Dopo Venezia e Milano, la mostra di Robert Mapplethorpe sbarca adesso a Roma, all’Ara Pacis, fino al 4 ottobre 2026. Ma, come ha ben precisato Denis Curti, curatore di tutte e tre le esposizioni, non si tratta di una mostra itinerante, quanto di eventi che esplorano diversi punti di vista e diverse chiavi di lettura, tappe di un percorso di studio e di ricerca volto a far affiorare differenti aspetti della figura di Mapplethorpe.
La cosa fa sì che non siamo di fronte alla solita mostra antologica, alla retrospettiva di un grande autore, ma ad un’occasione di vero approfondimento delle tematiche, del pensiero e dell’excursus storico del lavoro dell’artista.


Da Le forme del classico di Venezia, transitando per Le forme del desiderio di Milano, siamo ora a Le forme della bellezza. E da qui, dal concetto di bellezza nelle sue accezioni più classiche, nasce uno dei principali criteri che hanno determinato la scelta delle opere, del concept e dello stesso allestimento.
Si tratta del fare chiarezza su un grande equivoco che ha storicamente accompagnato Mapplethorpe, duro a morire fino ai nostri giorni e che il curatore spiega senza mezzi termini, quello di essere ricordato principalmente come il fotografo dello scandalo, l’uomo che negli anni Settanta e Ottanta fotografava corpi maschili e pratiche sessuali ai limiti della decenza, sfidando la censura e i tribunali, incarnando l’eccesso di una New York che non esiste più:
“C’è un grande malinteso che accompagna da sempre il lavoro di Robert Mapplethorpe: quello di considerarlo un fotografo della provocazione”.
Ma, se si spogliano le immagini dal loro contenuto più esplicito, tale lettura ci appare oggi come parziale e fuorviante. Ciò che resta è – continua Curti – puro classicismo, un’ossessione per l’equilibrio, per la simmetria, per la luce zenitale (nel suo significato più prettamente e classicamente tecnico: luce dall’alto rispetto al soggetto, inclinata di 90°), per il rigore compositivo che affonda le radici nella scultura rinascimentale.
Mapplethorpe non ha voluto scioccare il mondo: ha voluto elevare il corpo umano a una dimensione sacra e monumentale.
La mostra ospita, in questa sua versione romana, oltre 200 fotografie divise in otto sezioni tematiche, con le opere ordinate in senso cronologico al loro interno. Il percorso si apre con opere meno fotografiche e meno conosciute al grande pubblico: assemblaggi e collage giovanili, realizzati con immagini d’archivio, ritagli di giornali erotici, feticci religiosi e indumenti.
Oggetti provocatori che contengono però già, in nuce, molto di quello che formerà la sua cifra stilistica futura: il piacere dell’artificio, la messa in scena iconografica, l’esaltazione del piacere fisico ed estetico.
Dopo i primi collages, la svolta nella sua vita artistica: riceve in regalo una macchina fotografica, una Hasselblad che continuerà ad usare poi per tutta la sua vita, salvo brevi occasionali incursioni nel formato 24×36 o nella Polaroid.
Si dipana quindi da qui un percorso che attraversa le relazioni fondamentali della sua vita. Quella con Patti Smith, innanzitutto, forse la più intensa e documentata.
La poetessa-cantante è amica, amante, madre, sorella, confidente: un’ancora di salvezza. I ritratti che Mapplethorpe le dedica – dai tempi del Chelsea Hotel fino agli ultimi anni – compongono un’ode silenziosa, una serie di immagini dolci e suadenti in cui sembra quasi che il fotografo stia dichiarando che il suo è l’unico corpo che abbia mai veramente venerato.
Si assiste in questa sessione all’evoluzione del suo stile, dell’approccio al soggetto e del modo di fotografare. Dai primi ritratti, a volte in esterni e con diversi sfondi, l’artista passa alla sola ambientazione dello studio, con sfondi neutri che esaltano il volto. Dopo questa svolta, Mapplethorpe affermerà di preferire nel modo più assoluto fotografare nel chiuso del suo studio.
Solo in poche occasioni persone o circostanze lo condurranno, non senza fatica, fuori da questa sua comfort zone.
Una di queste sarà l’amicizia con Lisa Lyon, alla quale è dedicata la successiva sezione della mostra. Body builder campionessa mondiale, la Lyon è un soggetto che sfugge decisamente alle convenzioni della rappresentazione mainstream. Il suo corpo, al confine tra femminilità e muscolarità maschile, diventa per Mapplethorpe il paradigma di una molteplicità mutante del femminile.
Le immagini in cui compare la culturista – spesso in esterni, in luoghi iconici del paesaggio americano – trascendono il genere di appartenenza: Mapplethorpe le conferisce un’aura fantastica, quasi da chimera neoclassica.
Nelle altre sezioni della mostra gli autoritratti costituiscono uno dei nuclei più rivelatori dell’intera produzione. Qui, dove ogni distanza tra il soggetto e il fotografo si dissolve, Mapplethorpe usa la macchina per indagare l’anima e raccontare la propria visione del mondo attraverso la massima sperimentazione.
Dalle eleganti pose dandy dei primi anni Settanta ai travestimenti da terrorista o da diavolo, fino all’ultimo Self-portrait with a Skullcane del 1988 (una delle sue fotografie conclusive, con il volto emaciato e segnato dall’AIDS ma con lo sguardo che ancora sfida l’obiettivo) ogni autoritratto diventa tassello di un diario per immagini, un’autoanalisi che non teme il grottesco né il socialmente riprovevole o il moralmente debilitante.
Anche nei momenti più tragici Mapplethorpe conserva il coraggio di guardarsi senza alcuna pietà o indulgenza.
I ritratti delle celebrità, in un’altra sezione della mostra, seguono una logica simile. Per Mapplethorpe fotografare qualcuno rappresenta l’incontro spaziale tra due anime, l’intesa emozionale da creare anche grazie allo strumento meccanico.
Mapplethorpe lavora in studio per controllare alla perfezione la luce, i fondali, la composizione e l’equilibrio formale dell’immagine, elementi ai quali dedica una cura maniacale, alla maniera degli artisti classici.
È sugli sguardi dei soggetti ritratti, siano essi rivolti verso i bordi del fotogramma (William Burroghs, Peter Gabriel, Paloma Picasso) o verso l’osservatore (Yoko Ono, Andy Warhol, Isabella Rossellini) che si impernia il suo fare immagine, la creazione dell’incontro e del corto circuito fotografo/fotografato/osservatore.
Ma anche no. Per i ritratti di scrittori e di molti intellettuali americani di quegli anni Mapplethorpe è costretto di nuovo dagli incarichi che gli vengono commissionati a varcare la porta del suo studio per ritrarre i suoi soggetti nel loro ambiente domestico, all’interno delle loro case.
Riuscirà però a mantenere l’ordinato rapporto tra soggetto, ambiente e sfondo, anzi cogliendo in essi sempre nuovi, imprevedibili e a volte scioccanti legami e connessioni fino a catturare e riassumere, in un’immagine, il carattere e l’anima dei personaggi ritratti.
Ma è nella serie dedicata a Nudi e fiori che esce prepotentemente il senso della bellezza che anima il lavoro di Mapplethorpe, e dove la tesi del classicismo trova la sua dimostrazione più convincente.
Mapplethorpe fotografa calle, papaveri, orchidee e bocche di leone con la stessa attenzione formale con cui fotografa i corpi: stessa luce, stessa ossessione per il contorno e lo sfondo, stessa geometria delle ombre. In bianco-nero o a colori i suoi fiori diventano composizioni dannatamente sexy, ammantati della stessa bellezza, della stessa classica eleganza dei corpi ai quali sono affiancati.
I corpi nudi, i membri maschili, le modelle e i modelli sono fotografati, come i fiori, con una raffinatezza che riflette le leggi della scultura classica, con un unico principio unificante: qualunque cosa si trovi davanti all’obiettivo, il suo sguardo è guidato dalle stesse identiche regole. Ciò che Mapplethorpe insegue senza posa, è sempre la bellezza.
Le ultime due sezioni caratterizzano in via esclusiva la tappa romana, per la quale sono state concepite e realizzate. Nella prima Mapplethorpe rivela un legame con l’Italia finora poco documentato attraverso una selezione di scatti – molti finora inediti – realizzati durante i soggiorni tra Capri e Napoli nel 1980.
Il lavoro faceva parte del progetto Terrae Motus, lanciato dal gallerista napoletano Lucio Amelio dopo il terremoto che devastò la Campania: l’operazione culturale riunì oltre sessanta artisti – Warhol, Kiefer, Twombly, Rauschenberg, Pistoletto. Schifano, Cucchi, tra gli altri – trasformando la catastrofe in forza creativa. Mapplethorpe vi aderì con slancio.
I suoi scatti italiani mostrano un artista che si muove tra storia antica, classicismo, barocco e modernità con le stesse curiosità e voracità estetiche con cui attraversa i corpi.
Nell’ultima parte, il dialogo tra le fotografie di Mapplethorpe e due sculture classiche prestate dai Musei Capitolini per questa occasione – la Statua di Afrodite della fine del I secolo a.C. e la Statua di atleta del I secolo d.C. – diventa uno dei momenti più intriganti dell’intera esposizione.
Se non lo si era già intuito prima, dalle opere precedenti, appare qui con tutta evidenza quello che Mapplethorpe sognava prima di diventare fotografo: voleva essere uno scultore.
In questa sezione sono messe a confronto, una accanto all’altra, fotografie di statue – particolari o figure intere – con dettagli di corpi umani che, spesso, ne ripetono le pose. Il confronto rende evidente come, nella visione di Mapplethorpe, il corpo possa farsi scultura e la scultura corpo.
Mentre le statue assurgono a diventare corpi vivi e guardano a noi “spectators” con un’intensità che si ritrova solo raramente in altri casi – e il pensiero di noi italiani va a famosi lavori di Mimmo Jodice, recentemente scomparso – i corpi umani assumono una fascinazione scultorea.
Il fotografo sembra compiere un’operazione inversa a quella degli scultori antichi: è dal marmo che lascia fluire nelle immagini tutta la fragilità della carne. Non fissa la materia: la rende viva, morbida, respirante.
Nonostante i quasi quarant’anni trascorsi dalla sua morte, le fotografie di Mapplethorpe, riviste oggi, non risultano datate. Né sono diventate, come molte opere di protesta altrettanto contestate allora, documenti di un tempo lontano. La ragione è semplice: queste immagini erano già classiche da quando furono scattate. La mostra romana lo dimostra con chiarezza.
Informazioni: Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza
- A cura di Denis Curti
- Organizzazione: Marsilio Arte, Zètema Progetto Cultura
- 29 maggio – 4 ottobre 2026
- Museo dell’Ara Pacis, Roma
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza

















Una risposta
Il testo è molto interessante. Ho però rilevato un errore: l autore non usava una luce zenitale, luce che corrisponde al sole alle ore 12 all equatoriale. La luce è studiatissima e varia sulla base dei soggetti e delle intenzioni dell aitore