“Holt, in Colorado, non esiste.
Molta letteratura americana è ambientata in luoghi immaginari, ma veri.
Vale appunto per il Colorado di Kent Haruf o il Midwest di Franzen e John Williams.
La vita nelle Holt letterarie è un piano sequenza che parte dalle cisterne agli steccati da ridipingere, passa dalla vita alla morte, dalla morte a Dio, da Dio alla natura: tragica, eroica, polverosa, specchio e moltiplicatore dell’umanità che gli gira intorno.
Holt è fatta di rituali semplici come la maturazione del grano, il terriccio sotto le scarpe e le folate di vento che aiutano i passi.
L’ambiente è un personaggio, la Grande Madre di ogni storia. In fondo, poche cose insegnano meglio come stare a questo mondo più della perseveranza del giorno e della notte.
Nonostante gli sforzi di Kent, Jonathan e John, noi comuni mortali non sappiamo più descriverla senza usare questo nome onnicomprensivo in modo astratto: natura, come se una sterpaglia fosse uguale alla marea.
Eppure dovremmo saperlo, è il teatro dove teniamo da circa 250.000 anni le prove di uno spettacolo senza conoscerne l’ultimo atto.
Ci siamo distratti.
Non è colpa del capitalismo o di Netflix. Il misticismo lo abbiamo appoggiato sul tavolo accanto alla frutta, poi qualcuno ha messo in ordine al posto nostro e non ci abbiamo più pensato.
Con Cristiano Carotti (1981, Terni. Vive e lavora a Roma) ci siamo confrontati a lungo per la costruzione di questa mostra, avendo per formazione personale due punti di partenza diversi sull’argomento: il suo filosofico, il mio più scientifico. Marina e Ulay si sono andati incontro sulla Muraglia Cinese, potevamo farcela anche noi.
La domanda centrale del progetto che lo ha riportato alla pittura dopo anni di monogamia verso la ceramica è stato chiedersi quando, di preciso, abbiamo lasciato su quel tavolo la consapevolezza e il privilegio di essere l’unica entità in grado di percepire il divino. L’occhio è stato progettato per accogliere la luce e tradurla in immagine, quando abbiamo smesso di considerarlo un miracolo?
Da qui il titolo che rimanda alla teoria dei colori di Goethe, in contrapposizione al positivismo che pone la natura come mero oggetto di studio: protoni ed elettroni che si muovono su un geoide microscopico in una galassia infinitesimale di un universo impossibile da immaginare per la mente umana.
Ecco, eravamo all’inizio della nostra personale Muraglia.
La struggente oscurità dei lavori di Cristiano, però, è stata l’occhio che serviva al mio razionalismo per percepire la luce di cui parlava.
I cardi sono il soggetto principale delle tele, unica pianta resistente ai cataclismi umani e naturali e per questo ha permeato l’intera mitologia.
Dai colori acidi, vividi e vivi, sono immersi in paesaggi boreali e vagamente post atomici.
In mezzo a loro appaiono talvolta cinghiali e capre, bestie selvatiche rudi e ispide, ma profondamente connesse alla terra e agli astri.
Tra i cardi e gli animali erranti c’è la vita e la morte, gli steccati da ridipingere e la perseveranza del giorno e della notte.
Nei suoi serpenti in ceramica, invece, c’è il timore e la bellezza della rinascita.
Nella nostra personale Holt, quindi, si rivela il legame profondo con quei misteri che chiamiamo a volte Dio a volte destino, che si manifestano all’occorrenza come sterpaglie o marea, ma che solo noi siamo in grado di vedere.
Cristiano riordina il tavolo al nostro posto, ma per farci trovare le cose che abbiamo smarrito.”
Eleonora Aloise
“Cristiano Carotti è alla sua terza mostra personale nella nostra galleria. Tre progetti ambiziosi, esposti in un lasso di tempo sufficientemente ampio da abbracciare non solo un’evoluzione artistica ma anche umana.
Cristiano d’altronde è un’artista che non ha paura di parlare di se stesso comunicando spesso attraverso le opere molto più di quanto non vorrebbe ammettere. Ha un modo di affrontare il lavoro molto simile a quello che ha contraddistinto la nostra galleria per tanti anni ed è forse per questo che i suoi progetti sono sempre tra i più sentiti e sofferti.
Questa mostra è particolarmente importante perché riporta l’artista dopo anni di sperimentazione con la ceramica al suo vecchio amore: la pittura. L’Uroboro è finalmente arrivato a mordersi la coda.
Questo ritorno alla pittura è avvenuto al momento giusto, quando era necessario e non più posticipabile. Soprattutto si è concretizzato nel momento in cui il lavoro con la ceramica è finalmente riuscito nel suo scopo profondo di far accettare a Cristiano l’incontrollabilità delle cose, facendogli riassaporare il gusto per la scoperta e l’adrenalinica euforia del caso. Un ricongiungimento con l’Io esoterico che lo ha liberato da tante sovrastrutture; un’esperienza nella forgia di Efesto che lo ha riavvicinato all’essenza delle cose.
Tutte le opere in mostra parlano esattamente di questo: del ritorno alle cose semplici. Il viaggio che riporta alla semplicità è tutt’altro che banale ed è tanto più lungo e tortuoso tanto più ce ne siamo allontanati.
Il dramma della mente umana è proprio quello di essere inevitabilmente attratta dalle cose complicate, come se il continuo atto di pensare e ripensare bastasse a giustificazione la propria esistenza. Cristiano in questi lavori ha sintetizzato quel momento epifanico in cui la mente si ferma, stupita dalla consapevolezza di come le cose veramente gigantesche siano incredibilmente semplici.
Il momento in cui si realizza che i tramonti esistono anche senza i grattacieli, che Dio è fuori dai tabernacoli e che la natura ha già in sé un equilibrio che secoli di filosofia non potranno mai neanche cominciare ad abbozzare.
Partendo dalla perfetta visione di Arthur Danto dell’arte come religione, si può dire che la ricerca attuale di Cristiano sia un inno alla Riforma Protestante: un ritorno alle origini ed una fuga dalle strutture pleonastiche che l’appesantiscono. Le scene bucoliche delle campagne umbre sono un ritratto più che un simbolo. La verità è che ore, anni, vite di pensieri sono già tutti contenuti in quei cardi spinosi, in quei crepuscoli sanguigni.
Il lavoro dell’artista è prendere ciò che gli serve, quegli elementi che dialogano con la sua ricerca, lasciando da parte gli altri. Se il suo occhio è allenato a guardare, l’artista perde l’arroganza del creatore ed abbraccia la calma del selezionatore. Questo è quello che è successo durante le lunghe camminate con il suo inconsapevole sciamano: Cristiano ha riassaporato il complesso piacere per le cose semplici.
Il ritorno alla pittura di Cristiano non sancisce l’abbandono della ceramica che anzi ha un ruolo fondamentale all’interno della mostra. La galleria, per più della sua metà, sarà occupata da serpenti variopinti.
Vipere, magnifiche ed insieme minacciose, che attraggono ed intimoriscono allo stesso modo. Non stupisce che siano proprio i serpenti ad occupare le viscere della galleria in quanto simboli di rinascita e conflitto, inteso come conflitto generatore.
È in particolare la visione Junghiana del serpente come simbolo dello scontro fra parte razionale e parte istintiva ad essere dominante rispetto al tema della mostra. Ed è proprio di questo conflitto, presente in ognuno di noi, e delle soluzioni che la natura gli ha suggerito che Cristiano parla attraverso i suoi lavori. Spingendoci ad abbracciare l’idea che per raggiungere il Nirvana non si debba correre a perdifiato ma piuttosto sedersi ed aprire gli occhi.”
Carlo Maria Lolli Ghetti
Info mostra
Se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere la luce? Cristiano Carotti
- A cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti
- Dal 27 maggio al 30 giugno 2022
- White Noise Gallery, Via della Seggiola, 9 – 00186 Roma, IT























