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Rachele Maistrello e l’incredibile storia di Gao Yue 高跃 in mostra tra realtà e finzione. Contributo di Chiara Bardelli Nonino ­

di Redazione AAPOC

«Che cosa dici? Veramente pensi di esserti trasformata in un albero? Come fa una pianta a parlare? Come puoi pensare queste cose?».
Gli occhi di Yeong-hye brillavano. Un sorriso misterioso danzava sul suo viso. «Hai ragione. Le parole e i pensieri presto spariranno tutti. Manca poco».
da: Han Kang, La Vegetariana

Perdersi nel lavoro di Rachele Maistrello (1986, artista visuale di base a Bologna, vincitrice del Premio Graziadei per la fotografia nel 2020) ricorda un po’ quel singolare esperimento narrativo della scrittrice sudcoreana Han Kang che, ne La Vegetariana, segue il lento dissolversi di una donna in un mondo remoto, vegetale.

Un’esistenza che né la famiglia né i dottori sembrano comprendere, fatta di luce, vento tra le foglie, di sensazioni violente e totalizzanti per cui non esistono parole umane – un mondo in cui la protagonista si perderà senza ritorno.

Le opere di Rachele Maistrello hanno la stessa capacità di catapultarti in un universo parallelo, dove la distinzione tra umano e naturale sfuma fino a sparire, dove le parole fanno fatica a tradurre i pensieri evocati, e puoi solo abbandonarti a percezioni, luci, colori.

La personale dell’artista alla Galleria Eugenia Delfini si intitola Gao Yue 高跃, dal nome dell’acrobata e apneista cinese assoldata dalla Green Diamond, un’azienda di Beijing che negli anni ’90 ha prodotto dei misteriosi sensori in polvere di diamante che, una volta impiantati sottopelle e attivati da una serie di gesti molto precisi, riproducono artificialmente sensazioni naturali come il calore del sole sulla pelle, il sentirsi circondato dal verde degli alberi o lo scintillio del cielo riflesso dall’oceano.

Gao Yue è una delle migliori allieve della Scuola Acrobatica di Beijing, e viene assunta proprio per ideare i gesti che andranno ad attivare i sensori GD.

Si ritroverà, suo malgrado, protagonista di un esperimento che cammina costantemente sulla linea sottile tra utopia e distopia.

In un clima di segretezza soffocante, vestita da una tuta verde fosforescente, la presenza di Gao Yue nell’azienda è immediatamente perturbante: nei video e nelle fotografie la vediamo performare esercizi di contorsionismo su anonime scrivanie, o perdersi in un mondo altro mentre brandisce delle strane silhouette che sembrano richiamare schizzi di vernice color smeraldo – sempre da sola, sempre con gli occhi velati da una strana malinconia.

L’unico motivo per cui i documenti in mostra esistono e sono arrivati fino a noi, è una storia d’amore.

Durante la sua permanenza in Green Diamond, Gao Yue inizia una relazione con Lin Jiang Ping, un operaio dedicato alla pulizia dei sensori.

I primi approcci sono timidi, impacciati – anche perché l’azienda impone una riservatezza totale sul progetto e proibisce qualsiasi tipo di fraternizzazione tra settori diversi. Ma Lin Jiang Ping è innamorato e, come qualsiasi innamorato che si rispetti, costruisce la mitologia personale del proprio amore in forma di archivio vernacolare: immagini, mail, video, scansioni…

Sembra quasi che più Gao Yue si allontana nel suo mondo impenetrabile, più Lin Jiang Ping cerca disperatamente di riportarla a sé, di provare inconfutabilmente che il loro rapporto è esistito, che è stato qualcosa di importante. Intanto Gao Yue si fa sempre più evanescente e Green Diamond chiude all’improvviso, sparendo nel nulla.

L’unica prova della loro esistenza rimane la testimonianza di Lin Jiang Ping, che un giorno decide di spedire a Rachele Maistrello il materiale raccolto con la speranza di farne, al tempo, un regalo di anniversario.

Maistrello permea volutamente Green Diamond di un’ambiguità di fondo: è meticolosa in ogni dettaglio, dalla carta dei documenti (che risale davvero agli anni ’90) ai supporti con cui vengono filmati i frammenti di Gao Yue, dal dominio delle mail scambiate tra l’acrobata e Lin Jiang Pin fino agli slogan aziendali, ideati da operai cinesi che, in questo modo, collaborano attivamente alla messa in scena.

L’artista gioca sapientemente anche con gli stereotipi: quelli occidentali, per cui la Cina è quel paese sospetto in cui si effettuano esperimenti moralmente dubbi, e quelli cinesi nei confronti degli archivi, una metodologia lontana dalla propria quotidianità che viene percepita come qualcosa di istantaneamente affidabile.

Realtà e finzione sono intrecciate in maniera indissolubile in Green Diamond, e più lo spettatore si immerge nel mondo pazientemente ricostruito da Maistrello, più sente franare la terra sotto i piedi.

Giocando sapientemente con i tropi del genere fantascientifico l’artista ricostruisce una storia epistolare che parla del futuro al passato, una vicenda ambientata in un’epoca in cui la registrazione delle nostre memorie personali non era ancora completamente digitalizzata e quindi, in un certo senso, suona più tangibile, più vera.

Green Diamond è un progetto che, di fondo, si interroga sullo statuto ontologico della fotografia stessa, sul suo valore documentario – un tema che percorre la storia del mezzo fotografico dagli albori ma che nell’era dei deep fake e dell’intelligenza artificiale (AI n.d.R.) diventa forse ancora più rilevante.

L’ambiguità del progetto viene volutamente lasciata intatta anche in istituzioni che sarebbero al servizio della verità, come musei e giornali,
e non è un caso che la storia di Gao Yue sia stata ripresa da un sito di fake news russe, a dimostrazione della permeabilità e fluidità di realtà e finzione ormai onnipresente nella nostra quotidianità.

Anche le silhouette cartonate bidimensionali, uno dei leitmotiv del lavoro di Maistrello che troviamo in tanti progetti precedenti, sono fondamentalmente un commento sullo statuto delle immagini: presi da internet, ingranditi, decontestualizzati, stampati su cartone e poi rifotografati su supporti analogici, i cut-out diventano elementi enigmatici, completamente trasformati nella forma e nel significato.

Per Maistrello Gao Yue è una specie di alter ego, un portale per entrare in un mondo parallelo dove affrontare le domande che la attanagliano, ma anche una metafora del potere trasfigurante dell’arte e dell’alienazione dell’uomo dal mondo naturale; è un dispositivo narrativo che funziona così bene da essere diventato il perno attorno cui ruota anche il lavoro più recente, Blue Diamond.

Gao Yue diventa così ossessionata dall’esperienza dei sensori GD che continua la sua ricerca nelle profondità marine, esplorando il vuoto ovattato simile a quello del grembo materno, le forme misteriose create dagli ultrasuoni e la mente dei cetacei.

In Blue Diamond si intrecciano una serie di suggestioni che spaziano da Jacques Mayol alle lastre di Chladni; i documenti scientifici vengono inframezzati da note diaristiche, e tornano tutti i temi cari all’artista: i sensi umani che forse “nascondono invece che mostrare”, l’arte che fa intravedere la possibilità di una vita “altra”, la contiguità inquietante di verità e finzione nel mezzo fotografico.

C’è un’ipotesi in linguistica, avanzata agli inizi del ‘900, che stipula più o meno che la lingua che parliamo e le sue strutture determinano inevitabilmente e ineluttabilmente il nostro modo di pensare e vedere il mondo.

Ecco, Gao Yue è tante cose per Rachele Maistrello: un doppelgänger e un avatar, un’impalcatura e una chiave, uno strumento e un fine in sé ma forse, più di tutto, è una lingua nuova, un tentativo di vedere il mondo e la nostra stessa umanità in maniera radicalmente diversa. E forse, grazie al lavoro di Maistrello, potremo anche noi lasciare la nostra lingua, i nostri sensi e i nostri pensieri alle spalle, riuscendo a guardare per un po’ il mondo attraverso il diamante, con gli occhi di Gao Yue.

Info mostra Rachele Maistrello | Gao Yue 高跃 

  •  fino al 28 giugno 2023
  • Galleria Eugenia Delfini, Via Giulia 96, 00186 Roma
  • info@galleriaeugeniadelfini.it; 06 976 039 46
  • Orari: martedì — venerdì 15:30 — 18:30 o su appuntamento
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