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Fotografia Europea a Reggio Emilia si interroga su persistenza della memoria tra virtuale e tecnologia

Non sempre ne siamo coscienti, ma ci circondano e ci accompagnano in molti attimi, lunghi o brevi, della nostra vita. Si tratta – come li descrivono i curatori – di “presenze che bussano nella notte del pensiero”, non semplici apparizioni ma “ricordi che non vogliono farsi passato”, che “svaniscono senza mai scomparire del tutto” o “presenze fatte interamente di assenza”. In una parola, potremmo definirli: fantasmi.
Fantasmi del quotidiano è il tema della XXI edizione del festival di Fotografia Europea, in pieno svolgimento fino al 14 giugno a Reggio Emilia.

Diversamente da come si potrebbe ipotizzare, non sono tanto – o meglio non solo – i grandi dubbi, le paure, gli incubi, i fantasmi che sembrano attraversare in questi anni i pensieri dell’umanità ad apparire in primo piano, vagando tra le mostre della rassegna. Non le guerre, non la crisi climatica, non le risorse energetiche, non il pericolo di nuove e più spaventose epidemie.

Essi convivono, si affiancano, si intersecano vicendevolmente, creano cortocircuiti con altri fantasmi, più personali ma estremamente presenti fino ad assurgere a valori universali. È il terreno della memoria, dell’attesa, dell’attenzione a ciò che è stato, non è stato, avrebbe potuto essere o sarà – che lo si tema come una minaccia o che lo si attenda con ansia.

Fantasmi del quotidiano diventa così un invito a osservare le tracce invisibili che abitano gli spazi ordinari: i segni della crisi climatica o le eredità coloniali ma anche le fratture psicologiche, le assenze familiari, la saturazione tecnologica, le nuove forme di alienazione sociale. Non più semplice registrazione del reale, ma pratica capace di evocare ciò che il presente tende a rimuovere.

Come sempre fulcro e location principale di Fotografia Europea e dei suoi eventi, i Chiostri di San Pietro ospitano numerose mostre al loro interno. Citeremo, in un elenco non certo esaustivo, quelle che più ci hanno colpito.

Felipe Romeo Beltran, con la sua mostra Bravo (fotografia e video) ci mostra il variegato mondo che si muove sulle rive del rio omonimo e dell’attesa silenziosa dei migranti messicani che, in ambienti vuoti, immobili e sospesi nel tempo, attendono l’occasione di poter passare il confine con gli Stati Uniti.

immagine per allestimento di Bravo, di Felipe Romero Beltran
allestimento di Bravo, di Felipe Romero Beltran

Mohamed Hassan, con l’intenso Our Hidden Room indaga sia il doppio ricordo del padre, al contempo fotografo di cui restano poche tracce e malato di disturbo bipolare, che quello con il suo paese natale, l’Egitto. Il lavoro, nel suo percorso visivo tra memoria e guarigione, finisce per trasformare il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie origini.

immagine per Mohamed Hassan
Mohamed Hassan

I fantasmi di Automated Refusal di Salvatore Vitale si presentano nella doppia veste di sfruttati e sfruttatori tra il mondo dei lavoratori a chiamata, impegnati on line dalle loro stanze in lavori per imprese tecnologiche (la gig economy). Ridotti a fantasmi, condannati all’isolamento e al confine sempre più labile tra vita e lavoro, devono la loro vita ad altrettanti fantasmi: gli algoritmi. Essi soli, non visti, sconosciuti e lontani, decidono i loro tempi, le loro vite, la loro sussistenza. Su tutto ciò, essi soli hanno potere di vita o di morte.

Il norvegese Ola Rindal in Stains and Ashes lascia il suo lavoro di fotografo di moda per rivolgere la sua attenzione verso macchie, crepe ed imperfezioni del nostro ambiente, elementi di solito trascurati e non visti che diventano, anche con interventi manuali sulle stampe, visioni astratte, evocando l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.

Di segno differente, ma ugualmente perturbante, è il lavoro di Marine Lanier, che in Le Jardin d’Hannibal riflette sul paesaggio alpino e sulla fragilità dell’ambiente naturale. Nelle sue immagini botaniche specie rare, serre e archivi scientifici si trasformano in apparizioni luminose, dove la crisi climatica si manifesta tramite una lenta evaporazione del vivente.

immagine per Marine Lanier
Marine Lanier

La fotografia della messicana Tania Franco Klein si fa con Subject Studies: Chapter 1 vero e proprio esperimento sociale, esplorando come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena (identici luoghi, illuminazione, posizione, direzione dello sguardo) con persone diverse. Cosa pensiamo delle persone ritratte, che giudizio diamo di loro? Quali e quanti fantasmi di preconcetti, idee radicate, considerazioni aprioristiche si muovono nella nostra mente per provocare le nostre diverse reazioni davanti a quei volti, anche se a noi completamente estranei?

immagine per Tania Franco Klein
Tania Franco Klein
immagine per allestimento della mostra di Tania Franco Klein
allestimento della mostra di Tania Franco Klein

Nella nuova sede espositiva di Palazzo Scaruffi, mostra 200×200. Due secoli di fotografia e società cerca di raccontare non la storia, ma alcune storie – necessariamente parziali –-della fotografia nei suoi 200 anni di vita dalla prima fotografia di Nicéphore Niépce ai suoi ultimi sviluppi tecnologici, fino all’intelligenza artificiale generativa.

immagine per prima foto scattata con un cellulare
Prima immagine condivisa con un cellulare. In foto la neonata Sophie, figlia dell’informatico Philippe Kahn, inviata l’11 giugno 1997 da un ospedale di Santa Cruz, California. Kahn utilizzò un prototipo rudimentale composto da una fotocamera digitale collegata a un telefono Motorola StarTAC.

Walter Guadagnini, curatore, coglie l’occasione per interrogare criticamente il ruolo dell’immagine nella creazione della memoria contemporanea. L’intelligenza artificiale generativa, gli archivi digitali e la produzione automatizzata di immagini stanno modificando profondamente il rapporto tra realtà e rappresentazione. In questo scenario, il tema dei fantasmi – dalla curiosa moda di fotografare le anime dei defunti, scoppiata nei primi anni del secolo scorso e rapidamente abbandonata dopo che ne fu scoperto il trucco – assume oggi anche una dimensione tecnologica.

Le immagini contemporanee sembrano abitate da presenze instabili: dati, simulazioni, avatar, copie, residui digitali. Suona emblematico, in questo contesto, il confronto tra due delle immagini finali, poste sapientemente su due pareti opposte: la prima foto della storia trasmessa con un cellulare e il manifesto della prima edizione dei rencontres di Arles, nel lontano 1970.

immagine per il manifeasto dei primi Rencontres di Arles nel 1970
il manifeasto dei primi Rencontres di Arles nel 1970

Ma è in Ghostland, curata da Arianna Catania e ospitata a Palazzo Da Mosto, che le “presenze instabili” evocate prima trovano la loro più autentica e articolata dimora. La mostra collettiva tenta un’esplorazione dell’epoca ipermediata nella quale siamo immersi, dove la realtà, come in un territorio spettrale, è filtrata costantemente dagli schermi luminosi, ambiente neoculturale che modella le percezioni e i comportamenti.

immagine per fantasmi si aggirano tra le mostre di Palazzo Da Mosto
fantasmi si aggirano tra le mostre di Palazzo Da Mosto

La memoria stessa si fa volatile quanto la durata dei reel sugli schermi dei nostri devices, territorio dove gli eventi più drammatici o più futili vanno a far parte di un unico flusso informativo (informazione e deformazione/disinformazione allo stesso tempo) e dove la visione stessa crea comunque dei “punti ciechi”, come in “Blind Spot” di Mykola Ridnyi, dove la visione della guerra è offuscata da zone d’ombra che ne impediscono la piena visione e comprensione.

immagine per Mykola Ridnyi
Mykola Ridnyi

In “This is how we win wars” di Indrė Šerpytytė, invece, un’intera parete è occupata da video di soldati che si riprendono mentre ballano sullo sfondo di scenari di guerra.

immagine per Indrė Šerpytytė
Indrė Šerpytytė

All’ultima sala del palazzo, il meraviglioso lavoro di Carolyn Drake, Next door, vale da solo il viaggio a Reggio Emilia e meritava forse – a giudizio di chi scrive, che da questo lavoro è rimasto letteralmente rapito – più ampio spazio e migliore sistemazione.

Il progetto, partendo da immagini delle telecamere di sorveglianza del suo quartiere, trasforma le stesse in situazioni di vita intima e quotidiana, ma anche di visioni che si fanno sempre più oscure, angosciose e dense di sospetto e paura dell’altro.

immagine per Carolyn Drake
Carolyn Drake
immagine per Carolyn Drake
Carolyn Drake

Al Palazzo dei Musei, come ogni anno, la mostra di Luigi Ghirri, questa volta a tema musicale.

Ritratti di cantanti, copertine di dischi, menabò di libri mai realizzati, ricordi di cantanti che col passare degli anni sono diventati suoi amici: Lucio Dalla soprattutto ma anche Morandi, Luca Carboni, Ron, i CCCP, Angela Baraldi. In più, in un’estensione della mostra nei locali del vicino teatro Valli: copertine di dischi di musica classica realizzati per l’RCA e foto di scena di concerti e lirica del teatro.

Un’esplorazione di ciò che Ghirri, appassionato di musica e grande collezionista di dischi, definiva “la strana e misteriosa parentela tra suono e immagine”, particolarmente evidente nella meticolosa cura posta nella scelta delle copertine RCA, dove l’immagine appare assolutamente legata, già al primo sguardo, al genere di musica incisa.

Restano solamente da immaginare, vista la sempre diversa fonte di ispirazione che ogni anno muove eredi e curatori di Ghirri, la vastità del materiale di archivio che l’artista ha lasciato e i terreni non ancora percorsi a cui assisteremo nei prossimi anni.

Ma il festival ha ancora molte mostre, in luoghi diversi. C’è la Chiesa dei Santi Carlo e Agata (Ghostwriter di Elena Bellantoni), la collezione Maramotti (Heaven’s truth di Ndayè Kouagou), lo Spazio Gerra con Canterò soltanto il tempo dedicato alla figura di Francesco Guccini (una delle mostre più frequentate, a volte con lunghe code all’esterno a causa degli ingressi contingentati).

Per ultimo, i giovani. Al piano terra di Palazzo Da Mosto le due vincitrici dell’open call: Federica Mambrini con L’albergo della lontananza e Emilia Martin con The serpent’s thread.

Al piano superiore del Palazzo dei Musei, invece, i candidati del Premio Luigi Ghirri per la Giovane Fotografia Italiana. 7 giovani under 35 hanno indagato nei modi più diversi la capacità della fotografia di rivelare ciò che resta invisibile o non detto.

Tra i lavori, tutti molto belli quest’anno, ha vinto Federica Torrenti con La fortezza, lavoro suggestivo e complicato allo stesso tempo, che indaga in forma visiva e di metafora il concetto medico-scientifico di “coscienza”.

In conclusione, se vogliamo aggiungere un po’ di nostre personali impressioni, Fotografia Europea di quest’anno ha, come risultante della sostanziale onnicomprensività del tema – nel quale poteva rientrare una pletora di sotto-tematiche solo allargando o restringendo il metro di giudizio – risultati vari nella qualità delle mostre e degli allestimenti nelle diverse sedi (ma non può mai essere diversamente).

Però, complessivamente, non ha fatto mancare una ricchezza di spunti di riflessione e di domande da porre e da porsi che, al di là del necessariamente diverso apprezzamento personale delle mostre, è forse l’obiettivo principale al quale una manifestazione del genere dovrebbe tendere.

Nelle giornate inaugurali, complice anche la doppia ricorrenza week end/primo maggio, si è vista una notevole affluenza e molto interesse da parte del pubblico, forse superiore ad altre edizioni.

Informazioni: Fotografia Europea 2026 | Fantasmi del quotidiano

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Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.

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