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Letterature 2014. Omaggio a John Fante

di Giulia Gabriele

Torricella Peligna (CH) è un paese dell’Appennino abruzzese che si arrocca su un grande viale per poi scendere o salire ancora lungo vicoli e passetti. È uno di quei luoghi d’Italia col fisico a fisarmonica: magro d’inverno e corpulento d’estate quando decine di generazioni sparse nel mondo tornano a casa. Tanto la prova costume non è un problema, qui non c’è il mare ma la montagna: la Majella che bella e bianca-verde-azzurra si impone sull’orizzonte e sulle cartoline.

Dalla verità di questa terra trae le sue origini John Fante (1909-1983), scrittore italo-statunitense figlio di Nicola “Nick” Fante (1878-1950) – emigrato in America da Torricella nel 1900 – e Mary Capolungo (1882-1963) – statunitense di Chicago figlia di immigrati lucani – celebrato ieri (30 giugno) con l’evento Un mondo di stupefacente mistero: John Fante organizzato nell’ambito del festival Letterature, in collaborazione con il festival letterario “Il Dio di mio padre” di Torricella Peligna, presso il Giardino della Casa delle Letterature (Roma).

La Sala conferenze era piena. Al tavolo erano seduti degli esperti fantiani: Francesco Durante (sue le prime traduzioni di Fante), Leonardo Colombati (giornalista e scrittore), Sandro Veronesi (scrittore) ed Emanuele Trevi (critico letterario e scrittore). Erano presenti anche Tiziano Antonio Teti (sindaco di Torricella Peligna) e Giovanna Di Lello (direttore del festival “Il Dio di mio padre”).

John Fante era uno scrittore libero, non un operaio della letteratura. Era cocciuto come l’Abruzzo che gli aveva trasmesso il padre. È stato capace di scrivere capolavori e opere minori con l’andamento delle montagne russe, senza rispettare i canoni del tempo e della maturità. È uno di quegli autori destinati a non essere amati dai contemporanei per essere ripagati poi dai lettori ancora non nati. I suoi testi sono una vera e propria scuola di scrittura perché Fante non aveva paura di sbagliare, e allora sbagliava. Sbagliava e poi tirava fuori un capolavoro e magari sbagliava ancora. Nel 1982, diabetico, cieco e amputato di entrambe le gambe detta alla moglie il suo ultimo romanzo che conclude la saga di Arturo Bandini, Sogni di Bunker Hill. Muore l’8 maggio 1983 a Los Angeles lasciando nel cassetto meravigliosi testi inediti che stanno pian piano vedendo la luce.

Questo era John Fante. Lo hanno detto tutti, e lo hanno detto parlando come se lui fosse lì, seduto in mezzo a loro, e come se non fossimo in una sala conferenze ma al bar in piazza tra amici di vecchia data. È stata una parola libera, confidente, ironica a rendergli sinceramente omaggio.

La serata è poi continuata nel gremito Giardino della Casa delle Letterature dove l’attore Rolando Ravello ha letto un passo da Chiedi alla polvere (romanzo tra i più noti di Fante di cui la casa editrice Emons ha curato la versione in audiolibro). Si è poi passati alla degustazione di prodotti tipici abruzzesi (salamini, formaggi, pizza scima, fiadone salato e vini) per concludere con altre letture ancora dai romanzi di Fante da parte di alcuni finalisti delle passate edizioni del festival “Il Dio di mio padre” (la nona si terrà dal 22 al 24 agosto). A ogni parola calava sempre più la sera, e a ogni parola io sentivo l’Abruzzo non l’America. La polvere era lontana, esisteva solo il vento libero sopra la Majella.

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Giornalista pubblicista dal 2012, scrive da quando, bambina, le è stato regalato il suo primo diario. Ha scritto a lungo su InStoria.it e ha aiutato manoscritti a diventare libri lavorando in una casa editrice romana, esperienza che ha definito i contorni dei suoi interessi influendo, inevitabilmente, sul suo percorso nel giornalismo. Nel 2013 ha collaborato con il mensile Leggere:tutti ma è scrivendo per art a part of cult(ure) che ha potuto trovare il suo posto fra libri, festival e arti. Essere nata nel 1989 le ha sempre dato la strana sensazione di essere “in tempo”, chissà poi per cosa...

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