Le modalità espressive della fotografia fanno sì che essa possa, a volte, andare oltre la visione del mondo qual esso è. È il momento in cui le immagini fuggono da ogni pretesa indicizzazione del reale ed oscillano tra rappresentazione e finzione, muovendosi al confine tra realtà ed immaginazione, tra documentazione ed evocazione.
Tutto ciò emerge prepotentemente dalla visione di Documents imaginés, tra le mostre più sorprendenti dei Rencontres de la Photographie di Arles, ospitata presso Ground Control, capannone industriale di proprietà delle ferrovie francesi, visitabile fino al 25 settembre.
Documents imaginés ci conduce, con piacevolissima sorpresa, alla scoperta di una corrente di espressione fotografica di estrema modernità, di cui poco si sa da noi e che si mostra finalmente al pubblico europeo grazie al curatore di questa esposizione, l’indiano Ravi Agarwal.
Il concetto di cui all’introduzione si fa ben evidente nelle opere degli artisti provenienti da aree del subcontinente indiano e dall’Iran, legati – pur nelle loro diverse specificità – da un unico, potente, filo conduttore: la sperimentazione di forme nuove di narrazione e soprattutto di riflessione sulla realtà, sicuramente di maggiore impatto, profondità e durata rispetto alla mera rappresentazione del reale alla quale ci ha abituato il reportage tradizionale.
Gli artisti, grazie al controllo di ogni elemento dell’immagine, la predeterminano.
Ricreando la memoria di momenti vissuti, costruendo o ricostruendo ambienti vissuti o immaginati, raccontandosi o mettendosi essi stessi in scena, utilizzando e rielaborando in maniera del tutto originale tecniche e modalità espressive di cinema, teatro, letteratura, poesia, essi affrontano questioni molto importanti ed estremamente attuali: cosa è veramente la realtà, quanto di essa siamo in grado oggi di raccontare o ricordare?
Quanto di noi c’è nel ricordo e nel racconto, al di là delle presunte e mitiche “oggettività” e “verità” alle quali è sempre più difficile credere in un mondo in continuo e sempre più rapido cambiamento, virtuale e liquido?
I grandi quadri dell’iraniano Azadeh Akhlaghi (1978), della serie By an eye witness ricostruiscono avvenimenti tragici della storia recente del suo paese. Nelle messe in scena di avvenimenti realmente accaduti, si riconoscono personaggi facenti parte di epoche differenti. Le sue fotografie interrogano il presente ed evocano il passato nello stesso tempo, al fine di cristallizzare le due temporalità in un unico istante. La riflessione è sullo iato tra lo choc collettivo del presente e la prospettiva di ciò che è stato e sarà storia.
Prajakta Potnis (1980) parte dalla considerazione di come la tecnologia militare si introduce nelle nostre vite (es. forno a microonde, derivato da studi militari sui radar) creando e fotografando ambienti immaginari ma altamente probabili.
La commistione tra interno ed esterno, tra spazi privati e pubblici diventa una commistione tra un immaginario possibile ed un reale utopico/distopico, dove i confini si fanno fluidi come il lavoro dell’artista, afferente al contempo ai campi di scultura, pittura, installazione, intervento in spazi pubblici e fotografia.
Tra realtà e mito si muove Sharbendu De (1978) in Patrie imaginée. Sulle orme di un mito della popolazione Lisu, che vive attualmente nelle foreste dell’Arunashal Pradesh (due orfani, unici superstiti di un villaggio distrutto da un’alluvione, si sposeranno e daranno origine alla popolazione), De ricostruisce con tecniche cinematografiche il mito, la storia dei due fanciulli e scene di vita della tribù, alternando alle grandi immagini “staged” fotografie realmente rinvenute tra le macerie di villaggi distrutti dai nubifragi che spesso flagellano il suo paese.
La ri-costruzione di ambienti ispira anche il lavoro di Dia Mehhta Bhupal (1984), che costruisce – in grandezza naturale, si badi bene – ambienti di solito usati solo di passaggio e con i quali non stabiliamo legami. Essi sono in apparenza sale di attesa, bagni pubblici, atrii di cinema, ma quello che Bhupal non intende ricreare non sono tanto dei luoghi, quanto dei motivi, dei simboli.
Durante la costruzione delle maquette, per le quali utilizza la carta di vecchie riviste, egli si fa di volta in volta architetto, artigiano, progettista. Nel paradosso fotografico che l’artista cerca di indagare la realtà si fa, come fosse il risultato di una lunga performance, prolungata e rimpiazzata dalla sua azione.
Nel video Kheyal, Munem Wasif (1983) esplora angoli della vecchia Dacca, sua città natale, in quanto spazio ad un tempo reale e immaginario. Il video naviga tra conscio e subconscio, svelando il desiderio e il tentativo dell’autore di trascendere la soggettività in cerca di altri ritmi di vita.
Nel lavoro di Sukanya Ghosh (1973), vecchie stampe ritrovate negli archivi di famiglia vengono rovinate, riempite di frammenti di altro, sovrapposte ad altre immagini, al fine di creare una reinterpretazione astratta e profondamente personale.
Distruggendo l’immagine esistente l’artista fa sparire la specificità del tempo, dello spazio e dell’avvenimento, per creare nuove mitologie e cercare nuovi significati. Ghosh esplora e interroga i concetti di provenienza e di paternità. La sovrapposizione di immagini fornisce un glossario di interruzioni e rotture del tempo.
Fin qui gli artisti di Documents imaginés. Non li abbiamo citati tutti, altre sorprese attenderanno i visitatori in queste sale. C’è da dire che le mostre di Ground Control non sono comunque le sole, tra quelle visibili ad Arles, a muoversi lungo questo filone di ricerca di nuove modalità narrative.
Possiamo citare, per esempio, alla Croisiere (uno dei più classici siti espositivi dei Rencontres), La terre où est né le soleil di Julien Lombardi, dove la narrazione di cerimonie rituali di Indios del Messico va oltre ogni indagine etnografica per sperimentare nuove e a volte visionarie forme di racconto per immagini.
È questa, con tutta evidenza, la strada che la fotografia ed il racconto per immagini, in tutto il mondo, stanno prendendo. Strada che gli artisti di Documents imaginés ci accompagnano a percorrere, con grande vigore.
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza


















