Prima ancora di essere un romanzo ambientato durante la Resistenza, Tutto il mio folle amore (Garzanti 2025) è un atto di resistenza culturale nell’Italia funestata dal neofascismo dei nostri giorni. Il romanzo è stato concepito ed è uscito nel momento storico nel quale «bisogna vigilare, e bisogna continuare a dirsi antifascisti» (p. 357).
Il racconto narrato nel libro inizia il 28 luglio 1943; invece il 10 giugno 2025 è la data della sua conclusione materiale indicata nell’introduzione fittizia firmata dal nipote del protagonista Alessandro, personaggio fittizio che – a conti fatti – dichiara di averlo scritto tra 2011 e 2025. Tutta la storia raccontata sta stretta in un anno circa, densissimo di dolore e cambiamenti, per i protagonisti e l’Italia.
Ai personaggi d’invenzione si mescolano uomini e donne realmente esistiti nel 1943: hanno ragion d’essere perché coinvolti, a vario titolo, nella vicenda eccezionale di Radio Bari, che è, a sua volta, vera e propria protagonista. Il ruolo nella Resistenza di Radio Bari, la prima radio liberata d’Italia, fu secondo solo a quello di Radio Londra, tanto che per gli inglesi diventò The United Nations Radio of Bari, per i fascisti invece “Radio Vergogna” (pp. 235, 348). Hanno una carica da notturno realista quasi cinematografico le sequenze in cui Carofiglio descrive il lavoro dei ragazzi in radio, dove si formano in comunanza di intenti con gli adulti.
Leggendo di questi giovani che credono nel potere notturno delle parole contro la violenza, ho avuto voglia di rivedere un film in cui un altro gruppo di ragazzi coraggiosi ha resistito alla violenza attraverso una radio libera e clandestina: I cento passi di Marco Tullio Giordana.
La vicenda di Radio Bari e dei cittadini e intellettuali da tutta Italia che l’animarono è un episodio importante della Resistenza ignoto perfino a molti pugliesi e non considerato nella sua reale valenza storica anche dalla maggior parte degli italiani. Eppure, la Radio diventò «un punto di riferimento per la Resistenza internazionale e anche il primo esempio di radio moderna» (p. 154) dopo che un gruppo di intellettuali (Michele Cifarelli, Giuseppe Bartolo, Fabrizio Canfora e Giulio Semeraro) ne aveva occupato la sede. Il 10 settembre 1943 andò in onda il primo notiziario, nonostante i nazisti avessero provato invano a sabotare gli impianti (p. 118).
Con la stessa trascuratezza che tocca a molte cose che rientrano in quella che non è difficile definire ancora la “questione meridionale” nella cultura italiana, non sono pervasivamente presenti alla memoria comune nazionale, se non a quella degli specialisti, fatti storici della Resistenza come la presenza non certo amichevole dei nazisti sul suolo pugliese e la presa della caserma Picca a cui opposero resistenza gli abitanti di Bari vecchia (p. 95, 101-102, 112-113).
Carofiglio aggiunge al novero del risarcimento della memoria anche altri momenti scellerati dei quali si resero protagonisti assassini fascisti e nazisti in quell’anno cruciale. Ne ricordo alcuni.
- Il romanzo inizia con la strage di via Niccolò dell’Arca a Bari compiuta il 28 luglio 1943 da Esercito, Carabinieri e fascisti contro un gruppo di studenti che manifestavano pacificamente fino al palazzo della Federazione fascista dopo la caduta di Mussolini per chiedere la liberazione di detenuti antifascisti come Tommaso Fiore, Guido Calogero, Franco Sorrentino, Guido de Ruggiero. La reazione armata contro i manifestanti era autorizzata da una circolare di due giorni prima emanata dal Capo di Stato Maggiore del Governo Badoglio, Mario Roatta, che permetteva l’uso della forza e delle armi da parte dell’esercito contro ogni manifestazione pubblica. La ligia attuazione della circolare causò 20 morti e 38 feriti.
-
L’ordinanza di Polizia del 30 novembre 1943 con cui la fascista Repubblica di Salò ordinò il rastrellamento e la deportazione degli ebrei d’intesa con i nazisti (pp. 301-302).
- Il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 da parte dell’aviazione nazista, la Luftwaffe, che attraversò il cielo con centocinque bombardieri Junkers 88, colpendo navi mercantili e depositi di carburante (pp. 336) e generando una nuova Pearl Harbor in quanto 2000 bombe cariche di iprite, armi chimiche bandite dal Trattato internazionale di Ginevra del 1925, erano depositate a bordo di una nave americana nel porto di Bari (p. 347).
La scelta del tema, dunque, è un merito civile del romanzo, che unisce il genere storico, diaristico e di formazione: il protagonista, Alessandro, conserva i suoi diari e, attraverso di essi, trasmette al nipote il mandato di scrivere il libro. Alessandro «era un antifascista e ha continuato a dirsi tale anche quando era passato mezzo secolo dalla caduta del regime. […] L’antifascismo per lui è sempre stato una responsabilità culturale, e in nome di quella responsabilità riteneva necessario conservare la memoria dei giorni, delle vite, delle speranze di un’intera generazione» (p. 356).
Dopo la strage che coinvolge anche i ragazzi protagonisti, ognuno di loro sente a modo proprio «una responsabilità molto più grande, come un peso. È come se fino a oggi la guerra fosse stata degli altri, e adesso diventasse mia» (p. 55), confessa a sé stesso Alessandro. Sorge perfino qualche dubbio sulle contraddizioni dell’operato degli Alleati; se ne fa portavoce il protagonista Alessandro nel racconto in prima persona nel proprio diario: gli americani sembrano autori di un paradosso, chiedendo agli italiani «di lottare, di impegnarsi, dopo averli bombardati» (p. 56).
Il titolo del romanzo deriva da un verso di una canzone uscita molti anni dopo quel 1943 in cui si svolge la storia, in deroga al catalogo, nutrito e coinvolgente, della musica citata nel libro che è quasi tutta americana e contemporanea.
Si tratta di una citazione dal verso «tutto il mio folle amore lo soffia il cielo» nel ritornello della canzone Che cosa sono le nuvole?, scritta da Pasolini e cantata da un pugliese, Domenico Modugno, che interpreta un monnezzaro per l’episodio struggente di Che cosa sono le nuvole? del film Capriccio all’italiana (1968).
Il titolo si riverbera due volte nel libro: quando nel suo diario Alessandro scrive dell’amore per Carolina Fitzgerald («Tutto il mio amore è nella tua mano, Carolina. Tutto il mio folle amore»: p. 242) e quando lo stesso Alessandro salva la vita al cugino Lallo, a rischio della propria, nel porto di Bari bombardato («Tutto il mio folle amore. Lo vide sollevarsi, come un angelo dipinto»: p. 343).
La musica sinfonica contemporanea, invece, non è in cima agli interessi di questi ragazzi colti e aperti alla libertà, soprattutto quando coincide con l’indottrinamento fascista alla radio: quando suonano I pini di Roma di Respighi, anche gli adulti che fanno da guida ai ragazzi percepiscono quei quattro movimenti alla stregua di «musica vana, come chi ha voluto che l’ascoltassimo» (p. 116).
Personaggi storici agiscono, o sono menzionati, accanto a personaggi di finzione. Tra i primi, è una figura attiva nel romanzo, e di primo piano nella storia della cultura di quegli anni, Alba de Céspedes, che incita alla Resistenza con lo pseudonimo di Clorinda, la guerriera della Gerusalemme liberata.
Poi ci sono Benedetto Croce (p. 119: «la libertà non è solo politica, ma anche e soprattutto culturale»), Giuseppe Ungaretti (p. 32), e – negli studi di Radio Bari, insieme a Clorinda – Anton Giulio Majano, Agostino degli Espinosa, Carlo Giuffrè, Silvio Noto, Arnoldo Foà, protagonista di una delle pagine del diario di Alessandro più belle del libro, in cui il potere che può esercitare la voce di un attore è omaggiato senza mezzi termini (pp. 156, 180, 268).

I personaggi di finzione rendono il libro uno strumento di maggiore consapevolezza per lettori adulti (ma anche molto giovani e disposti a essere curiosi una volta chiuso il romanzo) in relazione a un momento storico come quello del Ventennio fascista in Puglia: il romanzo lo rilegge anche attraverso l’evocazione di cognomi che nella realtà furono davvero correi delle nefandezze del regime.
È il caso del padre del giovane Pippo Caradonna: il grossolano vice segretario cittadino dell’Opera Nazionale Balilla che espone in casa numerosi busti del Duce (pp. 19, 42, 67, 97-98) è un personaggio che porta un cognome di un certo peso che dalla Puglia fascista, e in particolare dalla Capitanata, marciò sul serio alla conquista nera d’Italia: il Caradonna più famoso di Puglia fu il mutilato di guerra Giuseppe, avvocato di Cerignola, fanatico di Padre Pio, che arrivò rapidamente ai vertici del reducismo post bellico, prima attraverso la militanza nell’Associazione mutilati di guerra e poi diventando il solo deputato fascista dell’intero Sud con le elezioni politiche del 1921.
A capo di una squadra armata che seminava il terrore tra la gente di Puglia, gli storici avveduti lo considerano il mandante morale dell’assassinio del deputato socialista di Bari, Giuseppe di Vagno (che si può considerare la prova generale dell’omicidio di Matteotti) e il responsabile della conquista di Foggia in occasione dell’attacco delle sue squadracce alle province meridionali per le operazioni legate alla marcia su Roma (si veda la rigorosa analisi storica affidata da Sergio Luzzatto al libro Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi 2024, pp. 116-118, 126, 161, 194 n. 19).
Anche la famiglia da cui discende l’anaffettivo militare padre di Lallo, la dinastia degli Acquaviva d’Aragona da Conversano (p. 24), è stata importante nella storia di Puglia, con particolari conseguenze per la storia dell’arte nel Seicento, quando il conte Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona detto il Guercio delle Puglie creò una collezione di primo piano nella quale figurava l’unica opera di Artemisia Gentileschi sul territorio e il noto ciclo di dieci tele commissionate a Paolo Finoglio con episodi dalla Gerusalemme liberata (ora nella Pinacoteca di Conversano).

I quattro ragazzi protagonisti sono sfaccettati per personalità e inclinazioni, crescono e si trasformano rapidamente e ogni ragazzo di ieri e di oggi che abbia avuto nei libri, nei film, nella musica i propri nutrimenti può riconoscersi nelle loro inquietudini, nelle loro aspirazioni, nelle emozioni e nei dolori del primo indimenticabile amore.
Tutti i travolgenti sentimenti e i tragici eventi bellici che portano i ragazzi a diventare adulti sono sostenuti da musica, film, libri. Se la canzone Come pioveva (p. 313), che ricorda a Carolina la nonna Gina, è italiana, per il resto la colonna sonora è americana: dal jazzista Django Reinhardt assume il nome d’arte Beppe, uno dei membri della band di ragazzi (p. 58, 329); si avvicendano «un’incisione di Glenn Miller, American Patrol, e una raccolta di Gorni Kramer, musica swing italiana» (p. 20); Moonlight serenade di Glenn Miller (p. 120), soprattutto Sing, sing, sing di Benny Goodman (che fa scatenare i ragazzi, a p. 228, ma non come nel disimpegnato Swing kids di Thomas Carter, film del 1993 da ricordare soltanto per la scatenata esibizione di ballo su queste note), I got rhytm (p. 259), per arrivare alla magia di My funny Valentine dal musical Babes in arms (p. 329, 358), suonata per la prima volta alla grande festa di “Musica, gioventù, libertà” (p. 328) del Bari Swing Festival: ritmi dal nuovo mondo per la libertà dei popoli, insieme a un trascinante arrangiamento di Sing, sing, sing (pp. 303, 327).
Anche i film e i divi che vivono nella vita dei protagonisti sono dei classici più o meno rilevanti nella storia del cinema: La foresta pietrificata con Leslie Howard e Humprey Bogart (di Archie Mayo, 1936, p. 39), «i film dell’Istituto Luce al Cinema Impero» (p. 75), «Campo de’ fiori con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo e Anna Magnani» (p. 96), Malombra di Mario Soldati con Isa Miranda in programma al Supercinema (p. 240), naturalmente la sorpresa di Casablanca (p. 242), fino all’evocazione di Alida Valli (p. 69), o di Adriana Benetti in Piccolo mondo antico (p. 258).
E poi ci sono libri, tanti libri: li legge Alessandro, li leggono gli adulti che li consigliano ai ragazzi anche come testimoni e manuali di azione: il prof. Semeraro possiede una biblioteca di edizioni antiche «da fare invidia all’archivio storico» (p. 30); il nonno materno di Alessandro che ha solo la quinta elementare possiede, nella sua masseria, «una camera tutta tappezzata di libri. Soprattutto saggi storici, ma anche romanzi, poesia» (pp. 31, 274); ci sono Il deserto dei tartari di Buzzati (p. 17, consigliato dal prof. Semeraro ad Alessandro; citazioni da Epicuro («Chi dice che non è ancora giunto il momento di agire, è come chi dice che non è ancora giunto il momento di essere felice»: p. 36), da Seneca (p. 351) e da Goethe (p. 169); si passa per Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij (p. 111), e Teoria dell’insurrezione di Emilio Lussu (p. 153), e ha un posto perfino, a Radio Bari, «il copione dei Giganti della montagna» di Pirandello (p. 155).
Il libro decisivo del romanzo è la raccolta di poesie che incide maggiormente sull’immaginario visivo di poeti e uomini di teatro del Novecento, I canti orfici di Dino Campana: Alessandro lo dedica a Carolina, traendone una citazione “«da La notte […] che gli era piaciuto moltissimo: La mia vita era tutto un’ansia del segreto delle stelle, tutto un chinarsi sull’abisso”» (p. 171. Di Campana ho scritto qua.
Per ogni libro c’è uno scrittore. Forse Carofiglio rivela – per bocca del professor Semeraro – la sua routine creativa dolceamara, comune a molti di noi nell’officina solitaria, a volte autistica, della scrittura: «Uno dei rimedi contro l’infelicità era l’accuratezza. Gli aveva raccontato che gli artisti, spesso, sono infelici e per creare hanno bisogno di guardarla tutta, quella infelicità, di chiudersi in una stanza, con un piatto di mele, un rotolo di carta, una penna, una macchina per scrivere, un pianoforte» (p. 111).
Un altro riferimento forse personale si trasfigura nella pagina del diario di Alessandro sulla strage di via Niccolò dell’Arca: «Mi tappo le orecchie, come quando ero bambino e avevo paura, mi tappavo le orecchie per non vedere» (p. 15): il ragazzo usa un’immagine tanto popolare e antica che si ritrova, a ritroso, perfino in una delle raffigurazioni della paura più celebri della storia dell’arte, quella del soldato che si tappa le orecchie per non vedere, per non sentire, l’apparizione di Cristo, che gli fa paura, durante la conversione di Paolo di Tarso nella tavola di Caravaggio oggi in collezione Odescalchi a Roma.

Un riferimento esplicito alla pittura riguarda l’apparizione di Carolina Fitzgerald «come una divinità dei boschi» (p. 70), con un vestito color salvia e i capelli rossi (che sono anche i colori della copertina del libro) che «la facevano somigliare a certe fanciulle di Dante Gabriel Rossetti» (pp. 70-71).

Si deduce l’attenzione di Carofiglio, che di mestiere fa anche l’illustratore, per la grande illustrazione, quando Alessandro ricorda di avere sfogliato la Commedia con le tavole di Gustave Doré quando deve incasellare in un’iconografia familiare le bolge infernali del porto bombardato (p. 341).

Da attenzioni figurative di uno scrittore che di mestiere è anche architetto deriva anche la messa in scena della topografia di una Bari riconoscibile nei ricordi o in alcuni luoghi ancora percorribile: la Libreria Laterza di un tempo (pp. 14), il Teatro Petruzzelli com’era (pp. 19), la sede di Radio Bari in via Putignani 247, già sede degli studi dell’EIAR (p. 39), il Grande Albergo delle Nazioni, sul Lungomare Nazario Sauro, progettato da Alberto Calza Bini (p. 43), la basilica di San Nicola (p. 70).
Lettori adolescenti o all’ingresso della vita adulta, come i giovani ritratti dall’autore stesso in copertina, potrebbero essere tra i destinatari di questo romanzo di formazione anche civile.
Lettori giovani o inesperti sarebbero aiutati anche dall’assenza di indulgenze per una lingua letteraria: solo all’inizio, forse, quella citazione del «maelstrom della memoria» (p. 9) ricorderà Edgar Allan Poe a chi lo abbia letto, ma è solo un attimo. Così come: «E mi guardava. Tutto il resto del mondo non ha più importanza» alla fine di una pagina del diario di Alessandro sarà percepito come un sognante e bel ricordo di incantamento erotico anche da chi non si accorgerà che la frase echeggia una delle invenzioni poetiche più famose di Walt Whitman: «Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato» (p. 127).
Carofiglio districa la lingua su registri diversi. In un italiano corrente e corretto, Alessandro rispecchia la sua fama di studente serio e disciplinato.
Come il professor Giulio Semeraro, modellato sul professore di italiano e latino della madre di Carofiglio nello stesso liceo di Alessandro, l’Orazio Flacco (p. 29: difatti Carofiglio ha dedicato il libro ai genitori, «e a quei ragazzi che si affacciarono alla vita, mentre il mondo crollava»), non cede all’italiano regionale, che invece scappa qualche volta agli amici di Alessandro, di Lallo e di Aurora se scherzano: «porco Giuda, Ale», dice Lallo entrando in scena (a p. 20); ricorrono inoltre i dialettali «Uagliò, tuttappost?», «moccattè» (pp. 67, 195), «assaggila, signori’»; di vero e proprio dialetto fa largo e ovvio uso Nino o’ Vrruzz, che vive arraggiandosi e che morirà nel porto di Bari durante il bombardamento della Luftwaffe: «T’ piasc? Jè robba ‘bbon», «cap’ di cazz», «che vai cercando alla persona?», «è u’ stess’» (pp. 236, 238, 239, e anche 331-332).
Il dialetto e l’italiano regionale stanno anche sull’insegna di una trattoria sul mare («U varcheceddàre», p. 249), nella lingua della gastronomia («sgagliozz’», «popizza», «allievi», pp. 136, 138, 250; la mamma di Alessandro offre al professor Semeraro una limonata col ghiaccio grattato, specificando: «noi la chiamiamo la sciacquetta»: p. 31) e nella lingua familiare («Ci siamo fatti una capa di pianti», «Ve lo ricordate a nonno Vanni?», «Gli chiesi di risparmiare a Rocco», «Era una masciàra», dice il nonno di Ale e Lallo alle pp. 272, 279, 280; in dialetto stretto zia Rosina saluta i nipoti per l’ultima volta a p. 282).
Le signore vicino ai ruderi della chiesa di Santa Maria del Buonconsiglio parlano «una lingua incomprensibile», cioè un dialetto arcaico (p. 296, con un esempio alle pp. 297-299).
C’è inoltre un’incursione nel dialetto di un comune preciso della Capitanata, Celle San Vito: il dialetto franco provenzale ancora oggi parlato dalla minuscola comunità del Comune più piccolo d’Italia spetta alla mamma di Aurora, originaria di Celle, quando (come succede a molti, forse a tutti) deve rivolgersi a lei con la lingua dell’affettività, coincidente con il dialetto o l’italiano regionale (pp. 96-97, 105):
«La famiglia di Aurora era originaria di un paese microscopico in provincia di Foggia, che si distingueva per due caratteristiche: era il comune meno popoloso in tutta la regione, meno di duecento anime, e i suoi abitanti da secoli parlavano una lingua franco-provenzale, che la madre della ragazza continuava a usare, nel lessico familiare». «”Devi sempre anar la cacèta”, disse tra le lacrime. In franco provenzale significava pressappoco “devi sempre andare in cerca di guai”».
Non mancano gli anglicismi appena arrivati con gli americani, e con l’amore: Alessandro infatuato di Carolina comincia a infarcire le sue battute di okay (p. 225)
Carofiglio lancia anche una stoccata gentile nei confronti delle donne nell’ambito del dibattito sulla lingua di genere, un argomento attuale che ha radici antiche: la diversificazione degli appellativi riservati a coniugi che sono anche colleghi – o, comunque, a due colleghi di sesso differente – a sfavore della donna. Sara, la professoressa universitaria madre di Carolina, è protagonista di un episodio nel quale una lettrice come me (professoressa universitaria sposata con un collega) riconosce esperienze continue e quotidiane:
«In altre circostanze, Sara avrebbe mal sopportato di essere chiamata signora. Insegnava all’università, esattamente come suo marito, ma per gli altri Noe era il professore e lei la signora. Nuccia però era gentile e non le disse nulla» (p. 132).
Carofiglio, infine, non elude la riflessione prima ironica e poi seria sulle implicazioni pratiche del lessico fascista. Prima ricorda l’uso della parola filme per film imposto dal Regime (p. 96), Poi chiude il libro con un apologo di Alessandro, anziano, a suo nipote sulle modalità attraverso cui si attua
«il potere manipolatorio della propaganda» che «ha portato il paese nel baratro. […] «La menzogna, allora, era una pratica intenzionale, strategica, il regime utilizzò la disinformazione, l’omissione e la distorsione della verità per costruire una narrazione mitologica di sé. […] Non è escluso che la storia possa ripetersi. Bisogna vigilare, e bisogna continuare a dirsi antifascisti».
L’apologo prende le mosse dalle modalità di creduloneria collettiva attraverso cui la parola bagnasciuga entrò nell’italiano corrente in un momento preciso «perché lo aveva detto il Duce, quindi era vero» (p. 357).
«È quella parte di spiaggia, tipo questa, più vicina al mare? […] Quel termine era entrato nella lingua corrente, con quel significato, dopo un discorso del Duce nel luglio del ’43. Ma era errato. Riguardava lo sbarco alleato in Sicilia. Respingere il nemico al bagnasciuga. Intendeva riferirsi alla battigia, quello era il termine esatto per indicare il luogo fisico dello sbarco. Bagnasciuga è un termine usato in marina per indicare una parte dello scafo di una nave, non ha nulla a che fare con la spiaggia. Eppure, dopo quel discorso, il termine si diffuse nella lingua comune, l’errore, la deviazione semantica furono occultati dal peso retorico del contesto. Lo aveva detto il Duce, quindi era vero».
Se avessi avuto a disposizione solo i 2000 caratteri di un post su Instagram, avrei potuto trascurare ogni forma di analisi storico letteraria, artistica, linguistica, insomma professorale, ma non i due lasciti principali del romanzo: l’invito a restare nello spirito i ragazzi che un tempo si è stati anche nel corpo, e l’invito a resistere attraverso ogni forma d’arte.
Da ogni pagina, infatti, traspare una nostalgia infinita per la giovinezza:
«Dove vanno a finire quelle giornate, dove finiscono le corse a perdifiato, pane olio e sale, quella luce gialla che illumina la tavola, intorno alla quale erano sudati e felici? Quando succede che tutto finisce? L’infanzia, le conserve di amarena, le figurine della Perugina, il feroce Saladino e quelle gesta eroiche di spensierata bellezza» (p. 76).
Tra tutte le scene in cui Carofiglio fa testimoniare intellettuali fittizi e reali, quella che leggerei ad alta voce ai miei studenti e agli adulti che ancora non vedono che stiamo sprofondando di nuovo in una notte nera è quella in cui, dai microfoni notturni di Radio Bari, Alba de Céspedes invita alla Resistenza. È un’artista e lo fa in forma pacifica, invitando a quella ricostruzione permessa dal sapere che anche noi, oggi, artisti, scrittori, insegnanti, cittadini, abbiamo a disposizione per resistere:
«Questa notte, nella vostra casa, consapevoli di quanto abbiamo sofferto e quanto ancora soffriamo, pensate con fiducia al momento in cui l’Italia sarà di nuovo libera. Siate il respiro che resiste, siate l’azione che costruisce» (p. 221).

*Tutto il mio folle amore di Francesco Carofiglio è candidato al Premio Letterario Nazionale “I Fiori blu”, di cui è Presidente e Direttrice artistica Alessandra Benvenuto. L’Università di Foggia, presso la quale insegna Floriana Conte, è partner del Premio. Carofiglio e Conte hanno dialogato a Palazzo Dogana a Foggia sabato 14 marzo in occasione della presentazione della candidatura.
Floriana Conte, normalista, è Professoressa di Storia dell’arte a UniFoggia. È membro dell’Accademia dell’Arcadia. Collabora con l’Accademia dei Lincei, l’Accademia della Crusca e attori, performer e registi (Sonia Bergamasco, Jan Fabre, Fabrizio Gifuni, Enrico Vanzina e altri).
Per l’attività scientifica e divulgativa ha ricevuto il Premio Speciale Nazionale “Nicola Zingarelli” 2021 e 2023, la Menzione speciale al Premio nazionale giornalistico “Antonio Maglio” 2023, il Premio “Giambattista Gifuni” 2024 e il Premio “Silvia Dell’Orso” 2024.
Crediti foto @Valeria Gifuni










