Cristina Burns: fotografia, mixed media per una sorta di nuovo barocco napoletano

Nata a El Puerto de Santa Maria, piccola località dell’Andalusia affacciata sull’Oceano Atlantico, Cristina Burns è una giovane mix media artist che da molto tempo risiede a Napoli (una sua personale, CandyLand, si è tenuta dal 7 al 17 settembre 2018 al Museo PAN proprio a Napoli, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune).

Attraverso la fotografia dà forma ad un surreale immaginario visivo che racchiude in sé la fusione di due culture artistiche dando vita a quello che, con una punta di ironia, potremo definire un nuovo barocco napoletano.

Ci sono fotografie che ci colpiscono per la loro apertura al possibile, coniugando immaginazione e verosimiglianza. Ci stupiscono con invenzioni, scenari e oggetti inaspettati. Mondi e cose impossibili nella realtà oppure, invece così probabili e vicine al nostro inconscio. Immagini alternative a un pensiero a senso unico, ci mostrano un mondo che permette di dare corpo all’invenzione, a uno scenario psicologico e intersoggettivo nel quale collocare pensieri e fraintendimenti. Per stupire fanno leva sulla nostra esperienza, invertendo tutto ciò che normalmente si darebbe per scontato.

E’ certamente il caso delle fotografie di Cristina Burns che sperimentando inediti contrasti alla ricerca di sincrasi visuali, possiedono l’incanto nel vedere oltre la realtà. Le sue fotografie, passando per lo straniamento e la curiosità, diventano meraviglia e possono portare all’estasi.

Le chiediamo: Cristina poi raccontarci come sei approdata alla fotografia? 

Il mio non è stato un incontro casuale, né un amore a prima vista di quelli che bruciano in fretta. Credo sia piuttosto scaturito da qualcosa che avevo già dentro. Non ho seguito un esempio o un maestro in particolare, ma forse più una consapevolezza di vita, un bisogno costante che mi ha illuminato e continua a farlo. Attraverso il mio lavoro fotografico cerco di avvicinarmi e analizzare tutto ciò che mi circonda compresi anche i problemi del nostro pianeta. La fotografia rappresenta un mondo parallelo in cui poter entrare liberamente e che mi permette di evadere dalla realtà trasformandola in una mia visione onirica, ma non è per me un luogo in cui nascondermi o rifugiarmi, piuttosto la possibilità di poter esprimere molte delle sfaccettature che condizionano il nostro vivere quotidiano. Mi piacerebbe che il mio lavoro fotografico arrivasse come messaggio artistico alla coscienza dello spettatore per risvegliarne domande, dubbi, discussioni.

Come nascono le tue immagini? 

Di solito lascio che siano proprio le mie immagini a parlare. Il fatto è che tutti i miei lavori sono in stretto contatto con il mio cuore, da dove sono scaturiti con forza. Sono idee che entrano in gioco e che elaboro per trasformarle nella realtà dei miei sogni. Come Street-Photographer amo guardare ciò che più attrae e risveglia la mia curiosità. Le architetture dei palazzi hanno così cominciato a prendere forma, spesso sovrastate da nuvole, come spettri dalle sembianze mutevoli (Haunted Mansion).
Dagli angoli bui di una vetrina all’improvviso ecco saltare fuori la grande anima di piccoli oggetti… Nel tentativo di volersi riappropriare dello spazio urbano, animali fantastici si aggirano come appena usciti da un’incredibile favola (Urban Fairy Tales)!
Un invitante vassoio di dolci si trasforma in inquietante cibo per “Generazioni Future”.
Non per ultimo il dar voce a un vissuto quotidiano: i miei desideri, le mie inquietudini, i ricordi strettamente legati alla mia infanzia, il mio amore per l’antropologia, tutto si mescola per venire fuori all’improvviso a seconda dei miei stati d’animo!
Dietro ogni immagine ci sono passione e ore di lavoro, il desiderio di una sperimentazione infinita che mi spinge nell’assemblare “Working tables” con infiniti particolari, una sfida che mi porta a crescere e a voler migliorare.

Quali tecniche usi? 

Generalmente il mio lavoro si suddivide in varie fasi. Lo studio della composizione, relativamente a ciò che voglio rappresentare, l’assemblage per creare una composizione da cui trarre diversi scatti ed infine e ritengo siano necessarie delle variazioni, la post produzione; la manipolazione dell’immagine ottenuta, attraverso un’attenta elaborazione, al fine di ottenere i risultati desiderati. Io utilizzo tecniche e procedimenti molto diversi al fine di dare ampio spazio alla mia sperimentazione.

Qual è a tuo avviso il rapporto tra realtà e finzione, nella fotografia contemporanea?

In fotografia la contrapposizione finzione/realtà è sempre esistita. Basti pensare ai ritocchi realizzati a mano dai primi ritrattisti dell’800 e a come artisti rivoluzionari e innovatori, precursori di un cammino che sarebbe stato seguito dai più, abbiano utilizzato il mezzo fotografico per esprimere se stessi, indirizzando la loro ricerca e sperimentazione ben oltre i confini del reale. Del resto l’uomo, pur di inseguire i propri sogni tende a oltrepassare i propri i limiti e confini, superando se stesso, spingendosi oltre il visibile. E se consideriamo la realtà come il visibile, ci rendiamo conto dei limiti con i quali essa si presenta. Se oggi nella fotografia, anche grazie alle nuove tecnologie, ci si avvicina sempre più all’utilizzo di particolari fantastici, questo accade probabilmente per arricchire la nostra realtà tangibile che decidiamo di trascendere pur di dare forza al messaggio artistico.

Quale ruolo ha il colore nelle tue fotografie?

Per me il colore è fondamentale e imprescindibile, rappresenta la vita. È l’essenza delle sfumature che definiscono gli stati d’animo. Quando progetto una mia nuova opera, è il mio stato d’animo che mi suggerisce la scelta di un determinato colore rispetto a un altro. Il come e quanto dosarlo. Oserei dire che il Colore è il “pane dell’arte”, poiché riesci a sentirne il profumo… Colori che scaturiscono da note musicali e come musica stemperati nell’aria, o con forza sulla tela, come strumenti possibili d’emozioni infinite. Oppure catturati e fermati in un solo istante davanti all’obiettivo di un fotografo! Eppure sembra facile: basta solo saper scegliere ma, è proprio questo che fa la differenza e determina ciò che si potrà o no, definire un capolavoro!

Fotografia d’arte o fotografia commerciale? 

L’arte è il modo magnifico di trasmettere emozioni, il saper creare e soprattutto comunicare con il linguaggio dei sentimenti. Abbiamo bisogno di credere, sognare, stupirci.

Può l’arte essere utilizzata per scopi commerciali? Certamente sì. E lo vediamo nella miriade di messaggi visivi e pubblicitari. Spesso sentiamo parlare di fotografia artistica e commerciale, ma qual è la differenza fra le due? La fotografia d’arte nasce dal bisogno dell’artista di esprimere se stesso e di comunicare il suo messaggio, senza essere influenzato da altro. Invece quella commerciale è il risultato d’indicazioni date all’autore dal committente. In genere la fotografia d’arte, entra solo in alcuni circuiti: collezionismo, musei, gallerie. Molti fotografi lavorano costantemente nel campo pubblicitario, ma per questo non sono da considerarsi meno artisti. Molti fotografi nel prestare loro opere a campagne pubblicitarie o di sensibilizzazione, arrivano a pubblicizzare se stessi, grazie al forte impatto del loro lavoro.
In effetti, non è tanto il fatto di commercializzare le proprie immagini, ma riuscire a rimanere se stessi e come artisti non svendere i propri sentimenti, originalità e spessore alle mode del momento. L’importante è che l’arte non svenda se stessa.

Com’è il mercato della fotografia?

L’interesse per la foto d’arte si sia molto accentuato in questi ultimi anni.
I collezionisti si sono recentemente orientati verso la fotografia vintage, moderna ed è forse un po’ meno richiesta la fotografia contemporanea. In termini economici questo significa un costante aumento del valore delle opere. Le case d’asta straniere sono le più importanti e dirigono andamenti e oscillazioni di mercato, coadiuvate da importanti fiere di settore.
Anche in Italia finalmente qualcosa si sta movimentando attirando l’interesse di amatori e collezionisti e il mercato italiano offre ottimi affari rispetto a quello estero.
A dispetto del monopolio delle principali case d’asta straniere, esiste per fortuna un mercato, rivolto ad un pubblico più ampio, con prezzi abbordabili,  che permette a chiunque di regalarsi finalmente una meravigliosa foto del proprio artista preferito.

immagine per Cristina Burns
Poster
Tobia Donà

Tobia Donà

Tobia Donà (Adria 1971), è architetto, si è laureato a Venezia, sua città d’adozione.
Fin da giovanissimo si occupa di architettura, arte e fotografia, passioni per che gli ha trasmesso il padre scenografo. Tutta la sua formazione verte sulla fusione di questo trinomio, attraverso il quale egli approccia ai suoi progetti. Attualmente è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Scenica, scuola di scenografia del melodramma di Cesena, dove insegna “teoria e pratica del disegno prospettico”. Pubblica i suoi scritti sui temi dell’arte e dell’architettura su diverse riviste, locali e nazionali, e saltuariamente sui quotidiani, oltre che diffonderli nel web. In questi anni, tra università, impegni professionali e stage di approfondimento ha avuto modo di collaborare e studiare con importanti personalità della cultura quali: Italo Zannier, Lucien Clergue, Franco Fontana, Enzo Siviero, Peter Shire, Aldo Rossi e Gino Valle. Ultimamente sta portando avanti progetti culturali che mettono in relazione, arte, industria e territorio.

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