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La Parola al Teatro #114. Frichigno! Consegnare un eroe ai dimenticati

di Redazione AAPOC

“I giovani hanno sempre ragione. Anche quando hanno paura, anche quando perdono”. Se hai 17 anni, e vivi a Foggia, la tua misura della realtà è la provincia per antonomasia, un luogo da cui non aspettarsi niente e da cui, soprattutto, nessuno vuole aspettarsi qualcosa da te.
Puoi, tutt’al più, gridare Frichigno! quando qualcuno rompe le regole del pallone giocato per strada con le felpe a far da porte. Un calcio, forse, dell’inglese free kick, punizione.
L’unico momento in cui la parola di un ragazzo di Foggia è ascoltata se denuncia un errore.

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Frichigno!

Rivendicato come una parola d’ordine, diventa il perfetto titolo usato da Pierluigi Bevilaqua e dalla Piccola Compagnia Impertinente, per aprire uno squarcio su cosa sentono e cosa respirano tutte le province dell’impero e portarle in scena, al Teatro PimOff di Milano.

Ma se hai 17 anni a Foggia ed è il 1993, nella tua città arriva – anzi, torna, perché la prima volta non era andata bene – Zdenek Zeman, il Mago boemo che ha costruito tutta la sua carriera da allenatore trasformando ragazzi qualunque in eroi del calcio, un gruppo di atleti qualsiasi in una squadra di leggende.

Se hai 17 anni nel 1993 e tifi Foggia, sei pronto, sei parte del miracolo che sta per succedere, a vedere la tua città e il rossonero della tua squadra a esistere nel quadro della religione laica del Novecento, e di conseguenza un condottiero proveniente dal centro Europa ha fatto comparire la tua città sulle cartine geografiche.

Nel 1993, intorno allo Stadio Zaccheria, come solo il calcio può fare, si sovvertono le logiche del possibile, e finalmente nessuno può più gridare “Frichigno!” a Foggia e ai foggiani.

Improvvisamente, la giovinezza ha trovato il suo eroe. Anzi, i suoi eroi, perché in quegli anni, da una città che potrebbe essere la Foggia degli Stati Uniti, nel fondo dimenticato dello Stato di Whasington, è emerso un nuovo giovane eroe, che risponde al nome di Kurt Cobain: un nome spesso storpiato, come si potrebbe fare con Frichigno, e rivendicato come una bandiera da chi vuole costruirsi il suo diritto a esistere.

Ogni ragazzo ha bisogno di eroi, e ogni eroe serve a permetterti di dare un nome al “casino, ma pieno di sogni”, che è la tua vita nel momento in cui stai cercando la strada per dare ordine ai tuoi desideri e a quello che succede intorno. Compreso quello che non vedi, che si muove nel silenzio e – dopo aver giocato con te a calcio per strada, tiene al collo tutta la città e non solo.

Come la Società, la mafia foggiana, rimossa a sua volta come il resto della città e come lo sono gli altri eroi, quelli che nel disinteresse del mondo l’hanno combattuta. Perché le mafie sono pervasive tanto più si incistano nel silenzio, e si incancreniscono quando e dove meno li si vede, incluso il mondo del pallone, quello dei grandi, diviso fra chi tutto può e chi ha voce solo per gridare “Frichigno!”.

Ci si può arrivare vicino, alla verità, alla gloria, affacciarsi all’Europa – dopo due anni di insperata cavalcata trionfale, pur avendo dovuto ricominciare due volte da capo e trovare nuovi eroi – per portare la classe operaia in paradiso.

Fino a che non subentrano altri interessi, o forse solo la disabitudine e la paura e un autogol di gambe tremanti. Si può essere stati i Nirvana, gli eroi di Nevermind, finchè non ti morde la voglia che passa, il timore di non avere più niente da dire, la libertà di farlo, o forse solo il gusto.

Ma – anche quando sono vocate alla sconfitta – anzi, forse di più, le epopee restano tali. E gli eroi, sempre giovani e belli, hanno dato un nome a un mondo e fatto esistere una storia.

Così come fa Pierluigi Bevilaqua, rivestendo della luce del teatro il coraggio e la bellezza di una storia che è sua come potrebbe essere di tutti.  Il testo di Enrico Cibelli, che riesce a essere commuovente e fresco insieme, riesce a far dialogare il linguaggio teatrale con mondi – come quello del calcio – che del teatro hanno l’epica, nella dimostrazione che, anche in una messa in scena minimale e agile, si possono parlare.

Bevilaqua emoziona e colpisce, coinvolge rivestendo le urgenze di ogni adolescenza con l’ironia misurata e agile di un adulto che adesso sa dare il nome alla vita, e osserva con lucido affetto il mondo da cui è fuggito e poi tornato, come solo gli eroi.

Si porta dietro con un gioco di prestigio, che sembra semplice solo grazie al talento e alla dedizione, un pubblico ammaliato come dall’estro di un fuoriclasse sul campo.

Frichigno dimostra che far dialogare i mondi si può, e – soprattutto – la maglia nera – anche quella della città che il Sole 24 ore designa, da molti anni, come la peggiore in Italia per qualità di vita – non è un destino.

Ci vuole il talento, il coraggio e l’incoscienza di poterci tracciare le righe rosse del Foggia calcio, per sognarsi o trasformarsi in capocannoniere, e segnare gol a tutti: il disinteresse, le mancate prospettive, anche la mafia E anche se alla fine si perde la partita, si è tracciata la strada del campionato, si è dato finalmente il nome alla realtà.

E al prossimo bambino che griderà “Frichigno!”, si è dato il nome – e la maglia – dell’eroe che potrà voler diventare, per il mondo che costruirà. Perché, presto o tardi, avrà ragione lui.

 

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