Liu Bolin. Camouflage e altre storie. L’Arte fotografica e performativa dell’Invisible Man

Liu Bolin, spesso chiamato anche The Invisible Man, è un fotografo e artista cinese di cui una mostra al Vittoriano (visitabile sino al primo luglio) racconta la storia attraverso oltre 70 fotografie.

Del suo lavoro, lui stesso  ha detto:

“Ho scelto di mimetizzare il mio corpo nell’ambiente perché in questo modo le persone presteranno maggiore attenzione agli aspetti sociali dello sfondo”.

E’ questo dunque il senso delle sue immagini: perdendosi nella realtà e immergersi nelle cose del mondo fino farne parte, per mettere in evidenza questioni che ci riguardano tutti. Per creare le sue opere Bolin sceglie accuratamente la location e, con la complicità di un team di pittori attende in posa per ore che sia completato quel meticoloso lavoro di body painting, volto a rendere il suo corpo perfettamente mimetizzato nello sfondo.

È incredibile notare come immagini di questo tipo, così attraenti e curiose tanto da essere veicolate in modo virale nel web, nascano da un lavoro manuale che niente ha a che vedere con il foto-ritocco e la post-produzione, ma anzi molto più vicino al metodo operativo della bottega di un pittore del XV secolo, dove ad aiutare il maestro erano in molti, ognuno con un proprio e specifico ruolo.

Ma c’è qualcosa di più che lega queste immagini a un’ideale rinascimentale.

Pico della Mirandola filosofo del ‘400, affermava che Dio ha posto nell’uomo non una natura determinata, ma un’indeterminatezza che è dunque la sua propria natura e che egli può regolare come crede, per fare ciò che vuole. Questo bisogno di porre una nuova fiducia nell’uomo unitamente alla necessità di rimarcarne la dignità, evidenzia quanto poco vi sia di ludico o superficiale nella fotografia di Liu Bolin.

Nato artisticamente come scultore, Liu ha messo in scena il suo primo lavoro invisibile nel 2005, quando una vasta zona di Pechino (il Suojia Village International Arts Camp), abitata per lo più da artisti e nella quale anch’egli aveva lo studio, fu abbattuta dal governo cinese per fare spazio a nuove strutture in vista dei Giochi Olimpici. Si tratta di immagini molto toccanti, nelle quali l’artista appare appunto per la prima volta mimetizzato difronte  alle macerie del suo atelier. Una presenza evanescente, quasi impercettibile, ma al contempo impossibile da ignorare. E’ questo disturbo nell’immagine, questo corto circuito che dura alcuni attimi prima che il nostro cervello riesca, superando la fatica, metterne a fuoco i contorni, a dare forza e irresistibile fascino al suo lavoro.

Ha raccontato l’artista, a tal proposito:

“È stata un’azione che ha richiesto un dispiegamento di molte energie – pur di rappresentare la mia protesta, diventando un’astuta eco di visibilità per puntare i riflettori sulla difesa di un sogno: quello della libertà nell’arte”.

Dopo di questa prima serie di fotografie, intitolata Hiding in the City, il progetto è continuato prendendo maggiore forma e consistenza, indirizzando le proprie critiche alle politiche di regime allora in atto in Cina. Sono espressione di questo nuovo ciclo le immagini nelle quali l’artista scompare davanti agli ideogrammi di propaganda politica, dipinti sui muri in piazza Tienanmen. Inizia così la sua straordinaria carriera, con un successo tanto grande quanto inaspettato.

Le sue performance lasciano la Cina per migrare in vari luoghi del mondo, simbolo del nostro contemporaneo, per attivare riflessioni su temi politico-sociali globali, come ad esempio il rapporto tra società civile e potere finanziario, realizzata davanti al Toro di Wall Street, nella quale l’artista ne assume i colori e le sembianze (serie Hiding in New York, 2011).  Come anche la cospicua serie che riguarda i monumenti, il rapporto con il passato e la conservazione o distruzione della memoria storica, che in Italia l’ha visto davanti ai principali simboli della nostra cultura e del nostro passato: Piazza San Marco a Venezia, il Teatro Alla Scala di Milano o l’Arena di Verona (serie Hiding in Italy, 2010).

Immagini, queste, tanto potenti capaci creare stupore e meraviglia, non potevano passare inosservate ai grandi brand che se le contendono come icona dei loro prodotti. Sono, Tod’s, Ferrari o Moncler, che addirittura crea un piumino con impresso sul tessuto il camouflage usato dall’artista per scomparire davanti un iceberg.

La mostra al Vittoriano, meglio di mille parole, vi racconterà oltre dieci anni del suo lavoro, dalla prima perfomance a Pechino fino agli scatti più recenti appositamente realizzati, alla Reggia di Caserta e al Colosseo, per la mostra romana. Una visita nella quale sperimentare il piacere baudelairiano di perdersi o il desiderio pirandelliano di scomparire per sempre, come Mattia Pascal!

Liu Bolin – The Invisible Man

  • Con il patrocinio della Regione Lazio e Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale e quello della Fondazione Italia Cina, la mostra è prodotta e organizzata da Gruppo Arthemisia in collaborazione con la Galleria Boxart, ed è curata da Raffaele Gavarro.
  • Ala Brasini,  Complesso del Vittoriano, Roma
  • 2 marzo – 1 luglio 2018
  • http://www.arthemisia.it/it/liu-bolin-the-invisible-man/
Tobia Donà

Tobia Donà

Tobia Donà (Adria 1971), è architetto, si è laureato a Venezia, sua città d’adozione.
Fin da giovanissimo si occupa di architettura, arte e fotografia, passioni per che gli ha trasmesso il padre scenografo. Tutta la sua formazione verte sulla fusione di questo trinomio, attraverso il quale egli approccia ai suoi progetti. Attualmente è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Scenica, scuola di scenografia del melodramma di Cesena, dove insegna “teoria e pratica del disegno prospettico”. Pubblica i suoi scritti sui temi dell’arte e dell’architettura su diverse riviste, locali e nazionali, e saltuariamente sui quotidiani, oltre che diffonderli nel web. In questi anni, tra università, impegni professionali e stage di approfondimento ha avuto modo di collaborare e studiare con importanti personalità della cultura quali: Italo Zannier, Lucien Clergue, Franco Fontana, Enzo Siviero, Peter Shire, Aldo Rossi e Gino Valle. Ultimamente sta portando avanti progetti culturali che mettono in relazione, arte, industria e territorio.

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