
Gli scrittori sono arrivati sull’isola. Cominceranno a scrivere. Hanno già iniziato a raccontare nei tramonti di Ventotene.
Gita al Faro è iniziata e noi vi raccontiamo i partecipanti attraverso una serie di interviste dalle domande uguali per tutti.
Inaugura questo percorso Stefano Sgambati.
È sempre più forte la sensazione che tutti noi desideriamo soprattutto farci raccontare delle storie, che abbiamo fame di racconti. Abbiamo davvero solo bisogno di narrazione?
Il bisogno di “narrazione”èovunque e non c’entra (più) nulla coi libri e con la letteratura. L’ultra-realtà in cui siamo immersi – canali satellitari on demand e all news, social network, smartphone, WhatsApp, stato perenne di iperconnessione, libertà di espressione assoluta e trasversale e in tempo reale, competitività spasmodica – ha creato un’overdose di dopamina che ha molto a che fare col nostro senso di soddisfazione. Nulla ci riesce più realmente a gratificare, almeno questo io percepisco e vedo, di sicuro nulla che abbiamo semplicemente davanti, ed ecco allora che arriva la necessità di una suora-cantante, di uno chef-sex symbol, di una porno diva-laureata in filosofia, di uno scrittore-deejay, di un immigrato-eroe, di una libreria-enoteca, di una ballerina-leucemica, di un presidente-operaio eccetera, cioè di una storia nella storia nella storia, che significa un bisogno (appunto) continuo e concentrico di ulteriori stimoli. Anche perché stando alle statistiche relative a lettura e livello di alfabetizzazione nazionale direi che qualsiasi cosa alberghi nei nostri desideri non ha a che fare con l’acquisto e la lettura di libri: insomma, è vero che desideriamo soprattutto farci raccontare delle storie, ma storie intese come “panzane”, come “palle”, ecco.
Da dove nascono le tue storie?
Dai tentativi, dal talento, dagli errori, dall’ambizione, dalla conoscenza, dagli insegnamenti, dai gusti, dalla necessità di pagarmi i vizi. Posso dire che le “mie storie” nascono esattamente nello stesso modo in cui un barista produce un ottimo cappuccino.
Di cosa parli con maggior coinvolgimento quando vuoi raccontare la vita reale? Famiglia, amore, crescita personale, oppure hai un tuo percorso meraviglioso?
L’unica cosa che mi interessi veramente come autore è la lingua, il linguaggio. Ciò che io posso raccontare con il linguaggio – ambientazione, tematica, registro, eccetera – viene dopo: certo, non credo che mi ritroverò mai a produrre un romanzo fantasy o di fantascienza ma la sicumera con cui affermo ciò è la stessa, in realtà effimera, con cui potrei dire «Non ucciderò mai nessuno»: le intenzioni sono quelle ma non mi sento di escludere nulla a priori solo perché attualmente mi pare “altro”da me. Mi interessa tutto ciò che sia possibile scrivere e mi interessa scriverlo al meglio: la mia domanda ossessiva, quando scrivo, è: «Resisterà al tempo?». Oppure: «Che cosa si penseràdi questo tra cento o trecento anni?». Sì, forse èun pensiero ambizioso, ma la sfida del tempo è l’unica cosa che davvero mi responsabilizza, quando scrivo. Non certo la stampa, non certo il pubblico di lettori. Mi interessa vendere, eccome, perché ho bisogno di tempo per scrivere al meglio delle mie possibilità e l’unico modo per avere tempo di scrivere è scrivere e basta, dunque guadagnare scrivendo, mantenersi scrivendo, vivere scrivendo (il mio è un punto di vista “economico”, non emozionale); ma il vero punto nevralgico di Tutto Questo è la lingua. Concentrarsi sulla lingua, sia che si scriva un racconto, un saggio narrativo, un romanzo, un’inchiesta, un thriller: questa è la vera, unica, assoluta difficoltà-sfida-progettualità dello “scrivere” come atto professionale e consapevole ed è questo l’unico strumento che può permettermi di raccontare il “reale”.
Che faccia hanno i tuoi lettori? Cosa credi li affascini della tua scrittura?
Non lo so e non mi interessa. Io mi sento collegato a loro – e li seguirei! E li spierei! E gli sussurrerei nell’orecchio come uno di quegli angioletti o diavoletti dell’iconografia cartoonistica! – fino al momento in cui pagano il prezzo di copertina del mio libro: dopo di ciò le nostre strade si separano.
Perché hai deciso di partecipare a Gita al Faro? Cosa ti ha convinto a dire sì? Ti era già stato chiesto?
Partecipo volentieri a qualsiasi evento o manifestazione che provveda alle mie spese e che possa contribuire a promuovere me stesso e la mia opera. In più ho molta stima degli organizzatori di questo “festival” in particolare e di un paio di autori presenti. La speranza è che possa essere un breve percorso di accrescimento personale e intellettuale oltre che una possibilità concreta di ripresentarmi a casa più abbronzato di mia moglie.
È la prima volta che sei “costretto” a un eremitaggio letterario?
Considero un “eremitaggio” lo stato di default di qualsiasi mia giornata lavorativa, sebbene spesso scelga di scrivere in posti affollati come librerie, locali o biblioteche. Sono capace di un totale isolamento in autonomia, volendo: ciò che mi interessa è l’ambiente tematico circostante che, appunto, questa volta sarà interamente letterario. In ogni caso mi auguro che tale condizione non coincida con l’assenza di un buon bar vista mare.
Sei mai stato prima a Ventotene?
No, ma io non sono stato mai quasi da nessuna parte.
Cosa porti di te nell’Isola?
È già tanto se riuscirò a organizzare una valigia logisticamente adeguata. Emotivamente non porterò nulla, come sempre: uno stato di assoluta neutralità nei confronti di tutte le cose dovrebbe essere la condizione esemplare di partenza di qualsiasi scrittore. Aspetterò di lasciarmi “emozionare” in loco e piuttosto di immagazzinare e riportare qualcosa da lì.
Cosa cerchi nell’Isola?
Una camera d’hotel con un wifi adeguato e possibilmente senza moquette sul pavimento (lontana dall’ascensore, grazie!).
Cosa pensi potrebbe mancarti (persone, cose, emozioni…) sull’isola e cosa invece non vorresti ti mancasse?
Io sono tradizionalmente dipendente dalle mie abitudini. Sono un talebano delle abitudini a cui di fatto non so rinunciare se non in cambio di altre abitudini. Quindi mi mancherà il mio assoluto quotidiano, i miei posti, le mie “cucce”: questa cosa però succede anche se trascorro due ore in un ristorante a ottocento metri da casa; le persone, invece, non mi mancano tanto fisicamente, soprattutto se la lontananza è così limitata nello spazio-tempo, quanto come supporto alle mie stesse abitudini, come moltiplicatore emotivo. Per me la condivisione con le persone che amo è molto importante, direi anzi che è l’unica cosa che conta.
Conosci qualcuno degli altri scrittori? Pensi che sull’isola riuscirai a destrutturare o a confermare le impressioni sui tuoi compagni di confino?
Sono sicuramente il più “piccolo” tra gli scrittori presenti, quindi per me sarà solo un onore e un motivo di crescita potermi confrontare con loro. Michele Mari lo conosco di fama, la bravissima Antonella Lattanzi sia di fama che di persona; Elisa Ruotolo ho avuto il piacere di conoscerla al Salone di Torino di quest’anno: il suo ultimo romanzo l’ho trovato interessante dal punto di vista del linguaggio ma un po’meno da quello della trama e della tenuta dell’attenzione del lettore; Marcello Fois ha curato la prefazione di una mia pubblicazione e gli sono grato ma non ho mai avuto a che fare con lui personalmente né granché coi suoi libri che non incontrano i miei gusti personali. Di Chiara Valerio stimo moltissimo l’erudizione e l’intelligenza letteraria (sentirla parlare di libri è straordinario) ma i suoi romanzi mi attirano poco per una questione di tematica. Gli altri non li conosco per mia colpa e manchevolezza; Daria Bignardi mi sta simpatica: l’ho anche inserita in un mio racconto pubblicato di recente in un’antologia miscellanea in cui faceva sesso in camerino con un ospite de “Le invasioni barbariche”. Comunque non ho bisogno di confermare le mie impressioni in proposito: per la verità non ho alcun bisogno di avere impressioni.
Giornalista pubblicista dal 2012, scrive da quando, bambina, le è stato regalato il suo primo diario. Ha scritto a lungo su InStoria.it e ha aiutato manoscritti a diventare libri lavorando in una casa editrice romana, esperienza che ha definito i contorni dei suoi interessi influendo, inevitabilmente, sul suo percorso nel giornalismo. Nel 2013 ha collaborato con il mensile Leggere:tutti ma è scrivendo per art a part of cult(ure) che ha potuto trovare il suo posto fra libri, festival e arti. Essere nata nel 1989 le ha sempre dato la strana sensazione di essere “in tempo”, chissà poi per cosa...







