Bernando Bellotto 1740, Viaggio in Toscana con breve dialogo con la giovane fotografia contemporanea

Nel 1740 un giovane pittore mette piede sul suolo toscano, provenendo dalla nativa Venezia. E’ giovane, appena diciottenne, ma è già ben noto ai ricchi collezionisti che lo invitano nella loro regione. Si tratta di Bernardo Bellotto, nipote ed allievo del celebre Giovanni Antonio Canal, colui che sarà poi conosciuto come Canaletto.

Bernardo Bellotto ha imparato tutto nella bottega dello zio, al culmine della sua fama fin dagli anni ’30 di quel secolo. Qui, ha assorbito i modelli e le tecniche compositive dello zio con enorme capacità di emulazione del suo stile, tanto da ingannare gli stessi contemporanei.

Ma, anche se l’eredità ed il segno del suo maestro resteranno sempre alla base della sua opera, la sua uscita da Venezia – e il viaggio in Toscana sarà solo la prima tappa di un lunghissimo viaggio che lo porterà tra le maggiori corte italiane ed europee, fino alla sua morte a Varsavia nel 1780 – coincide e dà inizio ad  un nuovo sviluppo, più personale, del suo stile espressivo, dove si svilupperanno al massimo il rigore prospettico e il realismo della rappresentazione.

La mostra Bernardo Bellotto, 1740: viaggio in Toscana di Lucca, presso la Fondazione Ragghianti, ricostruisce con opere, disegni e scritti il periodo toscano del pittore.

Fu una concorrenza di idee coraggiose e brillanti – spiega Bożena Anna Kowalczyk, curatore della mostra, tra i maggiori studiosi di Canaletto e Bellotto – a dare origine al viaggio di Bellotto a Firenze.

La prima, fondamentale, fu quella architettata dal marchese Andrea Gerini (1692-1766) e dal suo amico e consigliere Anton Maria Zanetti di Girolamo (1680-1767), antiquario veneziano, di dare vita al vedutismo fiorentino.

La seconda è quella di conferire al nascente vedutismo fiorentino del Settecento, quale fonte di ispirazione, lo stile e a modernità̀ illuminista di Canaletto. E quale occasione migliore per invitare a Firenze, come maestro di prospettiva e tecnica pittorica, il suo nipote e allievo prediletto Bernardo Bellotto, di cui riconoscevano, nonostante la giovanissima età, il genio e le potenzialità?

Focus della mostra, occasione unica per ricostruire la visita di Bellotto, è un ciclo di vedute della città di Lucca; il dipinto che illustra piazza San Martino, proveniente dalla York City Art Gallery e cinque disegni di diversi luoghi intorno alla cattedrale ed alla chiesa di Santa Maria Forisportam, concessi dalla British Library.

Esposti per la prima volta insieme, tali opere ci forniscono una straordinaria documentazione della città di Lucca nel Settecento.

Dipinte durante lo stesso viaggio, ma di pochi mesi precedenti – è questo l’elemento che permette di datare con sufficiente approssimazione la tappa lucchese – due vedute di Firenze: Piazza della Signoria e L’Arno dal Ponte Vecchio fino a Santa Trinità e alla Carraia, provenienti entrambe dal Museo di Budapest.

Di pochi anni successiva al dipinto lucchese, ma che ne ripete la bellezza e l’armonia, con la luce “argentata” che si appresta a diventare la cifra stilistica che accompagnerà d’ora in avanti tutta la vita dell’artista, è poi L’Arno verso il Ponte Vecchio, Firenze, concesso dal Fitzwilliam Museum di Cambridge.

Di grande interesse, oltre ai disegni e agli scritti, lo strumento che Bellotto adoperava nella preparazione dei dipinti: la camera ottica. Si tratta di uno strumento dell’epoca, proveniente dal Museo Correr di Venezia.

Uno strumento molto simile, probabilmente, a quello che Bellotto – come suo zio Canaletto prima di lui – utilizzava, proiettando l’immagine sul foglio di carta dove tracciava lo schizzo preparatorio.

Se è noto come questa tecnica – che potremmo definire fotografica ante litteram – sia stata spesso usata dai pittori, da Leonardo fino a Caravaggio e Vermeer, è interessante notare le differenze nel suo utilizzo tra Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto. Mentre Canaletto disegnava l’intera scena che avrebbe in seguito dipinto, così com’essa appariva trasmessa dalla lente, Bellotto ne perfezionò la tecnica riprendendo e disegnando solo piccoli particolari della scena, che poi univa nel dipinto a rappresentare l’intera veduta.

Diremmo oggi che il procedimento è molto simile ad un montaggio, richiamando alla mente quanto viene fatto ai nostri tempi digitalmente, in molti tipi di fotografia contemporanea.

E veniamo quindi alla seconda, ma non meno interessante parte di questa mostra, dove le opere di due fotografi dialogano idealmente con il Bellotto, in un loro diverso sguardo sulla città, con una visione contemporanea che non prescinde dall’eredità del vedutista settecentesco ma la rielabora proponendo nuove letture.

Questa parte di esposizione è frutto della collaborazione tra la Fondazione Ragghianti e Photolux, il biennale Festival di Fotografia lucchese giunto quest’anno alla sua quarta edizione (dal 16 novembre all’8 dicembre).

Le due istituzioni hanno affidato a due giovani fotografi europei la rilettura della città, a quasi tre secoli da quella di Bellotto, soggiornando e lavorando per una settimana tra le sue strade.

La scelta è caduta su Jakob Ganslmeier (Monaco di Baviera, 1990) e Jacopo Valentini (Modena, 1990). Entrambi, anche se in maniera diversa e personale, sono riusciti a produrre documentazioni che a partire dalla ricerca e dalle opere di Bellotto, hanno re-interpretato gli spazi e le architetture della città attraverso narrazioni originali. L’appendice contemporanea alla mostra di Bellotto fornisce nuovi strumenti di comprensione e livelli di lettura inediti della topografia e del paesaggio urbano di Lucca.

Jacopo Valentini ha realizzato una serie di trittici che, assemblati, compongono immagini orizzontali di grande formato.

La “frammentazione” di forma e contenuto delle sue riprese è un evidentissimo richiamo in chiave contemporanea alla tecnica di Bellotto di cui abbiamo detto: comporre insieme i vari elementi della scena, accostando varie inquadrature per giungere al risultato finale.

Ha a che fare, anche se in maniera molto diversa, con la frammentazione anche il lavoro di Jacob Ganslmeier.

Mentre le piazze raffigurate nelle opere di Bellotto sono sempre ben bilanciate dal punto di vista prospettico e dipinte in una luce ideale, per ottenere uno sguardo d’insieme perfetto, la reinterpretazione fotografica che Jakob Ganslmeier propone si oppone a questa visione complessiva assemblando molti piccoli momenti, colti in differenti situazioni luminose.

Ciò produce l’effetto di un mosaico di frammenti, che danno vita, nella somma di minuti dettagli, a una “nuova” grande immagine delle città della Toscana in cui ha lavorato.

Info mostra

Aldo Frezza

Aldo Frezza

Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.

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