Re-performance. Marina Abramović

Terminerà a gennaio la mostra dedicata a Marina Abramović (Belgrado, 1946), “nonna della performance art”, come lei stessa ama definirsi e che, a settant’anni passati, continua a restare sul piedistallo più alto dell’arte contemporanea.

Per Palazzo Strozzi a Firenze, sarà anche la prima esposizione dedicata ad una donna. Per l’Italia la prima ed unica retrospettiva di una delle personalità più celebri e discusse dell’arte internazionale, che con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance mettendo alla prova i limiti del proprio corpo e le sue potenzialità di espressione.

L’evento nasce dalla collaborazione diretta con l’artista, che addirittura descriverà il suo lavoro con la propria voce registrata nelle audioguida, accompagnando il visitatore in un viaggio immersivo e spirituale.

L’evento si pone come una straordinaria rassegna che riunisce oltre cento opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi dell’artista, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni, ma anche la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance da parte di un gruppo di giovani performer e formati dall’artista in occasione della mostra.

Marina Abramović ha raccolto la sfida di utilizzare il palazzo rinascimentale come luogo espositivo unitario, unendo Piano Nobile, Strozzina e cortile, confrontandosi con un contesto ricco di storia e di sollecitazioni.

Un viaggio che ci parla di ricerca e desiderio di sperimentare la trasformazione emotiva e spirituale. Intitolata The Cleaner, facendo riferimento a un particolare momento creativo ed esistenziale dell’artista sulla propria vita, la mostra si prefigura essa stessa come un’inedita nuova opera d’arte, come ha dichiarato l’artista:

“Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino”

Si tratta quindi di una riflessione profonda e personale sul proprio vissuto, sulla propria carriera nella quale arte e vita non sono mai separate anzi, è proprio dall’esperienza vissuta che nasce l’opera e la mostra stessa, in un paese l’Italia, che ha un significato particolarmente importante nell’evoluzione del suo percorso artistico.

Era il 2 giugno del 1977, quando alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna andava in scena una performance destinata a diventare tra le più celebri mai realizzate: l’artista serba Marina Abramovic, allora ventinovenne ma già tra le performer più controverse di tutto il panorama artistico, e il suo compagno, il tedesco Ulay (nome d’arte di Frank Uwe Laysiepen), decidono di porsi completamente nudi, uno di fronte all’altro, all’ingresso della Galleria.

La performance s’intitolava Imponderabilia e il pubblico si trovava costretto a entrare nel museo oltrepassando i corpi dei due artisti. E dal momento che lo spazio era strettissimo, i visitatori non potevano passare guardando dritti davanti a loro, ma devono per forza scegliere se rivolgersi verso Marina o verso Ulay.

Ma ancor prima fu a Napoli che Marina Abramovic offrì il massimo della sua arte disturbante in una performance, la Rythm 0, che si svolse nel 1974, nella Galleria Studio Morra.

Lei restò per sei ore a completa disposizione del pubblico: fra lei e gli spettatori un tavolo pieno di oggetti, da fiori a strumenti di tortura e persino una pistola con un colpo. Chiunque era autorizzato a fare tutto ciò che voleva all’artista con quegli oggetti, ferirla, muoverla, denudarla… Non era Marina il reale oggetto dell’opera, in mostra a Napoli c’erano le reazioni del pubblico, la sfrenata curiosità nel poter fare tutto senza conseguenze, il poter sbirciare dalla “serratura” di quelle sei ore la libertà e l’impunità.

Dapprima le reazioni furono pacate fra chi faceva foto e chi qualche toccatina coraggiosa, ma dopo un’ora la curiosità ha prevalso e da lì l’istinto e la bestialità, l’emotività sfrenata e l’ebbrezza della scoperta. Marina venne denudata, ferita, palpata, legata, fra chi le asciugava le lacrime di dolore e chi le succhiava il sangue dal collo e, persino, chi le mise la pistola in mano poggiandole il dito sul grilletto.

L’artista, in tutto questo, rimase passiva, muta eccetto i gemiti di dolore: “un burattino” – come si definì lei stessa – nelle mani del pubblico. Poi, scadute le sei ore iniziò a muoversi, a ricomporsi e a camminare con passo fiero fra la folla che l’aveva torturata. Così, Marina mostrò un’altra faccia dell’animo umano: la vergogna. Tutti quelli che avevano utilizzato il suo corpo come meglio credevano non riuscirono a sostenere il suo sguardo. Si allontanavano da lei, a testa bassa, quasi a negare quanto avevano fatto poco prima.

Ecco quindi che per Marina l’Italia diventa il luogo nel quale ritornare a riflettere dopo molto, moltissimo tempo.

La mostra sarà per tutti una straordinaria occasione per scoprire la complessità dell’arte dell’Abramović, i cui lavori spaziano da azioni forti, violente e rischiose a scambi di energia gestuali e silenziosi, fino a veri e propri incontri con il pubblico, che negli ultimi anni è diventato sempre più protagonista nelle sue opere.

All’interno dell’esposizione si alterneranno ogni giorno, le re-performance, rendendo Palazzo Strozzi uno spazio mutevole e in costante trasformazione, con Imponderabilia, Cleaning the Mirror e Luminosity negli spazi del Piano Nobile e con The Freeing Series (Memory, Voice, Body), nella Strozzina.

Per mantenere vive le sue opere, che altrimenti esisterebbero solo come documentazione d’archivio, Marina Abramović usa infatti la re-performance come metodo e pratica di lavoro, come testimoniato dal celebre ciclo Seven Easy Pieces (2005) realizzato al Guggenheim Museum di New York, in cui ha replicato sette storiche performance di artisti come Valie Export, Vito Acconci, Bruce Nauman, Gina Pane, Joseph Beuys e lei stessa.

Attraverso il Marina Abramović Institute for the Preservation of Performance Art (fondato nel 2010) e con il cosiddetto Abramović Method, sviluppato nel corso della sua carriera come pratica fisica e mentale per realizzare una performance, l’artista ha inoltre posto le basi per oltrepassare il carattere effimero delle sue opere e reinventare l’idea stessa di performance nel XXI secolo. Coinvolgendo spettatori e performer diversi, la performance stessa cambia rinnovandosi nei diversi contesti in cui viene replicata. Un’esperienza unica da non perdere.

 

Tobia Donà

Tobia Donà

Tobia Donà (Adria 1971), è architetto, si è laureato a Venezia, sua città d’adozione.
Fin da giovanissimo si occupa di architettura, arte e fotografia, passioni per che gli ha trasmesso il padre scenografo. Tutta la sua formazione verte sulla fusione di questo trinomio, attraverso il quale egli approccia ai suoi progetti. Attualmente è docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Scenica, scuola di scenografia del melodramma di Cesena, dove insegna “teoria e pratica del disegno prospettico”. Pubblica i suoi scritti sui temi dell’arte e dell’architettura su diverse riviste, locali e nazionali, e saltuariamente sui quotidiani, oltre che diffonderli nel web. In questi anni, tra università, impegni professionali e stage di approfondimento ha avuto modo di collaborare e studiare con importanti personalità della cultura quali: Italo Zannier, Lucien Clergue, Franco Fontana, Enzo Siviero, Peter Shire, Aldo Rossi e Gino Valle. Ultimamente sta portando avanti progetti culturali che mettono in relazione, arte, industria e territorio.

Commenta

clicca qui per inviare un commento