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Ugo Mulas o la Storia fuori dai bordi di una fotografia alla Biennale di Venezia del 1964. Seconda parte

di Floriana Conte

Alla Biennale del 1964 partecipa per la prima volta, inizialmente in contumacia, anche un artista di un’altra generazione, accanto al quale hanno cominciato a esprimersi da artisti i giovani romani: il calabrese diventato “americano a Roma” Mimmo Rotella.

immagine per Fig 1 - Mario Carbone, Mimmo Rotella in posa per Ugo Mulas, Milano, 1970, stampa successiva a getto d’inchiostro, 33 x 45 cm @Finarte
Fig 1 – Mario Carbone, Mimmo Rotella in posa per Ugo Mulas, Milano, 1970, stampa successiva a getto d’inchiostro, 33 x 45 cm @Finarte

Questo quarantaseienne era diventato famoso mentre, dopo il tramonto, scuoiava i cartelloni pubblicitari dai loro supporti per riconvertirli nei suoi quadri. Il massimo dell’understatement di cui era capace risiedeva nell’ironia un po’ greve che metteva nel ripetere il suo motto preferito: «La mostra non era bella perché mancava un Rotella».

Rotella aveva inaugurato la moda dell’artista romano che andava a fare il viaggio di aggiornamento negli USA: nel settembre 1951 Rotella era stato infatti il primo ad andare a studiare oltreoceano. Del suo scalcagnato soggiorno d’esordio durato circa un anno all’università di Kansas City e raccontato in Autorotella (un’autobiografia dedicata in parti uguali ai successi da artista e a quelli da erotomane dell’autore) resta in loco un murale per risarcire l’ateneo dei buoni voti che il fellow non riusciva proprio a conseguire.

immagine per Fig. 2 - Alberto Sordi (nella foto con Maria Pia Casilio) interpreta Nando Mericoni in Un americano a Roma. Regia: Steno. Produzione: Excelsa Film, Ponti-De Laurentiis (Italia 1954)
Fig. 2 – Alberto Sordi (nella foto con Maria Pia Casilio) interpreta Nando Mericoni in Un americano a Roma. Regia: Steno. Produzione: Excelsa Film, Ponti-De Laurentiis (Italia 1954)

Tornato a Roma, Rotella vive una breve crisi creativa, inizia a realizzare i primi décollages che ne consolideranno la fama, intensifica una tendenza già in atto da ragazzo in Calabria a vestirsi e a fare l’americano per via dell’attrazione per i film hollywoodiani; il periodo americano fa il resto e proprio il cinema si serve dei tic di Rotella per creare uno dei personaggi più celebri della commedia all’italiana di prima generazione: Nando Mericoni che da Un giorno in pretura (uscito nei cinema il 13 gennaio 1954) transita, grazie all’intuito di Lucio Fulci, in un altro fortunatissimo film di Steno, Un americano a Roma (1954), nel quale un irresistibile Alberto Sordi recita decine di gag ispirate proprio agli atteggiamenti, alle frequentazioni e all’abbigliamento di Rotella tornato dall’America.

La fase è quella in cui Rotella attira anche l’attenzione del cinegiornale La settimana INCOM che manda in onda un breve documentario su La poesia epistaltica, che è un’altra delle idee post futuriste del vulcanico artista che scateneranno la creatività altrettanto esplosiva di Fulci e Steno.

Rotella infatti si cimenta costantemente con gli amici in ardite performance fonetiche: e chissà che anche dal linguaggio epistaltico per il quale Rotella era famoso fin dal 1949 non sia venuto a Fulci lo spunto per una lingua imbastardita da finti anglicismi e ripetizioni continue di parole inesistenti e incomprensibili come il tormentone di Mericoni in Un americano a Roma, “awanagana”.

Secondo le affermazioni serissime dello stesso Rotella nel Manifesto dell’Epistaltismo. Alfa, infatti: «Linguaggio epistaltico vuol dire inventare tutte le parole, svincolarle dal loro valore utilitario per farne dei razzi traccianti contro gli edifici decrepiti della sintassi e del vocabolario». Nel Poema suono n. 7 dello stesso 1949 la chiusa è una ripetizione triplice quasi onomatopea della parola epistaltica «alantanara», foneticamente assonante con «awanagana».

Non riuscivo ad abituarmi a quella benedetta american way of living, specialmente per quanto riguarda il cibo. Il mio stomaco non sopportava affatto quel condimento fatto di grasso animale, perciò mangiavo spesso cose semplici; uova al piatto oppure chili con carne. […] Finalmente il 15 agosto 1953 m’imbarcai per ritornare in Italia. Mio fratello Aldo venne a cercarmi al porto di Napoli: lo stesso giorno prendemmo insieme il treno per Catanzaro. Rividi i miei e gli amici.

Tutti mi domandarono incuriositi notizie riguardo al Nuovo Mondo. Dissi che l’America non era quella che di solito vediamo nei films di Hollywood. Non era fatta per un certo genere d’intellettuali, la vita era dura, le distanze enormi, le relazioni difficili. Dopo una settimana arrivai a Roma. Avevo l’impressione che tutti vestissero male, fossero dei poveracci. Un po’ per volta rividi i miei amici a cui raccontai le mie avventure americane.

Il giovane regista Lucio Fulci fece un film comico con Alberto Sordi al quale faceva sempre nominare la città di Kansas City. Aveva talmente sentito parlare da me di questa città che in tutta l’Italia divenne famosa. Fu una vera fortuna che quell’anno fossi rientrato in Italia. Volevo rimanere, dapprima, qualche anno negli Stati Uniti, ma al mio ritorno ebbi una crisi artistica per cui per qualche anno non dipinsi; continuai solo a comporre qualche nuovo poema fonetico. […]

Intanto Angelo Ripellino scrisse un poema sulla “Fiera letteraria” ispirato al mio incontro con il suo vecchio zio e i cugini. Continuai a vestirmi all’americana per un certo senso di esotismo e snobismo. Mi sono sempre vestito in maniera originale. Anche quando ero giovane e vivevo in Calabria, ero influenzato dalla moda americana dell’epoca, che vedevo nei numerosi film hollywoodiani.

immagine per Fig. 3 - Mimmo Rotella, Collage 12, 1954, decollage su tela,70.0 x 130.0 cm. ©Robilant+Voena
Fig. 3 – Mimmo Rotella, Collage 12, 1954, decollage su tela,70.0 x 130.0 cm. ©Robilant+Voena

Proprio mentre sta preparando vari quadri per la selezione della Biennale veneziana, l’11 febbraio Rotella viene arrestato nella sua casa di via Brunetti con l’accusa di spaccio di stupefacenti e possesso di materiale pornografico. Destano particolare sospetto e subbuglio dei falli di gomma, con e senza cintura, che Rotella si era fatto fabbricare a Colonia, su misure da lui stesso indicate, presso un magazzino specializzato in arnesi in gomma al quale lo aveva indirizzato il collega Wolf Vostell.

Le relative pagine dell’autobiografia hanno un tono da sceneggiatura pronta per un film, ricche come sono di particolari anche descrittivi repellenti, ma pure grotteschi, e degni di zoom da vietato ai minori vintage:

Quando la polizia nel febbraio 1964 fece la perquisizione nella mia camera da letto, nel baule trovò uno di questi arnesi. C’era attaccato un pelo. Il brigadiere mi domandò cosa volesse dire tutto ciò. Risposi che l’avevo prestato un giorno a due ragazze francesi, Michelle e Gabrielle. Però dissi anche che erano oggetti che avevo comprato per fare degli assemblages surrealisti.

Non ci credettero, così andarono a perquisire anche la casa di Michelle dove trovarono delle foto di nudi. Anche nel mio baule trovarono delle foto pornografiche e mi accusarono di commercio di materiale pornografico. Naturalmente durante il processo questa accusa cadde. […] Alla fine uno di loro volle la chiave del baule che era nella mia stanza da letto: lo aprirono e vi trovarono venticinque grammi di marijuana che avevo avuto da Adrienne, la ragazza squillo italo-corso-francese.

Un paio di settimane prima il barone Kingsland m’aveva telefonato invitandomi a passare il week-end nella sua tenuta di Eboli. Voleva che io invitassi un paio di ragazze da portare con noi. Era un periodo quello in cui lavoravo molto poiché ero stato invitato ad esporre alla Biennale di Venezia che si doveva inaugurare nel giugno del 1964.

Anche il racconto di Rotella dei cinque mesi di detenzione è già un trattamento per un film che potrebbe fare da contraltare maschile a Nella città l’inferno di Renato Castellani, con Anna Magnani e Giulietta Masina, ma anche al recente Fuori. Ippolita di Majo e Mario Martone hanno ricavato Fuori dalle memorie dilatate da Goliarda Sapienza (che nel cinema e nel teatro viveva come nei suoi elementi naturali da sempre) a partire dalla propria detenzione di cinque giorni a Rebibbia (qui l’articolo).

Rotella descrive una repentina discesa nelle malebolge di Regina Coeli in cui i veri criminali non si distinguono dai disgraziati capitati là per il rigore eccessivo della giustizia che colpisce con particolare godimento i deboli; un inferno di sporcizia e pastoni indigesti, nel quale tra i detenuti non conta il reato commesso, ma come ci si comporta reciprocamente e quanto si conoscono e si rispettano le regole non scritte del carcere.

Tuttavia essere un artista noto assume un valore sul piano reputazionale anche nella società composita di Regina Coeli:

Mi fecero entrare in una cella semibuia priva di finestra e di gabinetto. C’era solo una bacinella d’acqua ed un piatto con un panino raffermo e del formaggio. Non toccai nulla. Il mio stomaco ormai s’era chiuso. […] L’indomani la campanella suonò verso le sei della mattina. Mi spedirono a fare la doccia insieme ad altri detenuti appena arrivati. Mi rifiutai di farla, avevo freddo. Era un camerone dove c’erano cinque o sei docce in comune. I vapori rendevano la scena assolutamente infernale. […]

Mi assegnarono una cella al terzo piano del terzo braccio, il cosiddetto braccio della morte. Mi spiegarono in seguito che era chiamato così perché durante l’ultima guerra molti ebrei rinchiusi là dentro erano finiti nei campi di concentramento; molti erano periti durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine. […]

Due giorni dopo decisi di farmi mandare in infermeria. La mattina stessa, mi misi nella lista, poi andai a trovare il medico […]. Visto che amava l’arte, mi prese in simpatia. Nello stesso tempo avevo conosciuto l’infermiere; un ragazzo dal viso intelligente che conosceva il proprietario della galleria d’arte dove esponevo e con il quale avevo un contratto. Conosceva anche il pittore Burri.

L’infermiere mi raccomandò ad altri diverse volte, in modo che potessi fare la doccia due volte alla settimana invece che due volte al mese come da ordine ministeriale. Mi regalava anche il sapone allo zolfo. Credo che molti detenuti soffrano di malattie della pelle a causa di questa legge insensata e ridicola. […]

Intanto il mio arresto suscitava molto scalpore nel mondo artistico. Giornali e riviste parlavano di me e della faccenda. Molti giornali mi davano addosso; attaccavano il mondo artistico romano, la bohème, la dolce vita ed il vizio. In genere i giornali parlavano di noi come dei “coltivatori diretti della droga”. […]

In Italia un crimine di droga è considerato molto grave tanto che non esiste la libertà provvisoria dietro cauzione come esiste in tutti i paesi civili. Questo fatto mi ossessionò durante tutto il periodo della mia detenzione.

immagine per Fig. 4 - Plinio De Martiis, Mario Schifano, 1961, stampa alla gelatina ai sali d’argento su lastra d’alluminio, 59 x 49,5 cm ©MutualArt
Fig. 4 – Plinio De Martiis, Mario Schifano, 1961, stampa alla gelatina ai sali d’argento su lastra d’alluminio, 59 x 49,5 cm ©MutualArt

Durante la dura reclusione a Regina Coeli, Rotella delega alla selezione e all’invio dei quadri per la Biennale il suo grande amico nonché “gallerista preferito” Plinio De Martiis della Galleria La Tartaruga, il promotore di varie generazioni di artisti romani dallo spazio inevitabile di Piazza del Popolo.

Plinio è:

un ex fotografo dotato di viva intelligenza ed intuizione. Era un simpatico personaggio della vita artistica romana. Sposato ad una nipote di Pirandello, aveva aperto verso il 1945 un cabaret artistico in una via della vecchia Roma. In questo cabaret venivano recitate delle commedie d’avanguardia e veniva suonato da una orchestra locale un jazz ultramoderno.

Plinio aveva anche un passato da attore nei teatri di provincia, che nel luglio 1967 sarà ricordato (con un tono tra l’ironico e il faceto) sulle pagine del mensile d’arte «Flash»:

Plinio De Martis, il coraggioso mercante romano, in occasione della mostra di Foligno ha trascorso un breve week-end in Umbria. Con ciò Plinio è riuscito a soddisfare un suo vecchio desiderio rimasto latente nella sua coscienza a causa dei molteplici impegni: cioè quello di ripercorrere a venticinque anni di distanza le tappe gloriose del suo esordio in arte.

Infatti durante la guerra, con le truppe di occupazione, Plinio venuto a Roma dal natio selvaggio Abruzzo, ottenne ben presto un chiaro successo come attore teatrale, calcando alcuni dei più famosi teatri d’Italia. E il più famoso da lui calcato è stato il teatro di Bevagna, un paesino alla periferia di Foligno.

Così abbiamo potuto vedere Plinio di sera aggirarsi con l’occhio lucido per Bevagna e con il cuore gonfio di ricordi e di immensa tenerezza, in cerca di un volto, di una pietra, di una piazza che lo avesse rimmerso in quegli eroici momenti in cui interpretava il ‘Fornaretto di Venezia’ o ‘La Muta di Portici’ e tutta Bevagna agricola latifondista ed intellettuale era ai suoi piedi.

Il ciclo della ‘recherche’ doveva essere completato con una visita al Cochetto di Trevi, ma per opportunità (e per attaccamento all’arte) qualcuno lo ha fatto soprassedere.

Plinio è tra gli amici che assistono al processo nell’aula del tribunale romano nel quale, dal 10 giugno, Rotella deve difendersi, anche con l’aiuto di periti come Maurizio Calvesi, «critico d’arte e professore al Museo d’Arte Moderna di Roma, collaboratore diretto di Palma Bucarelli», Cesare Vivaldi, «poeta e critico d’arte al quale cedetti al momento della mia partenza per Parigi il mio appartamento-studio in via Angelo Brunetti», e Toti Scialoia, «pittore romano della vecchia guardia passato dalla scuola romana di pittura all’astrattismo».

I due critici, Calvesi e Vivaldi, e l’artista devono:

testimoniare che le fotografie pornografiche e i membri di caucciù sequestrati dalla polizia dovevano servirmi per fare degli assemblages surrealisti. Difatti i miei avvocati vollero presentare in un secondo tempo diverse riviste dove erano riprodotti alcuni miei objets riproducenti dei seni di manichini con reggipetti ed altro materiale intimo. Dovevano spiegare anche la filosofia dell’arte surrealista con riferimento alla pittura e alla scultura.

Durante i cinque mesi di carcere che terminano con un’assoluzione per insufficienza di prove e la liberazione il 17 luglio, Plinio incoraggia Rotella a non perdere le speranze nella prossima scarcerazione: «mi scriveva che sarei uscito al più presto in libertà provvisoria».

Rotella, intanto, si inserisce nell’ambiente criminale per sopravvivere e il suo talento visivo si traduce in una scrittura ecfrastica efficace, nella quale ci scappa anche un indizio buttato là (vero? Inventato?) sul mistero del caso Mattei:

Durante il passeggio intanto facevo conoscenza con parecchi criminali, ladri, magnaccia, assassini, rapinatori, lestofanti. Non parlavo con tutti, solo con i più simpatici e discreti. […]

Una volta incontrai un ragazzo siciliano sedicente poeta che mi raccontò com’era andato a finire a Regina Coeli. Collaborava ad un giornale locale, aveva truffato dei soldi, in un secondo tempo mi confessò che era sospettato di avere partecipato al complotto contro il petroliere Mattei. All’aeroporto di Augusta in Sicilia pare che qualcuno avesse introdotto nel motore dell’aereo privato un cacciavite, che aveva causato la caduta dell’apparecchio sul quale viaggiava Mattei. Questo tipo una volta mi lesse le sue poesie, mi confessò la sua miseria e la sua vita difficile.[…]

Conobbi un celebre pickpocket spagnolo molto gentile il quale mi disse di chiamarsi Carlos Gonzales. Il suo caso era molto misterioso. Doveva essere deportato per mezzo dell’Interpol in Francia dove doveva regolare anche i conti con la giustizia di quel paese. Cercava un avvocato che si interessasse al suo caso. Ma non aveva un centesimo. Prima di uscire in libertà gli promisi che gli avrei trovato un avvocato. Difatti lo feci davvero. Proposi all’avvocato Angelozzi Gariboldi d’interessarsi al caso del mio amico dietro compenso di una mia opera: gli regalai un piccolo décollage. […]

Due celle prima della mia c’erano il Messicano, il giovane ragazzo della malavita romana accusato di furto ed un napoletano figlio d’un celebre camorrista. […] Il giovane ladro aveva il corpo pieno di tatuaggi che spesso si facevano fra loro con degli aghi ed il colore veniva dato introducendo della polvere rossa nel marchio sanguinante della carne. La polvere rossa era ottenuta raschiando le mattonelle della cella. Un giorno volle che gli facessi dei disegni per i suoi nuovi tatuaggi: una mano che impugnava un pugnale ed un diavolo che colpiva col suo tridente una donna nuda per terra. Mi disse che il diavolo era lui e che la donna nuda era la sua “mina”.

Rotella racconta di un’altra caratteristica della detenzione, rimasta immutata e anzi forse accresciuta oggi: la necessità per i detenuti di assumere psicofarmaci, distribuiti regolarmente, per dormire e per resistere ai supplizi fisici e psicologici.

Nel caso di detenuti come Rotella, tali supplizi erano causati anche dalla vergogna di trovarsi in galera per un comportamento comune ad altri artisti che però si traduce in reato (come capiterà spesso a Mario Schifano che, a causa degli arresti per droga, nell’opinione pubblica e per il mercato verrà frainteso come un sempre più opaco personaggio da cronaca nera a partire dal 1967, come ho spiegato nel libro Con lo Zingarelli sotto il braccio: i libri per Mario Schifano:

Poi pensavo al reato commesso. Non era infamante. Capita spesso ad un artista di trovarsi nella mia stessa situazione. Piano piano venne lo spettro dell’insonnia. Era impossibile dormire a causa dell’ossessione.

Nelle prigioni sono pochi i detenuti che riescono a dormire. La sera passava l’infermiere il quale a richiesta ci distribuiva un tranquillante. In genere, il Librium. Io non lo prendevo mai. Non volevo assuefarmi a quella specie di droga. Infatti lo regalavo ai miei compagni di cella i quali lo prendevano a profusione.

Un artista in carcere può leggere, scrivere e fare il suo lavoro per far passare un tempo incerto che sembra infinito. Ma deve fronteggiare diversi intoppi gratuiti, creati per complicare inutilmente la vita:

I libri della povera biblioteca del carcere in genere erano libri religiosi oppure i cosiddetti “mattoni”. Ho avuto la fortuna di trovare l’Antologia di Spoon River che lessi con molta avidità. […] Appena entrato a Regina Coeli, pensai che avrei fatto bene a distrarmi disegnando oppure dipingendo. Così decisi di mettermi in contatto con il direttore delle carceri, un uomo dalla falsa apparenza gentile. Mi accorsi che era molto duro e rigoroso.

Mi disse che avrei avuto carta e colori per disegnare: invece non ho mai avuto nulla. Era proibito tenere in cella penna o matita. Non si poteva quindi disegnare, forse per paura che noi detenuti potessimo comunicare fra di noi. Potevamo solo tenere una penna a sfera d’infima qualità con cui scrivevamo ai nostri genitori, parenti ed amici.

immagine per Fig. 5 - La sala di Mimmo Rotella alla Biennale di Venezia del 1964. ©Mimmo Rotella Institute
Fig. 5 – La sala di Mimmo Rotella alla Biennale di Venezia del 1964. ©Mimmo Rotella Institute

Rotella è ossessionato anche dall’inaugurazione della Biennale: «La data fissata per la prima udienza del mio processo era il 10 giugno in tribunale. Mi illusi di poter uscire per vedere la mia sala di esposizione alla Biennale di Venezia che si inaugurava il 16 dello stesso mese».

Così l’artista prepara un minuzioso elenco manoscritto per la sala personale che gli verrà dedicata e un altrettanto minuzioso schema per l’allestimento (questi elenchi di opere per le inaugurazioni delle mostre inviati dal carcere sono una costante di questi anni: anche Schifano ne manderà uno dal carcere a Giorgio Marconi perché possa allestire una sua personale a Milano).

Finalmente Rotella riesce a raggiungere Venezia entro la chiusura della Biennale, ma la sua prima esposizione alla più prestigiosa vetrina per l’arte contemporanea dell’epoca è una delusione, anche se fa in tempo a visitare la propria sala in compagnia del Gran Maestro degli artisti gravitanti su Milano, Lucio Fontana (che, l’anno seguente, diventa il soggetto di un ritratto ovale in stile Ottocento con cui Rotella omaggia il Maestro):

Il 18 chiudeva la Biennale di Venezia dove esponevo per la prima volta. Volevo vederla ad ogni costo prima di andare a Roma dove dovevo liquidare per sempre il mio studio-appartamento. Arrivai a Venezia il mattino alle otto durante un temporale che aveva allagato la città. Scesi all’Hotel All’Angelo. Dopo aver sistemato la mia valigia attraversai a guado piazza San Marco da dove presi il vaporetto per la Biennale.

Andai dapprima al padiglione italiano; c’era ancora parecchia gente che visitava la mostra: erano gli ultimi visitatori perché la manifestazione si sarebbe chiusa l’indomani. Volli vedere la mia sala. Rimasi molto male. I miei quadri erano piazzati in una specie di corridoio di passaggio per cui non si vedevano.

Era un vero peccato: a dire di molti le mie opere erano fra le più importanti della mostra. Gli organizzatori e gli allestitori si erano dimostrati ancora una volta dei vigliacchi: pensavano che dal momento che mi trovavo in carcere non aveva importanza che i miei quadri fossero messi in buona posizione. Mi arrabbiai, bestemmiando furiosamente. Andai a cercare uno degli organizzatori, un “genio” della critica d’arte in Italia, per protestare. Lo salutai freddamente senza dargli alcuna soddisfazione.

Mi feci dare un catalogo della mostra, indi visitai rapidamente gli altri padiglioni. Mi interessava molto il padiglione americano; quell’anno difatti il primo premio fu aggiudicato a Rauschenberg.

Avevo conosciuto questo pittore qualche anno prima a Roma assieme al pittore Cy Twombly ed al gallerista Leo Castelli di New York. Mi aveva fatto una buona impressione: aveva un viso simpatico ed intelligente.

La più efficace breve ma veridica storia delle ragioni e della ricadute di quella Biennale sulle vite degli artisti e, dunque, sul mercato dell’arte contemporanea tra Roma e gli USA, si deve a un lucido, piuttosto che livoroso, Franco Angeli:

Fig. 6 – Franco Angeli, Napoleone, particolare, 1963, acrilici su tela e velatino, Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, in comodato presso la GAM, Torino. Foto: Floriana Conte

Gli americani avevano inventato solo il gigantismo e la serialità, e poi la provocazione di voler simboleggiare come monumenti della loro cultura i barattoli di zuppa o altre cose del genere. Noi italiani facevamo provocazione pura, dissacrazione artistica. Ecco perché Tano smontò a pezzi la Sistina e perché io disegnavo le lupe capitoline, simbolo quasi tabù della romanità.

Ricordo che mi criticarono nel PCI perché facevo le svastiche… ma per me erano solo simboli, gli incubi fantastici della mia infanzia. Io non mi sentivo padrone del mio destino, durante la guerra mica c’erano i giornali a fornirti le coordinate esistenziali. […] c’era gente che si accapigliava, si prostituiva per pochi metri in più alla Biennale di Venezia o alla Quadriennale di Roma. C’era e forse c’è ancora tutto un sottobosco politico-clientelare intorno a certi artisti e personaggi come me, Mario e Tano erano sistematicamente esclusi da certi giri del bon ton.

Per noi il rito della Biennale non esisteva più e ci faceva tenerezza vedere quanto si davano da fare persone come Vedova, Consagra e Turcato per esservi sempre presenti. Ma a che serve se poi i quadri non li vendi? Mica era come oggi che un qualsiasi stracciaiolo ti chiede un milione per quadro che non se lo comprerebbero nemmeno i suoi parenti più stretti!

Quando un americano prendeva un premio, dopo vendeva bene in tutti i musei. Gli italiani, invece, per mancanza di strutture pubbliche e di interesse privato, non riuscivano a vendere neppure se venivano premiati a tre Biennali di seguito! Solo gli americani sono riusciti a fare un business con la cultura. Noi al massimo copiavamo il dripping di Pollock perché era un artista genuino cui il successo non ha mai montato la testa.

Prima della Transavanguardia solo Afro ha avuto un qualche successo in America tra i pittori italiani. Era tutto strutturato differentemente. C’erano collezionisti come Stanley Moss che si sono fatti i soldi comprando i Burri a 200 dollari e vendendoli a 3mila. Questo era possibile perché in America negli anni ’60 e ’70 veniva semplicemente rifiutato tutto ciò che puzzava di cultura. Loro erano allergici alla cultura europea.

I grossi collezionisti e mercanti di oltreoceano avevano l’unica preoccupazione, il chiodo fisso di non pagare le tasse. Per cui li vedevi andare a via Margutta a comprarsi decine di milioni di lire di allora in operette di artisti di quella via. Roma era invasa dai pretini e dalle monachine di Canevari. C’era Vincent Price che fece la fortuna della Galleria 88 con questi acquisti.

Quella era l’arte che compravano gli americani in Italia! I quadretti decorativi, i paesaggetti, le marine del porto. Non volevano che l’arte creasse loro problemi visivi, prima che esistenziali.

immagine per Fig. 7 - Vincent Price in una scena del video promozionale The Vincent Price Collection of Fine Art, 1962: https://www.reddit.com/r/ObscureMedia/comments/1okf4gv/the_vincent_price_collection_of_fine_art_1962/?tl=it
Fig. 7 – Vincent Price in una scena del video promozionale The Vincent Price Collection of Fine Art, 1962

Continua…

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Floriana Conte, normalista, è Professoressa di Storia dell’arte a UniFoggia. È membro dell’Accademia dell’Arcadia. Collabora con l’Accademia dei Lincei, l’Accademia della Crusca e attori, performer e registi (Sonia Bergamasco, Jan Fabre, Fabrizio Gifuni, Enrico Vanzina e altri).
Per l’attività scientifica e divulgativa ha ricevuto il Premio Speciale Nazionale “Nicola Zingarelli” 2021 e 2023, la Menzione speciale al Premio nazionale giornalistico “Antonio Maglio” 2023, il Premio “Giambattista Gifuni” 2024 e il Premio “Silvia Dell’Orso” 2024.
Crediti foto @Valeria Gifuni

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