
Ultimi due incontri con gli autori che quest’anno partecipano a Gita al Faro, mentre il Festival entra nel pieno del suo intento, far raccontare l’isola. La nostra serie di interviste dalle domande uguali per tutti oggi ci fa incontrare Antonella Lattanzi.
È sempre più forte la sensazione che tutti noi desideriamo soprattutto farci raccontare delle storie, che abbiamo fame di racconti. Abbiamo davvero solo bisogno di narrazione?
Credo fortemente che la narrazione sia la prima forma di comunicazione, uno dei modi più potenti che abbiamo per sperare di riuscire a comunicare almeno un po’ di quello che abbiamo nella testa a un’altra persona, o ad altre persone. Ogni giorno narriamo o ci narriamo, anche semplicemente quando diciamo: non sai che mi è successo stamattina. Ogni momento scegliamo stile, tempo, lingua, montaggio, atmosfera, persona delle nostre narrazioni quotidiane. La narrazione, dunque, in tutte le sue forme (per narrazione intendo tutto ciò che narra: dunque anche un quadro, una fotografia, un film, un balletto e via dicendo), è bisogno istintivo e primario.
Da dove nascono le tue storie?
Non saprei dire con precisione, credo cambi di volta in volta. Penso che quando si fa un lavoro come il nostro – un qualsiasi lavoro, dunque, che abbia a che fare con la comunicazione e il creativo – si sta più o meno sempre in ascolto. Si sta sempre lavorando. Per cui una storia può nascere da un’intuizione, un’altra da qualcosa che vedo o che mi raccontano, un’altra da un lungo percorso che viene da lontanissimo e su cui sto riflettendo da sempre senza trovare la chiave e che, a un certo punto, finalmente, come un rebus riesco a risolvere. Riuscire a trovare l’ingresso nella storia che si vuole raccontare: è questo uno degli aspetti più difficili ma cruciali.
Di cosa parli con maggior coinvolgimento quando vuoi raccontare la vita reale? Famiglia, amore, crescita personale, oppure hai un tuo percorso meraviglioso?
Non c’è un unico tema che preferisco. Nel mio primo romanzo, Devozione, parlavo di dipendenza, nel mio secondo, Prima che tu mi tradisca, di tradimenti, Storia con la s maiuscola, rapporti. Sempre, credo, si parla di amore – in forme però molto diverse. La cosa più importante per me è non fermarmi mai alle conquiste già fatte, continuare la ricerca sempre, cercare di migliorarmi e raccontare, di volta in volta, ciò che mi sembra necessario, urgente, proprio questa storia.
Che faccia hanno i tuoi lettori? Cosa credi li affascini della tua scrittura?
Questo proprio non so dirlo. Credo siano loro a doverlo dire. Io scrivo. Mi do totalmente alla scrittura, alla ricerca, alle parole in tutte le loro forme. È l’unica cosa che deve contare, secondo me: fare questo lavoro al proprio meglio, sinceramente.
Perché hai deciso di partecipare a Gita al Faro? Cosa ti ha convinto a dire sì? Ti era già stato chiesto?
Seguo Gita al Faro dalla sua prima edizione, e mi è sembrato subito uno dei festival più belli che abbiamo. Conosco il duro e appassionato e felice lavoro delle organizzatrici, e mi fido prima di tutto di loro come professioniste e come persone. Poi mi sembra un’ottima formula, in una cornice, poi, come quella di Ventotene, che è davvero straordinaria. Non avevo bisogno, dunque, di essere convinta a dire sì: sono stata felicissima di essere invitata. E anzi: ci speravo!
È la prima volta che sei “costretto” a un eremitaggio letterario?
No, l’ho già fatto una volta, all’interno di un progetto della Scuola Holden, con Davide Longo. Insieme, abbiamo portato alcuni ragazzi della scuola nella bellissima sede di Arte Sella, nella Val di Sella, in provincia di Trento. Siamo rimasti dieci giorni in una baita, in eremitaggio, facendo escursioni e scrivendo: alla fine del soggiorno, tutti dovevamo produrre un racconto. I ragazzi scrivevano e potevano rivolgersi a noi docenti per l’editing o per consigli, suggerimenti, o semplicemente per discutere di come sviluppare il racconto.
Sei mai stato prima a Ventotene?
No, mai, e non vedo l’ora. So che è un luogo bellissimo.
Cosa porti di te nell’Isola?
L’amore per il mare, dato che sono barese e vivo da molto tempo a Roma, quindi il mare mi manca. La felicità di scrivere. La felicità di stare con le persone che condivideranno questo periodo con me. La curiosità, la voglia di conoscere cose, luoghi, persone diversi da me.
Cosa cerchi nell’Isola?
Vado con grande apertura. Non mi piace aspettarmi qualcosa dai luoghi, mi piace vedere cos’hanno voglia di darmi, e cosa io sono in grado di cogliere.
Cosa pensi potrebbe mancarti (persone, cose, emozioni…) sull’isola e cosa invece non vorresti ti mancasse?
Non credo potrebbe mancarmi qualcosa. Sarò con persone che stimo e che mi piacciono, davanti al mare, a leggere e scrivere… Cosa volere di più?
Conosci qualcuno degli altri scrittori? Pensi che sull’isola riuscirai a destrutturare o a confermare le impressioni sui tuoi compagni di confino?
Ne conosco la maggior parte, ma non tutti. Sarò molto felice di approfondire la conoscenza di quelli che conosco, e altrettanto felice di conoscere quelli che non conoscevo. Mi piace sempre conoscere persone nuove, penso sia un’esperienza fantastica.
Giornalista pubblicista dal 2012, scrive da quando, bambina, le è stato regalato il suo primo diario. Ha scritto a lungo su InStoria.it e ha aiutato manoscritti a diventare libri lavorando in una casa editrice romana, esperienza che ha definito i contorni dei suoi interessi influendo, inevitabilmente, sul suo percorso nel giornalismo. Nel 2013 ha collaborato con il mensile Leggere:tutti ma è scrivendo per art a part of cult(ure) che ha potuto trovare il suo posto fra libri, festival e arti. Essere nata nel 1989 le ha sempre dato la strana sensazione di essere “in tempo”, chissà poi per cosa...







