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Vero falso finto, o a cosa serve essere storici (dell’arte) oggi. La continuità del male di Tomaso Montanari

«I particolari e i congegni della politica cadono nell’oblio; le buone leggi, le istituzioni, i monumenti prodotti dalle scienze e dalle arti sempre sussistono. La folla degli stranieri che oggi visitano Roma non come pellegrini, ma in quanto uomini di gusto, s’informano poco di Gregorio VII e di Bonifacio VIII; essi ammirano i templi innalzati da Bramante e da Michelangelo, i quadri di Raffaello, le sculture di Bernini; e, se poi hanno un vivace ingegno, leggono Ariosto e Tasso, e onorano le ceneri di Galileo».

Così scrive Voltaire nel 1751 a proposito della prevalenza eterna delle opere d’arte sul potere politico responsabile della loro commissione: il potere è caduco e di minor momento rispetto a esse. Con questa citazione da Il secolo di Luigi XIV Tomaso Montanari nel 2016 si avviava a concludere un suo libro, piuttosto rivoluzionario nel metodo e quindi nei risultati, pubblicato dopo due decenni di studi dedicati all’artista che ne era protagonista: La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (p. 295).

immagine per Fig. 1. Tomaso Montanari 2016. Autore: Sailko. Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons 3.0
Fig. 1. Tomaso Montanari, 2016. Autore: Sailko. Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons 3.0

La citazione da Voltaire assume un ruolo ermeneutico talmente decisivo che ricorre ora alla fine del contributo Arte senza storia: la libertà del Bernini pittore e il ruolo di Maffeo Barberini, che Montanari ha offerto al catalogo della mostra Bernini e i Barberini, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi: ), che esibiva alcuni capolavori tecnicamente sensazionali e testimoni del conflitto tra potere dell’arte e arte del potere.

Il libro di Montanari su Bernini per un certo periodo è stato anche tra le letture del programma d’esame di Storia dell’arte moderna nell’Università nella quale insegno. Avevo scelto il libro anche perché non è una pigra monografia, ma è un libro ordito su un’idea attorno alla quale ruota la ricostruzione della storia di un artista che offre strumenti per capire meglio il presente: su strade parallele saldate l’una all’altra corrono il potere del papa Urbano VIII e la libertà di Bernini, cioè il potere del committente e la libertà creativa e comportamentale dell’artista, vale a dire il potere politico e la libertà e i limiti dell’intellettuale.

In questa formulazione, il conflitto tra potere politico e libertà dell’intellettuale era un dato di fatto dieci anni fa; è urgente ora che Montanari, da storico dell’arte e rettore che continua a partecipare al discorso pubblico, ha scritto La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista per la casa editrice fondata da Giangiacomo Feltrinelli (sul quale ho scritto l’11 marzo 2022).

 

immagine Copertina del libro di Tomaso Montanari, La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere, Einaudi 2016
Copertina del libro di Tomaso Montanari, La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere, Einaudi 2016

La continuità del male riguarda l’ideologia «autoritaria, illiberale e antidemocratica» che sostiene atti e politiche del governo (pp. 165-166: da qui in avanti, dove non indicato diversamente, le citazioni tra virgolette provengono sempre da La continuità del male).

Non è un pamphlet, ma un libro di storia a tutti gli effetti, con le note, l’indice dei nomi, l’immagine di copertina che riproduce un’opera d’arte non esornativa, ma parte integrante dell’esegesi storica derivata dalla ricerca dell’autore: il fotocollage Il volto del fascismo realizzato nel 1928 da John Heartfield per la pubblicazione Italien in Ketten (“L’Italia in catene”) del Partito comunista tedesco – Sezione dell’Internazionale comunista.

La continuità del male è un libro di storia in primo luogo per il metodo che ha improntato la ricerca: attraverso una tradizionale critica esegetica delle fonti, dirette e ufficiali, coincidenti con i testi programmatici della destra al governo oggi in Italia (come le Tesi di Trieste per il movimento dei patrioti di Fratelli d’Italia), con i discorsi pubblici tenuti da personaggi particolarmente in vista, con i libri di Giorgia Meloni, Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee (Rizzoli 2021) e La versione di Giorgia (in cui Meloni è in conversazione con Alessandro Sallusti: Rizzoli 2023), lo studioso dimostra che la genealogia delle idee, del lessico e delle iconografie prediletti dai partiti di governo derivano univocamente e prevalentemente dai testi e dalle parole programmatici del pensiero nazifascista del Novecento (pp. 11, 56, 103; sulle politiche culturali naziste, anche in relazione agli argomenti che ora tratto in questo articolo, rinvio a: https://beemagazine.it/per-capire-larte-ci-vuole-una-sedia-la-rubrica-di-floriana-conte-il-piu-grande-attore-deuropa/).

Come al tempo del libro su Bernini, Montanari ha congegnato La continuità del male anche in modo da dimostrare a cosa serve, oggi, restituire al nostro mestiere il ruolo di criticare il presente quando del mestiere sia recuperata la funzione primaria di ricostruire le relazioni tra opere e dati del passato in cui questi sono immersi, raccontando la Storia.

Un tema che, mostrando come funziona il giocattolo, Montanari aveva affrontato in A cosa serve Michelangelo? (Einaudi 2011), nel quale evidenziava, a partire dall’analisi di un caso di attualità particolarmente eccezionale, la necessità improrogabile di restituire alla Storia dell’arte esercitata in istituzioni pubbliche – scuole, università, soprintendenze, musei – il suo compito di sferzare il potere e analizzarlo nella contemporaneità in virtù della conoscenza profonda del passato.

Non c’è differenza, infatti, tra lo studio del rapporto tra creatività artistica e libertà in relazione al potere e lo studio del rapporto tra storia contemporanea e ruolo del potere. Uno dei portati maggiori del libro su Bernini, infatti, era l’intuizione (grazie al dialogo instaurato tra due bibliografie che, di fatto, non dialogano: la bibliografia della Storia dell’arte e la bibliografia della Storia del teatro e dello spettacolo) dell’esistenza di un rapporto osmotico tra arte figurativa e teatro attraverso cui si esplicitava anche la tensione tra libertà e potere.

Per Bernini, il punto di giuntura culminava in una sorta di regia dell’artista nei confronti dei collaboratori e dei modelli nello spazio di uno studio che era anche teatro, nel quale si mettevano in scena le iconografie delle opere e di vere e proprie commedie fatte di scene e controscene in cui l’artista fustigava i costumi dello stesso potere che ne finanziava e regolamentava il lavoro artistico.

Nel secolo che fu di Bernini, ma anche di Rembrandt e Salvator Rosa (che con Bernini condividevano l’osmosi tra arte figurativa e teatro), si tratta di un cortocircuito che riflette con naturalezza la formula, contemporanea e poi imperitura, del conflitto tra arte e potere tramandata dal paradigma dell’idea di teatro come “trappola per topi”, che cattura e smaschera la coscienza del potere, in Amleto, il cui protagonista è un intellettuale universitario, regista e commediografo dilettante, critico nei confronti del potere fino a morire (se ne veda la lettura costante, filologica e sussultante di ricadute sul presente, che continua a elaborare un grande artista del nostro tempo, Fabrizio Gifuni, nel suo percorso di drammaturgo e attore mai dimentico del presente).

Coerentemente, Montanari ha fondato il lavoro di indagine storica per La continuità del male sulle stesse posizioni antifasciste, pacifiste, costituzionali sulle quali ha fondato l’esercizio del suo mestiere di insegnante nell’università pubblica, come se il libro fosse non solo lo scoperchiamento filologico di un vaso di Pandora, ma in primo luogo un lavoro di servizio.

Lo studioso è convinto che il metodo critico storico-filologico di Marc Bloch sia ancora «l’antidoto più efficace alle tossine della menzogna e delle false notizie» (p. 11): mai riferimento di metodo sarebbe potuto risultare più attuale mentre scrivo, dato che il coraggioso storico ebreo, ateo, membro della Resistenza francese, torturato e poi giustiziato dai nazisti il 16 giugno 1944, è stato ammesso dal Presidente Macron il 23 giugno scorso nella solenne necropoli del Pantheon come figura «dell’Illuminismo» opposta alle attuali «politiche identitarie».

Gli studi e il metodo di Bloch ispirarono quelli del più famoso storico italiano, morto proprio nei giorni in cui scrivo, Carlo Ginzburg. Proprio padroneggiando magistralmente gli strumenti di indagine sulla storia politica del passato, Ginzburg fu in grado di offrire ricostruzioni veridiche, e perciò tanto più sconcertanti, dei moventi e delle iconografie delle cacce alle streghe del presente (va letto almeno il suo Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, uscito nel 1991).

 

immagine per Fig. 7. Copertina del libro di Tomaso Montanari, Le statue giuste, Laterza 2024
Fig. 7. Copertina del libro di Tomaso Montanari, Le statue giuste, Laterza 2024

A voler considerare un altro libro importante che Montanari ha pubblicato due anni fa da Laterza, Le statue giuste, una sorta di prova generale di La continuità del male, entrambi i volumi possono comporre un ideale dittico per il lettore che voglia comprendere come stanno le cose in Italia oggi, a partire da un’analisi del discorso, dello spazio e della situazione del patrimonio pubblico.

In particolare, in due serrati capitoli intitolati Fascismo: survival e revival e L’impero colpisce ancora: la rimozione del colonialismo italiano in Le statue giuste (pp. 31-68), Montanari dimostra che gli affinati strumenti della Storia dell’arte consentono di squadernare genesi e continuità del survival (cioè di un codice di significati che arriva a noi dal passato: in questo caso, dal fascismo trionfante senza soluzione di continuità) innestato sul recente revival, cioè «un ‘ritorno di fiamma’ (letteralmente) di intitolazioni, segni e nuovi monumenti più o meno dichiaratamente fascisti» (p. 43).

Questo grandangolo con cui osservare il presente permette a Montanari di ribadire, una volta di più, che lo studio dell’arte non implica una rinuncia all’etica. In quei due capitoli di Le statue giuste, dunque, elencava già gli obbrobri visivi e verbali ai quali i cittadini della Repubblica si erano assuefatti da decenni, spesso senza conoscerne o comprenderne la matrice fascista.

 

immagine per Fig. 8. Mario Sironi, L’Italia tra le Arti e le scienze, particolare, 1935, pittura murale, 100 mq di superficie circa, Roma, Aula Magna del Rettorato dell’Università di Roma “Sapienza”
Fig. 8. Mario Sironi, L’Italia tra le Arti e le scienze, particolare, 1935, pittura murale, 100 mq di superficie circa, Roma, Aula Magna del Rettorato dell’Università di Roma “Sapienza”

Rientra nella casistica la «smisurata pittura murale di Mario Sironi che copre l’intera parete absidale» dell’Aula Magna dell’Università di Roma “Sapienza”, una decorazione voluta da Mussolini con un ritratto di sé stesso a cavallo, armato, in un’iconografia celebrativa del fascismo trionfante, che nel 2017 è stata inaugurata dopo un restauro (tecnicamente esemplare) dal Presidente Mattarella senza che l’imbarazzante opera venisse dotata – almeno – di un apparato storico-didattico esplicativo o, meglio ancora, senza che venisse privata della sua funzione di sfondo solenne dei maggiori eventi collettivi universitari per essere musealizzata (pp. 31-33).

Ci sono poi due contributi ideologicamente complici: quello dello storico Renzo De Felice, responsabile della falsificazione revisionistica del fascismo, e quello del giornalista Indro Montanelli, a cui si riconosce ancora oggi autorevolezza di pensiero nonostante fosse immarcescibilmente convinto della superiorità della inesistente “razza” bianca, fiero del commercio sessuale con una dodicenne abissina e principale autore del revisionismo della figura del duce fin dal 1947 col libro Il buonuomo Mussolini, le cui propaggini risorgono in revival recenti come Benito. Storia di un italiano, con cui un ex collaboratore del «Giornale» cavalca la rinnovata addomesticazione del dittatore che “ha fatto anche cose buone”.

Questa complicità ideologica degli intellettuali che hanno defascistizzato il fascismo è transitata nella politica attiva di Silvio Berlusconi che nel 1994 si gloriava di avere “costituzionalizzato” il partito erede di quello fascista (pp. 34-35, 62-68).

Ancora, rientrano nella casistica analizzata da Montanari nei due capitoli di Le statue giuste certe definizioni con le quali sono stati ribattezzati eufemisticamente nel discorso pubblico i fascisti complici dei nazisti a Salò: «migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze» e «molti dei giovani che allora fecero scelte diverse». Le definizioni sono state pronunciate rispettivamente dal Presidente della Camera dei Deputati nel 1996 e dal Presidente della Repubblica nel 2001 (pp. 35-37).

Nel survival intrecciato al revival rientrano inoltre l’inquinamento progressivo del calendario repubblicano con le proposte di istituzione delle “giornate del ricordo” più varie, per parificare memorie non storicamente parificabili (pp. 38-39); l’erezione di monumenti pubblici, pagati con denaro pubblico, e l’intitolazione di strade e scuole pubbliche a criminali fascisti come Rodolfo Graziani detto “il macellaio del Fezzan”, al fanatico fascista padre domenicano Reginaldo Giuliani, all’ammiraglio e presidente del Senato fascista Paolo Thaon, al fratello di Mussolini, Arnaldo, all’esecrando re Vittorio Emanuele III e ad Amedeo di Savoia duca d’Aosta, e all’ugualmente esecrando Giorgio Almirante, ma anche a episodi sanguinosi delle invasioni italiane di Stati sovrani africani (pp. 39, 42-45, 56-57, 60-62); per tacere della decisione del ministro Giorgetti («leghista, ma cresciuto nel Fronte della Gioventù del Movimento Sociale»: pp. 47-48, 58-59) di inserire un ritratto di Mussolini nella serie iconografica dei ministri esposta al Ministero per lo Sviluppo economico realizzata per celebrare i novant’anni del dicastero, poiché un ritratto dello stesso duce era già in una serie esistente con tutti i presidenti del Consiglio dal 1861 collocata in uno spazio ben più vistoso, l’Anticamera della Sala Verde al terzo piano di Palazzo Chigi, sede del governo della Repubblica.

Entrambe le serie legittimano (come le antiche serie degli uomini illustri, dei re e degli imperatori) l’ascesa di Mussolini e la legalità del Ventennio, nonostante la macchia del colpo di Stato.

La faccenda relativa alle serie iconografiche di ministri del Regno e della Repubblica, che spiega con gli strumenti della Storia dell’arte il significato di fatti che altrimenti si potrebbero considerare trascurabili o addirittura di routine, è recuperata da Montanari in La continuità del male (pp. 93-94) a proposito delle vicende di potente valore simbolico che mostrano come la “parificazione” sia la linea costantemente perseguita dalla destra al potere, anche a costo di falsificare e piegare la Storia a uso e consumo della propria propaganda.

Poiché di simboli si parla, in La continuità del male Montanari si fa esegeta di parole e iconografie di una destra ancora fascista incarnata da una Presidente del Consiglio che crede all’esistenza delle razze umane, provandola con una citazione dal vocabolario Treccani tagliata e manipolata a tale scopo (pp. 29-31). Ma le fonti indagate da Montanari permettono allo studioso di spiegare la tradizione continua fascista di parole carissime ai partiti di governo. Elenco di seguito quelle maggiormente ricorrenti nella retorica di Meloni e dei suoi.

Ha senso iniziare ricordando la violazione delle regole elementari della lingua italiana a uso e consumo dell’ideologia, sfiorando il ridicolo, nonostante lo stesso governo propugni ostinatamente, quando si parla di istruzione, l’esigenza di severità, di ritorno alla «normalità in classe» (p. 115), unitamente al ripudio della diffusione della cosiddetta (inesistente) «ideologia gender» e al culto del merito, nonché alla progressiva imposizione di metodi e programmi di studio che forgino potenziali lavoratori inebetiti sempre più giovani, non menti pensanti: in questa linea rientra, agli esordi governativi della presidente del Consiglio, l’imposizione dell’uso di «signor» e dell’articolo determinativo maschile (con note ufficiali diverse e confuse) per designare Meloni (pp. 115-116). Il pasticcio ha scatenato subito «ironie su una certa queerness della prima presidente del consiglio donna che si faceva chiamare “signore”» (p. 116).

La stessa ironia ha suscitato, durante il G7 dello scorso giugno, la scelta di Meloni di aggiungere una cravatta a uno dei consueti completi di taglio maschile acquistati da case di moda italiane che indossa per le occasioni ufficiali: la cravatta doveva far somigliare la presidente ai colleghi uomini, con i quali Meloni ha scherzato fugando ogni eventuale dubbio sul fatto che non si trattava di un innocuo outfit ma di un costume di scena: «Potete considerarmi una combattente» («Consider me a fighter», ha detto in inglese).

Anche in questa occasione, la queerness era in agguato, dato che non bisogna appartenere alla comunità LGBT per ricordare che l’iconografia lesbica e gender fluid è passata, iconograficamente, dai primi decenni del Novecento anche dai tailleur maschili con cravatta indossati da donne; perciò verrebbe solo da sorridere di questo outfit/costume di scena evocante atmosfere da Foresta della notte adottato da una leader con note posizioni su certi temi, se non fosse che rientra nel novero dei passi indietro che, da donna, la presidente del Consiglio fa compiere alle altre donne in ordine alla ricezione della vieta equazione abito=autorevolezza in ambito professionale.

Non a caso il 17 giugno «Libero» solennizzava l’episodio col titolo Giorgia Meloni, l’audacia della cravatta: come ha conquistato tutti a Evian e la chiosa da stampa di regime:

«Per anni le donne se apparivano troppo femminili venivano considerate poco autorevoli. Se adottavano codici troppo maschili venivano accusate di voler imitare gli uomini. Una partita impossibile da vincere. La nostra premier sembra aver trovato una terza via. Non rinuncia alla femminilità e non la esaspera. La governa. La cravatta dunque non cancella la donna, ne rafforza il ruolo».

Nel manifesto ideologico di Fratelli d’Italia, le Tesi di Trieste, la parola «donna» merita solo quattro occorrenze, le donne sono citate «unicamente come madri, e solo nel paragrafo dedicato appunto alla cosiddetta politica demografica» (pp. 119-126): per l’ideologia di destra la donna è solo un mezzo e la sua emancipazione un ostacolo.

A questo ambito ideologico che mortifica la donna se, nel lavoro e nella vita sociale, non si adegua ai codici maschili e che si estrinseca in primo luogo nella semantica, afferisce anche l’uso di «fighter/combattente». Nella variante «soldato» (rigorosamente al maschile) la parola compariva alla fine di Io sono Giorgia: «È la guerra dei nostri tempi, e io sono un soldato», assecondando memorie lessicali derivate dalle arringhe mussoliniane: «vi dovete considerare dei soldati della Rivoluzione». Si conferma l’aderenza a una mappa concettuale fascista secondo la quale la militarizzazione della politica è modello di vita (pp. 133-134, 154).

Si tratta, peraltro, di comportamenti coerenti con un nuovo tipo di femminismo, il «femonazionalismo» (pp. 116-117) che convive con il culto fascista della donna esclusivamente madre (auspicabilmente di molti figli), moglie, eterosessuale, meglio se semianalfabeta, o comunque descolarizzata o pochissimo istruita, priva di autonomia economica e sempre un passo indietro, di cui non è simbolo (tuttavia) la prima presidente del Consiglio donna (in carriera, poliglotta, mai sposata, oggi madre single di una sola figlia), ma la tipologia di donna che le destre vorrebbero di nuovo costringere tutte noi a essere, evidentemente per ricacciarci nel modello estremo dell’Antonietta Tiberi protagonista dolente e silente del film Una giornata particolare.

 

immagine per Fig. 9. Sophia Loren interpreta Antonietta Tiberi in Una giornata particolare. Regia: Ettore Scola. Produzione: Compagnia Cinematografica Champion (Italia, Canada, 1977)
Fig. 9. Sophia Loren interpreta Antonietta Tiberi in Una giornata particolare. Regia: Ettore Scola. Produzione: Compagnia Cinematografica Champion (Italia, Canada, 1977)

Uscendo dal discorso di genere e allargando lo sguardo ad altre parole chiave, eccone alcune riscontrabili quotidianamente anche nei media e sui social.

Una delle parole predilette da Meloni e dai suoi è «patrioti»: organizzati in movimento, i “patrioti” interpretano «autenticamente lo spirito della nazione», come afferma la stessa Meloni in Io sono Giorgia (cit., p. 302) «in uno dei suoi passaggi più potenzialmente eversivi del progetto costituzionale» (come chiosa Montanari a p. 70).

“Patrioti” sono, evidentemente, coloro che spesso vengono designati con la locuzione «esuli in patria» che stigmatizza l’emarginazione dei fascisti e dei neofascisti aderenti al Movimento Sociale Italiano fino a quando sono rimasti ai margini della storia repubblicana (pp. 38, 43, 62-63). Anche «identità» è un leit motiv lessicale, usato come sinonimo dissimulante di “razza”, secondo una genealogia che rimonta al Manifesto della razza del 1938 (pp. 85-87).

Un’altra locuzione, «identità cristiana», testimonia la strumentalizzazione storico-culturale della religione da parte delle destre e di quella italiana in particolare, in realtà caratterizzata dall’ossimoro di essere, nei fatti, «cattolica e anticristiana»: coerente è dunque la strumentalizzazione della simbologia del presepe (pp. 98, 100, 145-146), inventato da quel san Francesco d’Assisi la cui figura è oggetto di revival da parte del governo attraverso la reintroduzione della giornata di festa nazionale il 4 ottobre, quando ricorre la morte del santo, recuperando la celebrazione civile introdotta da Mussolini per legittimare il regime con il richiamo alle «tradizioni spirituali» nazionali e l’assunzione di Francesco nel pantheon delle glorie patriottiche fasciste con Dante, Leonardo, Cristoforo Colombo

Ora giunge a proposito il turno di «etnia», corrispondente a un concetto astratto di origine coloniale basato sullo scollamento tra discorso della scienza e discorso mediatico, in modo da sottrarre al giudizio dell’opinione pubblica chi usa la parola come sinonimo di “razza” (pp. 34-35, 43).

Il razzismo postbellico si è reso presentabile optando per numerose forme di dissimulazione lessicale e iconografica; in questo caso, ha optato per la parola “etnia” al posto di “razza” per mantenere la libertà di diffondere gli stessi significati, a dispetto del fatto che la Costituzione antifascista riconosce lo Stato (o, come dice la destra fascista, la “nazione”) per via di elementi mobili ai quali contribuiscono, nel tempo, anche i flussi migratori (pp. 32, 37, 43, 58).

Conseguente è la locuzione «sostituzione etnica», riscontrabile nelle fonti dirette, cioè nell’autobiografia di Meloni e nei discorsi e nelle affermazioni suoi, dei membri del suo partito e di Matteo Salvini, oggi vicepresidente del Consiglio dei ministri; la locuzione rimanda alla vecchia idea nazifascista del complotto: in questo caso, il complotto è attribuito a un fantomatico grande burattinaio facente capo alla grande finanza ebraica e al finanziere ebreo ungherese naturalizzato statunitense George Soros in particolare.

Si tratta, anche in questo caso, di un magma intellettualmente infimo e scientificamente scalcagnato che prende forma, letterariamente, nell’Ottocento con la cattiva coscienza della Francia coloniale, continua col revival recente veicolato dai libri dell’austriaco Gerd Honsik, negazionista della Shoah, e del francese Renaud Camus, condannato per odio razziale, e converge nell’idea dell’esistenza di un «piano Kalergi» che sarebbe, appunto, l’inesistente piano di “sostituzione etnica” con il quale le destre incutono terrore per guadagnare terreno (pp. 36, 40-41, 102).

Tra survival e revival, è antico il meccanismo di incitare all’odio, non solo verso gli ebrei ma verso interi gruppi di ‘diversi’ in una nuova caccia alle streghe, intrecciando fatti a fake news.

Nel Medioevo un complesso intreccio di fatti e fake news aveva portato alla confezione di uno schema poi più volte ripetuto e adattato a vari casi fino, appunto, ai nostri tempi. Durante la settimana santa del 1321, «una voce si diffuse improvvisamente attraverso l’intera Francia e in alcune zone circostanti (Svizzera occidentale, Spagna settentrionale).

I lebbrosi da soli o, secondo altre versioni, i lebbrosi sobillati dagli ebrei, oppure i lebbrosi sobillati dagli ebrei sobillati dai re musulmani di Granada e di Tunisi, avevano ordito un complotto per avvelenare i cristiani sani. I re musulmani erano ovviamente irraggiungibili: ma per due anni lebbrosi ed ebrei divennero il bersaglio di una serie di violenze messe in atto sia dalla popolazione sia dalle autorità politiche e religiose».

Carlo Ginzburg ha districato questo complesso intreccio nel 1989 nel libro Storia notturna. Una decifrazione del sabba; poi è tornato su questi fatti nel 1992 nel saggio Unus testis. Lo sterminio degli ebrei e il principio di realtà, ristampato nel 2006 da Feltrinelli nella raccolta Il filo e le tracce. Vero falso finto (pp. 205-224: 206: cito da questa edizione).

Ridondanti nel discorso pubblico sono anche altre parole che, sopite nel survival, godono di revival. «Credere» e «combattere», in continuità col precetto fascista «credere, obbedire, combattere» (p. 20); «nazione», dichiarata come vero e proprio mito e “realtà etnica e culturale”, in linea – per esempio, e non casualmente – con quanto si rileva nelle dichiarazioni dell’eversione neofascista di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. Come nel lessico dell’eversione nera, “nazione” sostituisce “Stato”, “Repubblica”, “Paese”, e corrisponde a una “comunità e unità di destino”, secondo la fonte di riferimento che risiede nei poco rassicuranti Punti iniziali della Falange spagnola fascista (pp. 62-63, 67-69).

Così, quando bisogna menzionare le “frontiere dello Stato”, Meloni e i suoi ministri preferiscono usare l’espressione «confini di una nazione», cioè «confini di sangue» (p. 72). Del resto, lo «ius sanguinis» si contrappone allo ius soli, respinto dai fascisti di oggi così come lo respingeva Hitler (p. 74). Al principio dello ius sanguinis, cioè l’idea che la cittadinanza sia legata al sangue, fa capo la legge che prende il nome da Mirko Tremaglia, aderente alla Repubblica di Salò e poi parlamentare del Movimento Sociale, grazie alla quale votano i circa cinque milioni di italiani all’estero, mentre non possono votare gli immigrati che vivono e lavorano in Italia (pp. 73-74).

Allo stesso principio dello ius sanguinis si appoggiano le proposte di «revoca della cittadinanza» che accomunano un ministro della Repubblica (Valditara) e il generale Vannacci (pp. 75-76), più estreme perfino delle proposte avanzate da Hitler, che pur nel suo delirio riteneva che la revoca della cittadinanza dovesse punire anche i tedeschi ariani rivelatisi indegni (p. 76).

Così la parola «italianità» e la locuzione «genio italico» rientrano in questo contesto semantico: furono identici pilastri delle idee di nazione e identità durante il ventennale flagello fascista (pp. 90-91). In definitiva, il “diritto del sangue” è il collante di tutta la destra fascista italiana, da quella eversiva a quella oggi al governo.

Anche la parola “antifascismo” viene piegata a usi dissimulatori dalla destra al governo.

L’antifascismo dichiarato, a denti stretti, da Meloni risiede in una presa di distanza dal Regime come polveroso reperto storico, ma non in una presa di distanza dal suo lessico, dalla sua iconografia, dalle sue idee: Meloni è infastidita dall’«antifascismo politico» (come se potesse esistere un antifascismo non “politico”, cioè non strettamente pertinente alla ‘pólis’ e ai suoi cittadini…), finisce col ridurre i mali del fascismo alle leggi razziali, vilmente ripudiate anche dal padre (ben poco) nobile missino Almirante (p. 107), e col rivendicare una sorta di patente di “non razzista” ottenuta dall’Israele di Netanyahu (p. 93).

Montanari evidenzia in vari luoghi di La continuità del male anche il ruolo dei libri e in particolare delle case editrici fasciste e neonaziste nella continuità della genealogia del male. Ecco un paio di esempi.

La casa editrice dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia ha pubblicato nel 2020 gli scritti politici di Terza Posizione, movimento eversivo neofascista in debito con l’ideologia di un editore protagonista dell’eversione nera stragista, Franco Freda: il «Bollettino di lotta – Agoghè» del 5 novembre 2020, p. 51, definisce Terza Posizione un «fenomeno originale e affascinante, nato dallo spontaneismo dei giovani e represso dalla ghigliottina giudiziaria» (p. 73). Ci troviamo di fronte a un’altra dissimulazione lessicale eufemistica tipica della destra contemporanea, che sostituisce «eversione» con «spontaneismo» e «giustizia dello Stato» con «ghigliottina giudiziaria».

Il nome assunto dalla rivista dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia offre un’altra conferma lessicale dell’ininterrotta catena ideologica che lega le destre fasciste del Novecento a quelle attuali. Il titolo in greco antico del bollettino, «Agoghè», condiviso con l’intitolazione delle scuole di formazione del partito, cita le scuole per i giovani di una delle più famose città-Stato dell’antichità, Sparta. Ma quanti sanno del legame tra Sparta, il fascismo e il nazismo, e di quanto è importante il legame tra la memoria di Sparta e il partito al governo?

Il legame risiede nel vero e proprio mito prodotto dal modello tramandato dalla piramide razziale e civile creata da Sparta e la rude pedagogia (che rifuggiva dalla cultura) che coinvolgeva ragazzi e ragazze, resa popolare nelle antologie scolastiche francesi da un testo pubblicato nel 1787 dal religioso Jean-Jacques Barthélemy, Voyage du jeune Anarchasis en Grèce ans le milieu du IVe siècle, che impressionò uno dei maggiori artisti che la Storia dell’arte universale possa annoverare, Edgar Degas (del quale, tuttavia, non si possono negare il feroce razzismo, l’antisemitismo, la misoginia, l’odio di classe, testimoniati da fonti di prima mano e da ricordi di certo non ostili all’artista come quelli di Daniel Halévy.

Il quadro Giovani spartani che si esercitano fu tra le opere più meditate da Degas e occupò un posto nel suo studio dal 1862 ca. per quasi cinquantacinque anni, fino alla sua morte. Intanto il mito di Sparta assumeva valore formale di mito identitario dell’estrema destra europea almeno dal 1906, dopo l’uscita di un articolo di Maurice Barrès che esaltava la capacità di Sparta di costruire una “razza dominante”.

immagine per Edgar Degas, Giovani spartani che si esercitano, 1860-1862, olio su tela, 109×154,5 cm, London, National Gallery, Inv. NG3860.
Edgar Degas, Giovani spartani che si esercitano, 1860-1862, olio su tela, 109×154,5 cm, London, National Gallery, Inv. NG3860.

Il mito di Sparta e del duro modello educativo dei suoi giovani si diffonde fino a essere assorbito dall’ideologia di Hitler, che lo trasmette all’immaginario nazifascista, che passa per le Edizioni di Ar di Franco Freda e per un film mainstream come 300 di Zack Snyder, fino ad approdare a una copertina del tabloid di Gioventù Nazionale, distribuito nelle nostre scuole: Meloni vi è ritratta come Leonida alla guida dei 300 spartani alle Termopili (cioè come un soldato, secondo l’iconografia che le è cara) con il “lambda”, che è la lettera dell’alfabeto greco iniziale dell’altro nome degli spartani, detti anche lacedemoni, «censita nel più importante repertorio americano dei simboli di odio» (pp. 77-81).

Infine, con un cortocircuito eloquente, mentre il genocidio a Gaza «raggiungeva il suo culmine», nel settembre 2025 Netanyahu dichiarò che Israele sarebbe dovuta diventare una «super Sparta» (p. 114).

Anche in questo caso, la dissimulazione fino all’infantilizzazione dei veri significati di questa simbologia favorisce la tranquillità nel recepire questi simboli, e chi si identifica in essi, da parte dei cittadini che non conoscono a fondo la storia fascista e nazista del Novecento e la sua iconografia.

Montanari osserva che se «la presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana si facesse ritrarre tra le svastiche o se il suo partito si ispirasse in modo esplicito ai Balilla o alla Gioventù Hitleriana, lo scandalo avrebbe risonanza mondiale. Ma è davvero molto diverso che Fratelli d’Italia, per crescere i suoi giovani, proponga il modello di nazione di Sparta, caro alla genealogia fascista e neofascista, in quanto “primo Stato razzista” (parole di Adolf Hitler)? Ed è davvero diverso che Meloni si compiaccia di essere ritratta tra i lambda spartani? […] È senza significato che i simboli spartani abbiano preso il posto delle svastiche per le destre violente di tutta Europa, e che per questo siano ormai proibiti? Qua non si tratta di intercettazioni ambientali, o di chat rubate: è tutto sotto il nostro naso, in testi e fotografie ufficiali» (p. 83).

Torno per l’ultima volta alle parole chiave «sotto il nostro naso». Non è un caso che nello stesso ambito di capovolgimento storico e semantico che ho riassunto prima rientri anche l’appropriazione della parola «libertà», risemantizzata da tutte le destre storiche fasciste e da quelle neofasciste: si tratta sempre di “libertà” di obbedire al potere a cui il cittadino si deve sottomettere, condividendo un unico «destino» (un’altra parola buona per tutte le stagioni delle destre estreme) che garantisce il mantenimento di una diseguaglianza attribuita alla Natura (p. 71).

Non è un caso che abbia cominciato queste pagine evidenziando la coesistenza, nel percorso di studioso e insegnante di Montanari, dell’impegno di storico dell’arte e di quello di storico del presente, che unisce l’inchiesta sul conflitto tra le regole del potere di un pontefice e la libertà di un artista alla riflessione sul conflitto tra potere politico e libertà e limiti dell’intellettuale odierno che studia, insegna, scrive, crea, dirige, recita, portando nel lavoro la propria essenza di cittadino.

La continuità del male, insomma, districa un intreccio di parole, testi, immagini che, pur propagandando o confezionando spesso dati falsi/fake news, finti o dissimulati, gettano luce sulla mentalità di chi li ha prodotti.

Non è un caso che il metodo storico di March Bloch trasmesso, in Italia, da Carlo Ginzburg alle generazioni successive, e a tutti coloro che cercano di raccontare la verità a partire dalla disamina delle fonti, abbia in comune con il lavoro degli artisti lo scopo finale; Ginzburg lo sottolineò chiudendo l’Introduzione al suo Il filo e le tracce. Vero falso finto con prosa da testamento spirituale:

«Gli storici (e, in modo diverso, i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districano l’intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo».

immagine per Floriana Conte
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Floriana Conte, normalista, è Professoressa di Storia dell’arte a UniFoggia. È membro dell’Accademia dell’Arcadia. Collabora con l’Accademia dei Lincei, l’Accademia della Crusca e attori, performer e registi (Sonia Bergamasco, Jan Fabre, Fabrizio Gifuni, Enrico Vanzina e altri).
Per l’attività scientifica e divulgativa ha ricevuto il Premio Speciale Nazionale “Nicola Zingarelli” 2021 e 2023, la Menzione speciale al Premio nazionale giornalistico “Antonio Maglio” 2023, il Premio “Giambattista Gifuni” 2024 e il Premio “Silvia Dell’Orso” 2024.
Crediti foto @Valeria Gifuni

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