Paolo Roversi. Studio Luce

Le sue immagini possiedono l’impalpabile delicatezza di una poesia d’amore. Gigante della fotografia di moda, Paolo Roversi ha scritto con la luce le più belle pagine sulla bellezza femminile degli ultimi quarant’anni. Ad ottobre il museo Mar di Ravenna, città nella quale è nato, celebra la sua arte con un’importante mostra antologica realizzata in collaborazione con Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli.

E pensare che di fronte alla prima fotografia della storia, quella che Nicéphore Niépce realizzò con ben otto ore di posa, dalla finestra del suo studio a Le Gras nel 1826, tutto il mondo accademico di Francia concordava nel definirla un disegno automatico creato con la luce, nel quale non vi era pressoché intervento umano. Ci volle poi un bel po’ di tempo prima che la fotografia venisse definitivamente accettata e compresa come opera d’arte e non sterile riproduzione della realtà. Eppure quel piccolo miracolo della luce era già una visione arbitraria e personale di un fotografo che ha deciso cosa mostrarci e soprattutto come.

Paolo Roversi ha raccontato di aver dormito un’intera notte sotto quella finestra e di essersi sentito come dentro la grotta di Betlemme. Questo dice molto del suo pensiero sulla fotografia che è per lui, non la rappresentazione della realtà, ma qualcosa di più profondo, che solo attraverso la luce è possibile rivelare.

Prendiamo ad esempio la fotografia di moda: sfogliando una rivista del settore vedremo quant’è diverso lo sguardo dei fotografi che ci mostrano le creazioni delle varie maisons. I migliori sono come abili musicisti, non riproduco solo uno spartito, l’abito appunto, ma lo sanno interpretare; mostrandoci lo spirito e le emozioni di chi lo ha disegnato. Paolo Roversi è uno di questi, uno dei primi e pochi grandi maestri italiani ad affermarsi a livello internazionale nella fotografia di moda, e sua quest’anno è anche la firma del prestigioso Calendario Pirelli.

Nato a Ravenna nel 1947, inizia a fotografare fin da giovanissimo durante un viaggio in Spagna. Al ritorno allestirà una piccola camera oscura in cantina, affascinato dalle molteplici possibilità del bianco e nero, sperimenterà come manipolare la luce per modificare i toni, il contrasto e le atmosfere. Sarà l’incontro con Peter Knapp, direttore artistico della storica rivista Elle, avvenuto a Brisighella nei primi anni settanta, a casa del pittore Mattia Moreni, a cambiare definitivamente il corso della sua vita.  Si trasferirà a Parigi nel ‘73 dove ancora oggi lavora nel proprio atelier di Rue Paul Fort, che ha chiamato Studio Luce.

A parte rare eccezioni, lavora sempre lì, in uno spazio scarno ed essenziale come lo sono le sue fotografie, private di tutto il superfluo per vedere oltre le apparenze. Penso agli Impressionisti, che definivano “occhio innocente” la volontà di registrare con la pittura, solo quello che appariva alla vista, privato della conoscenza, un’operazione che nella realtà è impossibile da realizzare poiché quello che l’occhio vede è frutto della conoscenza che abbiamo delle cose del mondo.

Roversi con la sua tecnica inconfondibile, utilizza la luce per disegnare i suoi servizi di moda, i suoi ritratti o una natura morta, dando forma ad un mistero antico che ha radici nella storia della fotografia. In ogni immagine riconosciamo l’atmosfera che Roversi ha portato sino a Parigi nella sua personale valigia dei ricordi. Sono i contorni rarefatti di Ravenna, città pervasa dalla nebbia, silenziosa e tersa interrotta qua e là dallo sfavillio spirituale dei suoi mosaici, quelli di Sant’Apollinare di San Vitale e Galla Placidia.

L’immaginario di Paolo Roversi, in mostra ad ottobre al Mar di Ravenna dal 10 ottobre, è presentato a partire dalle prime fotografie di moda e i ritratti di colleghi fotografi come Robert Frank, Anton Corbijn e Peter Lindbergh che si alternano a fotografie di still life di sedie e sgabelli che l’autore ha trovato abbandonati per strada. In alcune fotografie vi è la Deardoff, la macchina fotografica a soffietto, realizzata in legno, con cui Roversi sin dall’inizio scatta gran parte delle sue fotografie.

Alcune sale del museo ospitano i suoi lavori più recenti, come una selezione di scatti del calendario Pirelli 2020, infine una serie di scatti di moda inediti, esposti qui per la prima volta, frutto del lavoro decennale per brand come Dior e Comme des Garçons e il magazine “Vogue Italia”, in una sequenza che arriva agli editoriali più recenti. La mostra, che si sviluppa sui tre piani espositivi è cura di Chiara Bardelli Nonino con le scenografie di Jean–Hugues de Chatillon, ed è la prima esplorazione così approfondita di un universo visivo particolarmente ricco e complesso qual è quello di Paolo Roversi.

immagine per Paolo Roversi
Self portrait, Paris 2011 © Paolo Roversi

Info mostra

  • Paolo Roversi – Studio Luce
  • MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna
  • Enti organizzatori: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura; MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna
  • A cura di Chiara Bardelli Nonino
  • Scenografie di  Jean-Hugues de Chatillon
  • 10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021
Tobia Donà

Tobia Donà

Tobia Donà (Adria 1971), è architetto, si è laureato a Venezia, sua città d’adozione.
Fin da giovanissimo si occupa di architettura, arte e fotografia, passioni per che gli ha trasmesso il padre scenografo. Tutta la sua formazione verte sulla fusione di questo trinomio, attraverso il quale egli approccia ai suoi progetti. Attualmente è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Scenica, scuola di scenografia del melodramma di Cesena, dove insegna “teoria e pratica del disegno prospettico”. Pubblica i suoi scritti sui temi dell’arte e dell’architettura su diverse riviste, locali e nazionali, e saltuariamente sui quotidiani, oltre che diffonderli nel web. In questi anni, tra università, impegni professionali e stage di approfondimento ha avuto modo di collaborare e studiare con importanti personalità della cultura quali: Italo Zannier, Lucien Clergue, Franco Fontana, Enzo Siviero, Peter Shire, Aldo Rossi e Gino Valle. Ultimamente sta portando avanti progetti culturali che mettono in relazione, arte, industria e territorio.

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