La fotografia di Renato D’Agostin: il valore del tempo e il peso della luce. L’intervista

Esponente di una generazione che con naturalezza si avviava al digitale, Renato D’Agostin è rimasto fedele al procedimento analogico, facendone strumento inequivocabile delle sua poetica.

Nato a San Donà di Piave nel ‘83, ha iniziato a fotografare durante gli anni del liceo. Dopo un periodo trascorso a Milano, si trasferisce a New York diventando assistente del fotografo Ralph Gibson. Usa quasi esclusivamente il Bianco e Nero, grande amore dei puristi della fotografia.

Le sue immagini astratte, avvolte da un’aura di mistero, sembrano trattenere insieme gli opposti. Lontano-vicino, grande-piccolo sono gli espedienti messi su carta: non per sottolineare contrasti e fratture, ma per tenere in perpetuo equilibrio la luce e l’ombra eternamente inseparabili e complementari.

Nel 2007 ha presentato la serie di fotografie Metropolis alla Leica Gallery di New York. Da allora sono innumerevoli le mostre negli Stati Uniti, in Europa e Asia. I suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi libri e le sue fotografie sono entrate a far parte di collezioni pubbliche come la Library of Congress e The Phillips Collection di Washington DC, così come il Center for Creative Photography in Arizona e la Maison Europeenne de la Photographie di Parigi.

Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata la tua professione?

“Avevo diciotto anni, d’estate dopo il liceo imbracciai la macchina fotografica e girai l’Europa in treno per un mese. Quello è stato il test che mi ha permesso di comprendere che la fotografia non sarebbe stata l’hobby della domenica, ma il pensiero con il quale addormentarmi la sera e svegliarmi al mattino. Nonostante si tratti di un’attività difficile, faticosa, incerta, ancora oggi è la cosa più importante e sono felice della mia decisione.”

Quanto ha determinato la scelta di stabilirti a New York nella tua formazione di fotografo professionista?

“Quando arrivai a New York, iniziai a fare le prime conoscenze e ad avere un botta e risposta costante sulle mie fotografie, perciò continuo a propormi e a confrontarmi, quotidianamente. In America esiste un grande mercato della fotografia che mi ha permesso di vivere del mio lavoro. A New York, gli incontri con galleristi, artisti, fotografi, sono molto più frequenti e meno formali che a Milano. Non dico una novità affermando che in quella città certe cose possono davvero accadere. A New York ho conosciuto il mio gallerista italiano e anche quello di Parigi. Nei due anni che ho trascorso a Milano, tutto questo era assai ridimensionato e limitato. Non sono una persona paziente quando si tratta di presentare il mio lavoro, sono paziente mentre scatto e quando sono in camera oscura, però quando ho il progetto in mano e voglio mostrarlo, la pazienza non è nelle mie corde.”

A New York hai incontrato il fotografo Ralph Gibson, divenuto il tuo mentore.

“Ralph Gibson è una leggenda vivente e credo che il suo nome possa essere annoverato tra i più grandi fotografi del mondo. Ricordo che al mattino lavoravo come dog walker, portando a spasso otto cani bellissimi, mentre al pomeriggio andavo a mostrare il mio lavoro o rimanevo in casa a cercare contatti su internet. Una sera scrissi una e-mail a Gibson, attraverso il suo sito web, mi sentivo estremamente vicino alla sua estetica e al suo modo di fotografare. Dopo una settimana non mi sembrò vero ricevere la risposta. Fu la realizzazione di un sogno, Ralph Gibson mi invitava nel suo studio a Soho. Ci andai con il mio pesantissimo portfolio, lui lo guardò e mi disse: “sei troppo italiano!”, consigliandomi di togliere immediatamente i passepartout, di mettere le foto dentro una scatola e di viaggiare leggero. Poi prese due mie stampe e le guardò intensamente dicendomi: “Ok da domani puoi venire a mettere in ordine il mio studio”. Mi ritrovai così a riordinare migliaia di volumi della storia della fotografia, in questo fantastico mega loft. Li misi in ordine geometrico e a lui piacque molto poiché condividiamo una visione molto grafica delle cose. Ebbi la possibilità di sfogliare i grandi maestri della fotografia americana, in volumi a volte introvabili, tutti con dediche appassionate “al mio amico Ralph”. Libri che spaziavano dalla musica, alla letteratura, alla poesia. La settimana successiva mi chiese come me la cavassi con la stampa del bianco e nero e io risposi che le mie foto le avevo sempre stampate da solo, così mi aprì le porte alla sua camera oscura. L’ingranditore è un Leitz Focomat 1C del 1954, piccolo e tutto sgangherato con il quale Robert Frank ha stampato tutto The Americans, e Larry Clark ha stampato tutto Tulsa e Ralph Gibson ha stampato tutta la sua vita.”

Ricordi la prima fotografia che hai stampato con questo ingranditore?

“Certo! Uno scatto degli anni sessanta che Ralph Gibson considerava il più brutto di tutta la sua carriera. L’immagine ritraeva Mary Frank la moglie di Robert Frank, sulla spiaggia in controluce. Mi disse: “Hai tre giorni di tempo per tirarne fuori una di buona”. Quando infilai il negativo nell’ingranditore mi prese il panico poiché mi resi conto che non c’era nulla di buono da tirar fuori. Dopo cinque ore, gli mostrai la mia stampa, e da lì, cominciarono cinque anni di collaborazione con quello che definisco veramente un maestro poiché si tratta di una persona fantastica, anche sotto il profilo umano. Seguendo tutti i suoi consigli ho aperto il mio studio e ad allestito la mia camera oscura a New York. Oggi è un onore ospitarlo di tanto in tanto per un caffè.”

Come mai la scelta di lavorare in analogico?

“La fotografia è scrivere con la luce. Credo che il processo analogico mi permetta fino in fondo di vivere quest’ emozione. Lo scatto è il momento di partenza col quale ci si limita a registrare sulla pellicola. In camera oscura disegni letteralmente con le mani facendo le mascherature e comprendi come una frazione di secondo, insignificante nell’arco di una giornata, diventa discriminante e faccia realmente la differenza cambiando l’emozione dell’immagine. Direi che stampando ho imparato il valore del tempo ed il peso della luce. Ho realizzato anche un video, mentre lavoro in camera oscura; è stato proiettato qualche anno fa alla Biennale di Venezia. Penso che la camera oscura dovrebbe essere insegnata nelle scuole.”

Quindi credi che la fotografia abbia un ruolo formativo importante?

“La fotografia è terapeutica, e a mio avviso in alcune situazioni lo è molto di più della scultura e della pittura, perché ha l’immediatezza che le altre forme d’arte non hanno. C’è una cosa che si chiama art therapy, e tempo fa a Parigi mi fu chiesto di insegnare a stampare in camera oscura in un istituto psichiatrico. I pazienti erano ragazzi adolescenti. Io allora avevo solo 24 anni e quella fu una delle esperienze più forti e significative della mia vita. La fotografia ti insegna ad accettare l’errore: parlo, naturalmente, delle pellicola, poiché con il digitale il discorso è diverso. Quando scatti in pellicola, scatti quello che senti e non quello che vedi sul display e, una volta stampati i provini a contatto, impari ad accettare il risultato e le foto sbagliate, che non metti in una cartella o butti nel cestino, ma rimangono insieme ai tuoi negativi, belli e brutti, e dopo qualche anno ti accorgi di un’immagine bellissima che non avevi neppure preso in considerazione. Trovo tutto questo estremamente formativo.”

Oltre naturalmente a Ralph Gibson, quali sono i fotografi che hanno influenzato il tuo stile?

“Mi sento molto vicino agli anni cinquanta della fotografia americana: Ray Metzker, Saul Leiter, ma anche gli italiani Mario Giacomelli ed il primissimo Fulvio Roiter, quello del bianco e nero che forse non tutti conoscono. L’influenza del lavoro d’altri e stato un tema che ho affrontato spesso con Ralph Gibson. Lui mi raccontava dell’influenza avuta da Robert Frank, all’epoca nella quale Gibson era suo assistente. Io gli parlavo dell’influenza gibsoniana nel mio lavoro di Tokio. L’influenza è un’arma a doppio taglio e il difficile, è comprendere quand’è il momento di scegliere la scorciatoia al fine di imboccare la propria strada. Una cosa bella che ricordo, è quando Gibson mi chiedeva se avevo fotografie nuove da mostrargli, ed io spiegavo che ero troppo preso da mille lavori che facevo per sopravvivere e non avevo niente di nuovo, a quel punto lui mi diceva: “Ricordati Renato che sei tu che devi ispirare me e non il contrario”. Questa fu un’importante molla che mi spinse a non separarmi mai dalla macchina fotografica.”

Alla luce del tuo stile fotografico, fatto di bianchi abbacinanti e neri profondi, che sono in qualche modo la tua firma, viene da chiederti; quanto il bianco e nero è già parte del tuo vedere il mondo?

“Chiaramente come ogni fotografo che lavora in bianco e nero sono portato a considerare quello che vedo sotto questo aspetto. So che a una determinata tonalità di rosso corrisponde una determinata tonalità di grigio e questo influisce molto nella percezione della realtà. Diverso è quando scatto a colori, come nel caso del mio ultimo progetto Frecce, realizzato a Jesolo durante un’esibizione delle Frecce Tricolore. Il colore è molto più aggressivo, è più vicino alla realtà; è meno silenzioso del bianco e nero e lascia meno spazio all’immaginazione. Naturalmente, si tratta del mio pensiero, se invece lo avessimo chiesto a Luigi Ghirri… ecco che la risposta sarebbe stata diversa, poiché diversi sono significati che il colore assume nella sua poetica.”

Le tue fotografie non rappresentano mai un volto in modo evidente e sono molto giocate sulla distanza del soggetto, da vicino, da lontano, sulle sfocature, sulle sovrapposizioni. Quanto è importante la distanza, rispetto a questo tuo modo di ridimensionare il mondo, e in quali dei tuoi progetti hai avuto maggiori difficoltà rispetto appunto alla distanza?

“Mi sono trovato molto a mio agio nei progetti realizzati in Asia, quello su Shanghai, ma ancor più a Tokio. Lì, vi era prima di tutto una distanza psicologica, culturale, linguistica. Quando arrivai a Tokio nel 2007 lo shock culturale fu fortissimo e lo ho messo tutto in fotografia poiché ho trovato la distanza che cercavo. È quanto mi è accaduto a Los Angeles, dove il senso di alienazione, di desolazione è fortissimo. Ecco, in questi posti mi trovo bene a fotografare. Ho avuto problemi a Istanbul, perché la cultura è molto profonda e tutto è basato sulla vicinanza, a cominciare dall’urbanistica, ma anche la lingua stessa. Lì ho avuto dei problemi seri a scattare ma amo le sfide e il risultato, è stato uno dei miei progetti preferiti. Anche Venezia è stato un progetto problematico per me poiché conosco la lingua e perché Venezia è da sempre fotograficamente un cliché: lì tutto è stato fatto. Quando fotografo ho bisogno di sentirmi isolato, spaesato e di entrare in una sorta di trance. Credo di non aver mai scattato una foto senza avere nelle orecchie una musica di sottofondo. Mi piace forzare quel sentimento che sto cercando. In camera oscura ascolto lo stesso brano decine di volte per trovare un’atmosfera precisa.”

Hai fatto molti viaggi, dove ti senti a casa?

“In realtà mi sento a casa dove mi trovo in quel momento. Mi basta avere la macchina fotografica e lo zaino pieno di pellicole, non mi serve molto di più. Potrei anche dirti che mi sento a casa dove sono conservati i miei negativi, e in questo momento direi New York poiché è lì che produco tutto il mio lavoro. L’estate scorsa ho riallestito una camera oscura a San Donà… e sta tornando un po’ casa. Comunque la dimensione del viaggio è quella che preferisco.”

 Vorrei che tu mi parlassi dei libri che realizzi dopo ogni tuo viaggio-progetto.

“I libri sono una mia ossessione, e quelli fotografici in particolare. Il primo che ho realizzato è stato quello su Tokio, partendo dal mio amore per i libri giapponesi: Daido Moriyama, Hiroshi Sugimoto, Eikoh Hosoe. Soprattutto negli anni cinquanta il libro fotografico giapponese, rappresentava l’opera finale del fotografo, poiché non esisteva un mercato della fotografia e anche la mostra espositiva è nata dopo. Sono i più ricercati dai collezionisti, poiché, l’aspetto grafico all’ora modernissimo, rappresenta anche oggi un punto di riferimento. Interessato a tutto questo, decisi di andare a Tokio e al mio ritorno cominciai a pensare ad un libro. Attraverso questa esperienza compresi quanto il mio progetto doveva dipendere, anche in futuro, dall’idea finale del libro, dove il progetto fotografico vive conservato e protetto da qui all’eternità. A differenza della mostra, che cambia sempre, poiché dipende da moltissimi fattori, il libro non cambia mai. Le fotografie avranno sempre la stessa sequenza, la stessa dimensione e verranno viste dalla stessa distanza. Questo è per me importantissimo.”

Nel libro di Tokio oltre quello di Gibson c’è un altro testo…

“Il testo è per me, molto rilevante nella costruzione del libro, poiché non faccio cataloghi di fotografia, ma libri devono funzionare indipendentemente dalla mostra. Oltre al testo di Gibson, vi è quello di Eikoh Hosoe. All’inizio non sapevo se inserirlo, poiché è un testo molto forte sui bombardamenti americani alla città di Tokio, durante la seconda Guerra mondiale. Pubblicando il libro proprio negli Stati Uniti, mi assalirono molti dubbi. Alla fine mi decisi!”

Come sei arrivato a Eikoh Hosoe?

“Ho avuto una grande fortuna poiché in Giappone non è semplice trovare un indirizzo. Lo avevo sentito al telefono il mattino. Mi chiese se avevo un cellulare giapponese. Dissi di no e lui sembrò poco fiducioso della riuscita della mia impresa. Era una giornata grigia e piovosa. Cercai molto, ma dopo parecchio tempo non avevo ancora trovato l’indirizzo… anche perché lì, non esistono i numeri civici. Ero già in ritardo per l’appuntamento, chiedevo a tutti ma nessuno parlava inglese. Finalmente in una pulitura a secco feci la descrizione del fotografo basso con occhiali spessi e la macchina fotografica e lei mi disse: “Certo, sta qui sopra”.”

Recentemente alcune tue fotografie sono state acquistate da due musei importanti di Washington: la Phillips Collection e la Library of Congress.

“Mi sono sentito onorato di fare il mio ingresso, a trentuno anni, in due collezioni così autorevoli come la Libreria del Congresso e la Phillips Collection. Sono collezioni dove non sono presenti tanti giovani e non sono presenti tanti fotografi europei. La Libreria del Congresso conserva tutti i grandi maestri della fotografia ed essere tra loro è un’emozione fortissima poiché sei consapevole che la tua fotografia rimarrà lì per sempre, ed in buona compagnia… Questo ha a che fare con l’eternità.”

Parlando di stampe: come avviene la tua produzione, in termini di formati e di edizioni? Come funziona in Italia e esistono differenze rispetto all’America? Come vivi, infine, la separazione dalle tue fotografie?

“Solitamente faccio tre formati di ogni fotografia, sono tutte stampe realizzate da me in camera oscura. Sono edizioni di 25 esemplari per le piccole e le medie, mentre sono solamente 5 le stampe grandi 66x100cm. Di base conservo sempre per me le numero uno, due, e tre, come mi ha insegnato Ralph, le tengo per il futuro.

Per quanto riguarda le quantità, in Italia venticinque esemplari sono considerati tanti, mentre negli stati uniti tirature di questa entità sono assolutamente normali. L’Italia ha un problema di comprensione culturale. Io, quando posso, porto il collezionista in camera oscura per mostrargli quante sono le variabili e fino a che punto una stampa artigianale possa essere considerata un multiplo. Considerando che sono stampe che eseguo anche a distanza di anni, sono similissime ma hanno quella diversità e quell’unicità che per me sono importantissime. Il paragone con una stampa digitale è assolutamente impossibile, poiché in questo caso le stampe sono identiche.”

Tobia Donà

Tobia Donà

Tobia Donà (Adria 1971), è architetto, si è laureato a Venezia, sua città d’adozione.
Fin da giovanissimo si occupa di architettura, arte e fotografia, passioni per che gli ha trasmesso il padre scenografo. Tutta la sua formazione verte sulla fusione di questo trinomio, attraverso il quale egli approccia ai suoi progetti. Attualmente è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Scenica, scuola di scenografia del melodramma di Cesena, dove insegna “teoria e pratica del disegno prospettico”. Pubblica i suoi scritti sui temi dell’arte e dell’architettura su diverse riviste, locali e nazionali, e saltuariamente sui quotidiani, oltre che diffonderli nel web. In questi anni, tra università, impegni professionali e stage di approfondimento ha avuto modo di collaborare e studiare con importanti personalità della cultura quali: Italo Zannier, Lucien Clergue, Franco Fontana, Enzo Siviero, Peter Shire, Aldo Rossi e Gino Valle. Ultimamente sta portando avanti progetti culturali che mettono in relazione, arte, industria e territorio.

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