La memoria e la storia – anche nelle loro accezioni parallele di archivio, antologia, catalogazione, raccolta di appunti, riflessione sul territorio, – sembrano essere i principali fili conduttori dell’edizione di quest’anno dei Rencontres de la Photographie di Arles, che per il 45esimo anno dalla fondazione riempiono la città di esposizioni ed eventi fino al 24 settembre.
Nonostante soltanto due delle aree d’interesse in cui la rassegna è divisa – Reminiscences e Revisiter – richiamino con riferimenti espliciti gli intenti storico-antologici delle esposizioni, sono molte di più le mostre che traggono spunto da reminiscenze, ritrovamenti, rivisitazioni, riflessioni dei lavori degli autori.
Se vogliamo elencarle tutte, possiamo partire dalle mostre della sezione des films en images, con Agnes Varda e il suo reportage dal villaggio di pescatori di Sète, realizzato durante le riprese del suo primo film “La pointe courte”, Wim Wenders e le sue polaroid durante le riprese di “L’amico americano”, Gregory Crewdson e la sua grande retrospettiva, Scrapbooks, dedicata agli appunti che registi, artisti, poeti, fotografi, scrivevano sui loro taccuini.
Si può continuare con Mythes et clichès, che rievoca l’attività di Nicole Gravier, che giocava negli anni ’70 – ’80 con i miti iconici di allora: fotoromanzi, cartoline illustrate, foto-ricordo. Idee che hanno trovato spazio, in anni successivi, nei lavori di molti altri autori. Da vedere, interessante per sapere qualcosa su un’autrice poco conosciuta al di fuori della Francia.
Ancora, in Assemblage di Saul Leiter, dove le sue fotografie più celebri sono esposte insieme si suoi dipinti, dimostrando lo stesso spirito creativo e l’identico uso del colore; Casa Susanna, la storia di questo luogo degli Stati Uniti frequentato tra il 1950 ed il 1960 da uomini che si divertono a ritrarsi e farsi ritrarre in abiti ed atteggiamenti femminili, corpo di 340 fotografie che solo nel 2004 saranno ritrovate in un mercatino delle pulci di New York; Ne m’oublie pas, la riscoperta dell’archivio di ritratti di emigrati nordafricani, importanti pensieri e manifestazioni di affetto da mandare alle famiglie, realizzati dallo storico studio Rex di Marsiglia.
A La Croisière, classico luogo di incontro e di eventi, dei Rencontres, anche Patria di Olenka Carrasco e Entre nos murs-Teheran, Iran 1956-2014 appartengono in pieno nel filone della storia e della memoria.
In Patria l’autrice naviga tra riflessioni e ricordi, fotografici ma anche testuali sulla vita del padre dell’autrice e della storia del suo martoriato paese, il Venezuela. Nell’altro lavoro, è la storia di un edificio e le modificazioni intervenuto nel corso degli anni a guidarci attraverso la storia del paese.
Siamo – in questo breve elenco – a dieci mostre con questo criterio ispiratore, ma ne potremmo citare molte altre, sparse per i vari luoghi espositivi di Arles.
Forse, alla lunga – questa è stata la nostra impressione –- il criterio storico-antologico che sembra ispirare tutto il festival mostra un po’ la corda, dando una certa impressione di ripetitività concettuale; alcune mostre, però, si innalzano di parecchie lunghezze al di sopra della media risultando comunque assolutamente gradevoli e da vedere assolutamente, fino a valere esse stesse, da sole, il viaggio.
Di Gregory Crewdson abbiamo detto. Questa di Arles, ospitata nei locali de La Mécanique Generale, vecchio edificio industriale del Parc Des Ateliers, è la sua prima grande retrospettiva francese, che raccoglie la trilogia di lavori concepiti tra il 2012 ed il 2022, un decennio di riflessioni sull’America di oggi suddivisa tra le serie a colori “Cathedral of the Pines”, “An Eclipse of Moths” e “Eveningside”, in bianco e nero.
In più, l’ultimo suo lavoro, più sperimentale: “Fireflies”. Dalle sue opere, nell’usuale grandissimo formato, traspare non solo l’estrema cura di ogni particolare, ma l’attenzione dell’autore alla storia dell’arte. Non solo Hopper, al quale i più lo avvicinano, ma anche un attento studio dell’arte medioevale e rinascimentale, una meticolosità formale che si fa sostanza, nella riflessione sulla perdita dei valori e dell’identità di un’America “senza gloria”.
Ma una mostra, oltre quelle citate prima è, a giudizio di chi scrive, veramente il clou dei Rencontres di quest’anno (anche se non fa parte del circuito ufficiale ma di quello satellite) valendo veramente, anche da sola, i sacrifici del viaggio, della deambulazione sotto il sole di agosto e delle lunghe attese.
E’ il caso di Constellations, grandiosa mostra retrospettiva di Diane Arbus nel centenario della sua nascita. L’interesse che sempre suscita l’autrice e l’installazione-capolavoro, al piano interrato della torre della fondazione LUMA – capolavoro di Frank Gerry diventato ormai uno dei simboli della città – attirano forse il maggior numero di visitatori, con attese a volte ben superiori ai 60 minuti a causa degli ingressi contingentati.
L’installazione ci immerge in un universo semi buio, con spazi moltiplicati dalle pareti a specchio. Come elementi di un’enorme costellazione visiva, le 450 immagini ci appaiono alla rinfusa sui loro pannelli metallici. Nessun ordine cronologico, né tanto meno per argomento.
Anche se non potremo mostrare nessun immagine di questa mostra – fotografare al suo interno è severamente vietato, anche ai giornalisti accreditati – diamo la nostra parola sulla sua grandissima suggestione visiva.
I ritratti dei freaks che l’hanno resa famosa sono a fianco di quelli di personaggi famosi del mondo dell’arte, della musica, della letteratura, dello spettacolo. Ritratti che tirano fuori l’anima dei personaggi, che la strappano dalla carta e costringono te, spettatore, a fare i conti con essa – e con la tua. Non si riesce quasi a sostenere gli sguardi – o si resta magicamente attratti da essi – di Jorge Luis Borges, di Germaine Greer, della vedova di Martin Luther King ed altri, percependo così, sulla propria pelle, la grande empatia col soggetto che la Arbus riusciva ad instaurare.
Non la solita Diane Arbus alla quale siamo abituati, si pensa navigando in questo universo. E si capisce allora come i suoi giganti, i suoi nani, i suoi travestiti, i suoi personaggi “strani” siano fotografati, visti, considerati come gli altri personaggi fotografati, famosi o no.
Ogni artificiosa distinzione fra ordinario e strano, tra famoso ed oscuro perde, agli occhi di Diane Arbus, il suo senso e i suoi freaks sono restituiti nelle sue fotografie al ruolo di esseri umani, al pari di ogni altro. Il valore più importante che la Arbus ci lascia, che appare chiaro come non mai in questa eccezionale mostra, diventa l’inclusione.
Sempre tra le mostre satelliti di Arles, non si può non fare cenno alla bellissima Retour à la poussière della giovane parigina Marguerite Bornhauser, che si muove in territori di confine tra fotografia, scultura ed installazione.
Partendo da piccoli frammenti di polvere e sassi verniciati rinvenuti nel vicino sito archeologico di La Verriere, la Bornhauser fa di tali ritrovamenti, fotografati ed inseriti in immagini riprese al microscopio o – al contrario – di frammenti di universo e pianeti, fotografati con telescopi astronomici, una metafora per un discorso sulla nostra percezione della storia, al di là del tempo e dello spazio. La suggestiva installazione – da non perdere assolutamente – è visibile al Musée Departimental Arles Antique.
Chiudiamo la parte dedicata alle esposizioni citando altre due cose che ci hanno incuriosito: Traces del peruviano Roberto Huarcaya (alla Croisiere) e Insolare di Eva Nielsen e Marianne Derrien (al Cloitre Saint Thophime).
In Traces, Haurcaya lascia che la natura dell’Amazzonia scriva essa stessa la propria storia, utilizzando la tecnica del fotogramma. Su grandi superfici fotosensibili il movimento notturno delle piante lascia memoria delle sue tracce misteriose facendo scaturire fotogrammi dal grande fascino estetico.
In Insolare ci troviamo davanti ad un lavoro collettivo delle due autrici, mix tra immagine fotografica, serigrafia, scultura, in cui le varie stratificazioni indagano le trasformazioni di una zona della Camargue stretta tra riscaldamento e progressivo prosciugamento degli acquitrini per l’azione del sole.
Si tratta, in sostanza, della medesima azione della luce solare necessaria per la realizzazione delle serigrafie, mezzo utilizzato dalle artiste per rappresentare il fenomeno.
Fin qui le mostre. Ma Arles, come si sa, non è solo questo. Un intero settore dei Rencontres è dedicato all’editoria fotografica, con gli importanti premi per i libri editi e per i dummies (prototipi autopubblicati).
Una grande messe di libri selezionati nelle varie categorie è esposta nelle sale superiori del Monoprix e recentemente sono stati annunciati i vincitori.
Di seguito i loro nomi.
- Per i libri di foto e testi: 22 Days in Between di Salih Basheer, delle edizioni Disko Bay; per i libri storici: Laboratorio de Teatro Campesino e Indígena. Medio Siglo de Historia di LourdesGrobet, delle edizioni Editorialrm / Inbal / Secretaría De Cultura; per i libri d’autore: Witch Hunt Vol. I: the Banished of Balsapuerto di Christo Geoghegan, edito da Editorialrm.
- Il Dummy Book Award, invece, è andato alla danese Julia Mejnertsen con Hun, che sarà quindi esposto nell’ambito del festival del prossimo anno.
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza




























