o pulp (di inutile esplicitezza visiva ammiccante è quella della tortura prolungata dello studioso prigioniero poco prima della fine): la guerra tra studiosi di Dante e criminali di alto rango per accaparrarsi il presunto autografo della Commedia, vale a dire l’ossessione proibita di ogni editore critico del poema e, in generale, di ogni studioso di Dante.

Sono autocitazioni scorsesiane in purezza da Goodfellas e non solo l’espediente della voce fuori campo del protagonista, l’inizio e il finale del film, il tormento alla Keitel di Oscar Isaac (nel doppio ruolo dello scrittore e studioso Nick Tosches e di Dante), Jumpin’ Jack Flash degli Stones che sostiene uno snodo drammaturgico nodale, con artista nello studio con pistola fumante alla mano.

 

immagine per Oscar Isaac in In the Hand of Dante
Oscar Isaac in In the Hand of Dante

Se mi fosse toccata in sorte la moderazione della chiacchierata finale, da storica dell’arte di fronte all’opera di un pittore che collabora con un regista e produttore che vede da sempre nei film una pittura in movimento (ho provato a riassumere in precedenza la questione, a partire dalle fonti dirette, qui), avrei approfittato della presenza loquace di Schnabel per evidenziare insieme a lui i punti davvero di valore nel suo film: in particolare, gli stereotipi sulla responsabilità del mercato nello stabilire lo statuto di capolavoro di un’opera e quelli sul ruolo di noi storici (dell’arte in particolare) nell’autenticazione assoluta di quello stesso statuto, sempre più eroso oggi dalla spettacolarizzazione dei risultati semplificatori delle analisi diagnostiche invasive e no, che stanno progressivamente sostituendo – non affiancando o confermando– il tradizionale lavoro del connoisseur che, dopo attribuzione e datazione, è anche in grado di mettere un’opera in serie con le altre già note.

Le scene serie, e proprio per questo esilaranti, sull’incombenza nello spazio, rispetto alle dimensioni fisiche dello studioso, delle sofisticatissime macchine destinate alla datazione al carbonio-14 non sono per nulla enfatizzate, così come quelle in cui lo studioso acquisisce progressiva autorevolezza tra criminali ignoranti guadagnando in autorevolezza quando riesce a convincerli della necessità superiore e inevitabile delle perizie paleografiche e sulle filigrane ma soprattutto delle costosissime indagini diagnostiche (in vari casi necessarie, ma non sempre, ma che mai dovrebbero condizionare preventivamente il lavoro che gli storici compiono da secoli, studiando).

Perciò le vere perle del film appaiono i dialoghi tra due criminali (Gerard Butler e John Malkovich) e uno storico (Isaac) sulla legittimità del valore economico di un Rembrandt da capogiro e sul patto tra pubblico, mercato e critica (esiste una tradizione novecentesca sulla questione da “vestiti nuovi dell’imperatore” nell’arte contemporanea) e su quanto sangue debba scorrere, letteralmente, per rendere credibile oggi un’attribuzione ottenuta su base autoptica.

Schnabel ha fatto di Nick/Dante e di questo film, dopo il Van Gogh (un magnifico Dafoe) di At Eternity’s Gate, la seconda parte del dittico sulla sua autobiografia di pittore che, dopo essere sopravvissuto alla difficile vita d’artista da giovane ed essersi guadagnato un posto al sole nel mondo da gangster dell’arte contemporanea, ora ne conosce ogni meccanismo, sa governarlo ed è in grado di prendersene gioco, restando in panama e pigiama.

immagine per Julian Schnabel sul palco del Teatro Strehler dopo la proiezione di In the Hand of Dante il 5 giugno 2026
Julian Schnabel sul palco del Teatro Strehler dopo la proiezione di In the Hand of Dante il 5 giugno 2026

E poi, certo, ci sono, come sempre nei film di Schnabel, gli usi invadenti della steadycam e di certe infantili soggettive (meno invadenti se si ragiona in termini pittorici, non esclusivamente cinematografici); fotografia (di Roman Vas’janov che converte la vita reale in bianco e nero e la storia a colori forti) e montaggio (di Marco Spoletini con Louise Kugelberg) di qualità davvero sostenuta.

Qualche prova attoriale memorabile per resa imbarazzante (quella della bella Gal Gadot, interprete di Giulietta e di Gemma Donati, impresentabile per la mummificazione assoluta dell’espressività facciale e corporale, tanto da essersi resa impresentabile alla Mostra di Venezia ancor prima dell’esplosione della polemica contro il suo schieramento attivo con il governo israeliano), soddisfacente per resa efficace (più ancora che al pur sempre luciferino Malkovich/Joe Black, forse la palma di miglior attore del film va a Gerard Butler, nel doppio ruolo di Bonifacio VIII e di Louie, l’imprevedibile gangster che sembra un po’ la coscienza del film, ed esprimo la valutazione tecnica indipendentemente dalle sue inaccettabili posizioni a favore del governo israeliano, pari a quelle assunte dalla collega Gadot), estrema per ragioni anagrafiche: ode ai cameo di un gonfio non più sex symbol Al Pacino e del tremolante pasoliniano Paolo Bonacelli at eternity’s gate.

immagine per Floriana Conte
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Floriana Conte, normalista, è Professoressa di Storia dell’arte a UniFoggia. È membro dell’Accademia dell’Arcadia. Collabora con l’Accademia dei Lincei, l’Accademia della Crusca e attori, performer e registi (Sonia Bergamasco, Jan Fabre, Fabrizio Gifuni, Enrico Vanzina e altri).
Per l’attività scientifica e divulgativa ha ricevuto il Premio Speciale Nazionale “Nicola Zingarelli” 2021 e 2023, la Menzione speciale al Premio nazionale giornalistico “Antonio Maglio” 2023, il Premio “Giambattista Gifuni” 2024 e il Premio “Silvia Dell’Orso” 2024.
Crediti foto @Valeria Gifuni

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