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Quando la penna incontra il sabotaggio: cortocircuiti geopolitici e orizzonti sbagliati

di Redazione AAPOC

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, a cura di Pino Boresta

Il cortocircuito nel sistema…

Eppure, a volte, guardando dentro quel sistema, vedi accendersi un cortocircuito che parla la tua stessa lingua. È quello che ho pensato quando venerdì 21 agosto 2026 sono andato, presso il MUSPAC dell’Aquila, all’opening della mostra per il centenario della nascita di Fabio Mauri e mi sono imbattuto nuovamente in Bye Bye Ai Weiwei, l’installazione che Giuseppe Stampone (ex allievo di Fabio) ha piazzato sulla facciata dell’ex convento alla Giudecca durante la Biennale del 2011.

Quando all’epoca la vidi dal vivo sorrisi, comprendendone immediatamente il significato. Ricordo bene l’evoluzione e lo sconcerto iniziale di quei primi giorni d’esposizione: molti visitatori e addetti ai lavori rimasero completamente spiazzati.

Vedere un’insegna pop, colorata e festosa con la scritta “Bye Bye Ai Weiwei” — proprio nei mesi in cui il mondo intero manifestava con apprensione per la vita dell’artista usando lo slogan ufficiale “Free Ai Weiwei” — generò una forte frizione e persino reazioni di sdegno da parte di chi si fermava alla superficie senza coglierne l’ironia.

Al contrario, i critici d’arte più attenti ne individuarono subito il valore politico complessivo, definendo l’opera come un perfetto cortocircuito geopolitico.

Gli esperti lodarono la capacità di Giuseppe di evitare il tipico pietismo della protesta classica: invece di fare un’opera triste sulla prigionia, aveva usato un’estetica aggressiva e commerciale per colpire l’ipocrisia dell’Occidente, costringendo il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo di consumatore passivo di notizie tragiche.

Del resto, i media consumano il dramma dei diritti umani come se fosse intrattenimento da bar o un brand da esibire ai cocktail party dell’arte contemporanea. A questo si aggiunse un tempismo storico straordinario.

Durante i mesi della Biennale, Ai Weiwei venne effettivamente rilasciato su cauzione ma confinato a Pechino e privato del passaporto. Quel “Bye Bye” assunse così un ulteriore livello di lettura, diventando lo specchio del cinismo del governo cinese che, pur avendolo scarcerato, lo aveva virtualmente cancellato dalla scena pubblica internazionale.

Giuseppe stava usando la maschera del nemico.

Due armi per lo stesso détournement

È esattamente lo stesso détournement che muove le mie azioni di guerriglia. Giuseppe ruba i codici della comunicazione di massa per distruggerne i contenuti dall’interno; io rubo lo spazio visivo urbano per scardinare il monopolio dei loro messaggi.

Certo, le nostre armi sembrano diverse. Io agisco d’istinto, con la rapidità fulminea dell’azione performativa e dell’anarchia di strada. Giuseppe, al contrario, attua una guerriglia concettuale a scoppio ritardato: sequestra la velocità frenetica dei loghi industriali (dalla Warner Bros alla MGM) e la dilata in settimane di tratteggio ossessivo, meticoloso, totalizzante. Ma guardate il medium che usa: la penna Bic blu.

L’oggetto scolastico, democratico e popolare per eccellenza. Con uno strumento da pochi centesimi, azzera la distanza elitaria tra l’artista e la persona comune. Ed è qui che le nostre strade si fanno parallele e si incrociano.

Entrambi rifiutiamo l’arte come merce e la intendiamo come relazione, come dispositivo pedagogico. Giuseppe lo fa con la sua Global Education e i progetti partecipativi, rimettendo la grammatica sociale in mano alle comunità e agli studenti, escludendo di fatto i filtri asfittici dei critici di regime.

Io lo faccio portando il disturbo visivo e l’interazione diretta, immediata e spesso inconsapevole nella vita della gente comune, con i miei recenti Testamenti Elettronici o con percorsi partecipativi iniziati più di vent’anni fa come L.C.A. – Libri in Cerca d’Autore.

Pirateria artistica e auto-mobilitazione

Prendiamo ad esempio il mio progetto L.C.A. – Libri in Cerca d’Autore. Non si tratta di volumi spediti comodamente da uno studio, ma di veri e propri “atti di pirateria artistica”. Sono libri di ogni tipo, recuperati o comprati a poco nei mercati, di cui poi rettifico la copertina, attacco all’interno un’etichetta con le istruzioni d’uso e inserisco un volantino d’intenti.

Poi vado ad abbandonarli clandestinamente sul campo: tra i corridoi delle grandi fiere di settore, direttamente nei padiglioni della Biennale di Venezia o altrove. In certi casi, l’operazione si inserisce in contesti specifici, come a Castel del Monte quest’anno per A Futura Memoria, a cura di Giacinto Di Pietrantonio e dello stesso Giuseppe Stampone.

Quello che chiedo a chi li trova, o li riceve in regalo, è di accoglierli, di seguire le istruzioni inserite all’interno e di diventarne così il co-autore effettivo. Non è forse lo stesso identico principio che muove gli Abecedari o le Mappe partecipative di Stampone?

L’artista abdica al monopolio del genio isolato. Giuseppe usa la penna Bic per riscaldare la geopolitica del mondo insieme alle comunità locali; io uso il libro abbandonato per scardinare la sacralità del contenitore espositivo, restituendo il potere creativo al passante o al visitatore che si fa complice.

Questo cortocircuito tra identità, burocrazia e ironia si amplifica in un’altra mia operazione a cui tengo moltissimo: “SOS-BORESTA”. Una provocazione pura che prende la forma di una petizione indirizzata a me medesimo, un’auto-mobilitazione paradossale concepita per chiedere con forza la mia stessa presenza e il mio invito ufficiale alla Biennale di Venezia.

Se Giuseppe con Bye Bye Ai Weiwei mette a nudo i meccanismi geopolitici e l’ipocrisia delle istituzioni occidentali, io con la mia petizione-specchio smaschero dall’interno la farsa dei processi di selezione curatoriale e l’esclusivismo dei vertici dell’arte.

È la stessa dissacrazione che applico nella Firma Boresta, che nei forti momenti di difficoltà economica si rimodula e diventa un’opera di crowdfunding, ma anche una dinamica che dialoga a meraviglia con la serie The Show Must Go On di Stampone, dove lui ridisegna meticolosamente a penna Bic i loghi industriali della Warner Bros o della MGM.

Se io uso un’azione fulminea per appropriarmi dei simulacri del dell’establishment, Giuseppe usa il tempo e il tratteggio ossessivo per sequestrarne la velocità e la riproducibilità. Due modi complementari per denunciare la mercificazione dell’esistente.

Per questo, quando guardo alla rigorosa, metodica e monumentale architettura didattica di Stampone e la confronto con il mio nomadismo relazionale, non vedo due percorsi distanti. Vedo quasi le due facce della stessa medaglia: la riflessione analitica e l’attivismo situazionista.

Se queste nostre progettualità dovessero mai trovarsi a dialogare in modo più stretto, non assisteremmo a una semplice mostra di catalogo, ma a un effettivo superamento delle regole imposte dall’Artistocrazia.

Quando la lentezza politica del disegno incontra il sabotaggio delle istituzioni, il sistema dell’arte addomesticato smette di essere un club privato e torna finalmente a essere un territorio di aperta, necessaria resistenza comune.

A Futura Memoria e il progetto editoriale MU6

Questo superamento delle regole e dei confini individuali trova la sua massima espressione pratica sul territorio abruzzese.

L’opera iniziale su tavola si è trasformata in una vera e propria iniziativa e laboratorio aperto in divenire intitolato per questa sua prima edizione A Futura Memoria – Welcome to Gran Sasso. Ideato dall’artista insieme a Maria Crispal e curato da Giacinto Di Pietrantonio, il percorso si sviluppa così attraverso azioni collettive e sinergiche:

  • Le camminate d’arte: Gruppi di artisti, curatori e cittadini si riuniscono (in borghi simbolo come Castel del Monte) per compiere escursioni guidate sul versante aquilano e teramano della montagna.

  • La co-creazione: Durante i cammini si prendono appunti grafici, si realizzano performance fisiche, fotografie e video registrati in simbiosi con la natura e la comunità locale. Il Gran Sasso smette di essere solo “scenografia” e dinamica passiva e diventa un laboratorio sociale in cui l’arte genera incontri, condivisione e appartenenza.

Il workshop e l’atelier aperto ideati da Stampone e Crispal, curato da Di Pietrantonio e organizzato dall’associazione rivista MU6, non è l’opera di un uomo solo: è un dispositivo collettivo che raduna storici dell’arte, curatori, sociologi e artisti visivi di primissimo piano nel panorama contemporaneo per condividere pratiche a Castel del Monte come Simone Ciglia, Stefano Arienti, Tommaso Pincio ed altri.

Questo processo di condivisione e riappropriazione comunitaria non si esaurisce nell’azione estemporanea, ma trova una sua precisa storicizzazione editoriale attraverso la rivista MU6.

La testata adotta storicamente un formato ibrido: al termine dei grandi workshop territoriali, MU6 pubblica dei numeri speciali monografici concepiti insieme agli artisti. Un’architettura relazionale che prende vita e si consolida grazie alla visione della fondatrice Germana Galli e al coordinamento organizzativo della colta e attenta storica dell’arte Antonella Muzi.

  • Il numero speciale su A Futura Memoria – Welcome to Gran Sasso: Questo è l’ultimo e più importante programma editoriale della rivista legato a Giuseppe Stampone. Concepito come un numero-opera interamente curato dall’artista, il volume raccoglie e rielabora tutto il materiale visivo e concettuale prodotto durante i workshop e le camminate collettive a Castel del Monte.
    Al suo interno confluiscono i testi critici di Giacinto Di Pietrantonio e della sociologa francese Gabrielle Petitdemange che passa sei mesi l’anno a Castel del Monte, documentazione fotografica e video di Gino Di Paolo e Domenico Stinellis tradotta in alcuni casi anche graficamente in penna Bic da Giuseppe.

Abruzzo: la geografia della ferita e della resistenza

È per questo che quando Stampone per la seconda edizione di A Futura Memoria, Abruzzo mon amour* mi ha chiesto di commentare in una breve video-intervista l’orizzonte dell’Abruzzo l’ho definito una sorta di orizzonte sbagliato, così come io sono un artista sbagliato. Perché in Abruzzo l’orizzonte non è una linea tranquilla sul mare.

Qui l’orizzonte è un taglio. Come la pietra della Majella, o quella di Rocca Calascio che buca il cielo a 1460 metri. È una linea che fa male, che divide la terra dal cielo, il basso dall’alto. Nel mio lavoro di artista io cerco sempre questo: l’orizzonte come ferita. Perché è dalla ferita che può entrare la luce, che può nascere qualcosa di nuovo come a Castel del Monte.

È una ferita bellissima sul paesaggio. Ma qui l’orizzonte è anche resistenza. Guardi giù e vedi i tratturi, i muretti a secco, i borghi arroccati che resistono al vento da secoli. Questo è uno spazio pieno. Non è vuoto. È pieno di fatica, di memoria, di gente che ha deciso di restare. E io mi ci ritrovo. Perché anch’io come artista sono un resistente.

Sono un artista un po’ fuori, un outsider. Non sono mai stato dentro gli schemi. Ho sempre lavorato ai margini, controvento. Proprio come nei Monti e nelle Rocche di questa regione. Forse per questo il mio prossimo libro si chiamerà “Artista Sbagliato”. Perché ho sbagliato strada, se per strada si intende quella comoda. Io ho scelto quella in salita. Quella di pietra.

E poi qui l’orizzonte è silenzio. È sacro. C’è un silenzio in questi paesini che ti mette in relazione con qualcosa di più grande di te. Ti ridimensiona. E io credo che l’arte debba fare lo stesso: togliere il rumore, togliere il superfluo, per arrivare all’essenziale.

Quando sto qui capisco che l’orizzonte non è la fine. È un invito. È un invito ad andare oltre, a non fermarsi alla superficie delle cose. Io vengo da un’altra terra, ma l’orizzonte dell’Abruzzo mi parla.

Mi parla di limite, di radice, di spiritualità. Ed è da lì che nasce il mio lavoro: dal confronto tra l’uomo e questo orizzonte immenso che ogni giorno ci guarda e ci giudica, ma ci tiene anche in piedi. Una visione da Artista Sbagliato di fronte a un Orizzonte Sbagliato. E ne vado fiero.

Grazie Abruzzo, grazie Castel del Monte, grazie Giuseppe Stampone, grazie Giacinto Di Pietrantonio.
Pino Boresta

* Oltre agli organizzatori hanno partecipato a questa seconda edizione del 2026 anche: Stefano Arienti, Domenico Stinellis, Roberta Tinarelli, Paolo Valente, Michela Veneziano, Filippo Berta, Alessandra Bertini, Fabrizio Carlucci, Dario Traini, Linda Carrara, Cristian Chironi, Gino Di Paolo, Mario Di Paolo, Luciana Morico, Manuel Norcini, Gabrielle Petitdemange, Fabiola Porchi, Pierluigi Pusole, Stefano Querin, Ida Quintiliani, Stefano Rastrelli ed altri.

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