Un buon romanzo mette in atto con il proprio lettore un corteggiamento latente e scaltro, unico e individuale. Qui io mi sono innamorata, affogando ogni barriera: «Il frutto pensa a non cadere. È per questo che si aggrappa stretto al ramo. Lui pensa al ramo, non alla radice. Non gli interessa sapere da dove nasce, gli interessa crescere». Ma in realtà l’affinità era cominciata molto prima di pagina 90, da prima ancora dell’incipit. Un incipit memorabile per chi soffre di un’atavica fobia per certi pennuti dell’aia: «A farle da guardia ci sono due oche selvatiche. Hanno gli occhi rossi. Quando il sole se ne va la vecchia le libera, e loro sanno che devono sorvegliare il pollaio. A ogni movimento sospetto devono gridare e poi attaccare. Allungano il collo – hanno il collo muscoloso –, e quando mordono il loro becco taglia».
Paolo Piccirillo (Santa Maria Capua Vetere, 1987) ha esordito nel 2010 con Zoo col semaforo (Nutrimenti) aggiudicandosi un posto nella lista dei 50 scrittori italiani under 40 più promettenti stilata dal “Sole24Ore”. Prosegue ora la meritata ascesa con La terra del Sacerdote (Neri Pozza 2013), romanzo arrivato nei 12 del Premio Strega 2014, ma non nella cinquina finale.
La storia è quella di un albero con le radici sbagliate. Agapito era emigrato dal Molise in Germania, a Stoccarda: qui faceva il prete muratore per una piccola comunità di italiani. E per una tedesca, Christina. Lo avevano raggiunto due compaesani: Mariano e Vito. Insieme avevano tentato la sopravvivenza anche con espedienti illeciti, finché avevano dovuto repentinamente prendere tre strade diverse. Era stato allora che Agapito era tornato a Monteroduni (IS), spretato e contadino, dove aveva iniziato una nuova vita insieme ad Amalia. Per tutti in paese è il Sacerdote, un vecchio arido come la sua terra che non dà frutti. È poi l’incontro con Flori, immigrata clandestina sfruttata per il traffico di neonati, a muovere in lui il motore dell’espiazione: forse più per riparare alla felicità lasciata alle spalle che agli orrori commessi, a quel silenzio barattato con una terra maledetta.
Nella poetica di Piccirillo gli animali assumono un ruolo comprimario: sono carcerieri come le oche dell’incipit o sguardi narranti come l’airone cinerino di pagina 206, comunque attori eppure indifferenti. Svolgono la loro esistenza naturale liberi da coscienze umane, moralità antropomorfe, compassioni cristiane: «Evidentemente l’airone non si accuccia a sufficienza, visto che uno dei figli cade dal nido e sbatte la testa nella terra senza fiume. L’airone allora si mette più comodo». Compongono – gli animali e l’insalata nera, l’albero di arance marce – il quadro di una natura, di una terra incolpevole: arida o fertile non per volontà (propria o divina) ma per mano dei suoi braccianti.
Il romanzo – che se potesse assumerebbe la forma di matriosca: ogni personaggio è dentro l’altro, ogni storia è madre e figlia di un’altra, ogni sgualcire di pagina è un passo dentro, sempre più a fondo, fino a un osso duro, compatto che si chiamerebbe anima se le anime, qui, non fossero tutte disperse sotto una terra senza grazia – si svela già nell’epigrafe: «Nasciamo viviamo, moriamo, ma a volte non necessariamente in quest’ordine».
Questo, allora, è il romanzo del disordine. Un disordine necessario alla vita, alla ricerca di altra terra dove attecchire. Un romanzo perfetto, che prima di iniziare già attanaglia almeno una generazione con una riflessione della dottoressa Meredith Grey dalla quinta stagione (episodio 7) di “Grey’s Anatomy”, medical drama secondo solo a “E.R.”. E forse solo perché è arrivato dopo. A volte l’ordine è una gran fregatura.
Giornalista pubblicista dal 2012, scrive da quando, bambina, le è stato regalato il suo primo diario. Ha scritto a lungo su InStoria.it e ha aiutato manoscritti a diventare libri lavorando in una casa editrice romana, esperienza che ha definito i contorni dei suoi interessi influendo, inevitabilmente, sul suo percorso nel giornalismo. Nel 2013 ha collaborato con il mensile Leggere:tutti ma è scrivendo per art a part of cult(ure) che ha potuto trovare il suo posto fra libri, festival e arti. Essere nata nel 1989 le ha sempre dato la strana sensazione di essere “in tempo”, chissà poi per cosa...










