Europe Matters: visioni di un’identità inquieta è il tema che ha guidato quest’anno il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia, da poco conclusa con gran successo di pubblico (ben 7000 fruitori) sbigliettamento e critica.
Un’Europa inquieta e a tratti inquietante emerge nelle domande che tanti autori si pongono – e ci pongono – sull’identità e i destini del nostro continente.
Il tema scelta dai curatori del festival di quest’anno (Tim Clark, Walter Guadagnini e Luce Lebart) si è rivelato particolarmente sensibile anche alla luce della recente pandemia. Specialmente in questo frangente, molti hanno avuto a che fare con le riflessioni sulla nostra memoria, facendo emergono i dubbi e le domande sul futuro, individuale o collettivo.
Non è un caso, forse, che molti degli autori incontrati qui – attraverso le opere esposte o in presenza, durante le presentazioni dei loro lavori – abbiano raccontato di come i loro progetti siano nati o elaborati durante il periodo di forzata inattività a cui le misure di lockdown li hanno costretti.
È il caso – ne ha raccontato l’autrice – di The island di Monica De Miranda, che indaga i complessi meccanismi di adattamento, integrazione/disintegrazione culturale di uomini e donne di origine africana che vivono in Portogallo. Giocato tra rappresentazione della realtà e ricostruzione dell’immaginario, Monica de Miranda ricostruisce con grande impatto poetico un mondo di credenze e tradizioni che incontrano e a volte si scontrano con la realtà del paese che li accoglie.
Il video da cui le immagini in mostra sono tratte è forse, ad avviso di chi scrive, l’esperimento più delicato e poeticamente coinvolgente di quanto visto a Reggio Emilia.
Un analogo tuffo in antiche ed ancestrali memorie, rielaborate con interventi grafici che restituiscono loro una chiave di lettura onirica ed immaginaria, troviamo in Parallel Eyes di Alessia Rollo, progetto multimediale che mira a riconsiderare in termini visivi e sociologici la costruzione culturale dell’Italia meridionale, così tanto studiata negli anni del Neorealismo da antropologi, cineasti e fotografi.
Le loro ricerche, pur importanti, hanno messo in luce l’immagine di una società arcaico-primitiva e la conseguente nascita di stereotipi culturali. In Parallel Eyes l’artista si confronta con immagini nuove o di archivio modificate con tecniche di manipolazione analogiche o digitali, ricreando un universo sensoriale di grandissima suggestione, volutamente evocativo, al di là della mera descrizione.
Ma l’Europa attuale, teatro negli ultimi decenni di enormi spostamenti di masse di individui, non poteva sfuggire all’analisi dei fotografi che indagano i fenomeni migratori.
E’ il caso di Samuel Gratacap, che in Bilateral mostra vari aspetti delle migrazioni al confine tra la Francia e l’italiana val di Susa.
Gli aspri paesaggi, innanzitutto, che in tutte le stagioni assistono muti al passaggio dei migranti, inquadrati a volte come potrebbero essere visti da telecamere di sorveglianza, ma anche i fugaci transiti notturni lungo sentieri innevati, i cartelli di divieto o le tracce di oggetti lasciati lungo il percorso.
Sopra di essi, sovrastanti ma quanto mai distanti ed indifferenti di tutto ciò che avviene sotto i loro occhi, grandi ritratti di personaggi importanti, che sembrano ritratti durante cerimonie ufficiali ma senza volto: sono i decisori, coloro che con le loro scelte economiche e politiche determinano tutto questo, influenzando le vite di milioni di persone.
Una visione bilaterale (da cui il titolo dell’esposizione) che gioca sul doppio significato del termine, che rimanda agli accordi, spesso definiti in questo modo, tra i vari paesi dell’area intorno al Mediterraneo.
Un altro tipo di migrazione, di cui poco si sa, è stato indagato invece da Myriam Meloni in Nelle giornate chiare si vede Europa, ai Chiostri di San Domenico.
Ripercorrendo il mito di Europa, traccia un ritratto di una comunità che si è formata a Tangeri: giovani donne europee, emancipate, colte, professioniste, con un’educazione aperta al viaggio e all’incontro con l’altro.
La loro vita a Tangeri è, per definizione dell’autrice e dei curatori, l’inizio di una sorta di “rivoluzione gentile”: ben radicate nella società che le ha accolte, continuano però ad incarnare i valori dai quali provengono. Non sono state rapite e trascinate a forza dal Toro come nel mito ovidiano. Ma semmai, quel toro è da loro stesse cavalcato per loro precisa scelta.
Il loro mondo oscilla tra l’arrivo e la partenza, tra le mille sfumature del ricominciare e del lasciarsi andare, tra perenne ricerca di completezza e inquietudine dal sapore agrodolce.
Negli stessi spazi espositivi, altre due mostre, dei due vincitori dell’Open Call di quest’anno, offrono originalissime visioni dell’Europa che siamo. Protege Noctem – If darkness disappeared di Mattia Balsamini si occupa dell’inquinamento luminoso che permea ormai i nostri cieli e le nostre stesse vite.
Le luci artificiali delle città o dei devices di cui ci circondiamo rilasciano uno spettro blu che danneggia i nostri cicli cicardiani e lo stesso ambiente naturale: gli uccelli migratori volano fuori rotta, intere specie di insetti rischiano l’estinzione ed il fogliame viene sorpreso senza preavviso dall’arrivo dell’inverno.
Balsamini indaga con un allestimento di grande suggestione visiva tutti gli aspetti della perdita dell’oscurità, documentando l’alleanza di scienziati e cittadini contro la scomparsa della notte e delle sue creature, importante aspetto della battaglia ecologica che tutti dobbiamo affrontare.
Di diverso taglio Grande padre di Camilla de Maffei, dove frammenti di vita quotidiana in Albania ai tempi della dittatura di Enver Hoxha, accostati fianco a fianco ed intervallati da testimonianze in forma testuale, percorrono tutto il perimetro della sala.
È un chiaro richiamo al Panopticon, alla rigidità del controllo delle vite di tutti, al sistema di sorveglianza capillare messo in atto dal regime che si insinuava in ogni aspetto della vita pubblica e privata dei cittadini. E partendo dal caso particolare albanese, il progetto si fa riflessione – più che mai attuale – sul rapporto tra individuo, società, potere e controllo sociale.
Se queste sono alcune tra le mostre che ci sono maggiormente piaciute tra le location ufficiali, non possiamo non citare – tra quelle ospitate nelle locations partner – quella allo Spazio Gerra, dedicata a Roberto Masotti.
L’attività di questo fotografo specializzato nel ritrarre i più grandi musicisti del jazz e non solo, viene ora, a un anno dalla sua scomparsa, celebrata da una serie di pubblicazioni delle edizioni seipersei: nuove edizioni o ripubblicazione dei suoi libri più famosi dedicati ai rapporti fotografici ed umani che seppe stringere con i grandi della musica moderna italiana ed internazionale. I libri di seipersei vedono la collaborazione di Silvia Lelli, compagna di professione e di vita di Masotti.
Allo Spazio Gerra, You tourned the tables on me gioca sottilmente con le parole, passando da “turned” a “tourned”. Così, il gioco del tavolino di metallo accanto al quale Masotti ha fotografato tutti i protagonisti della musica contemporanea negli anni ’70 diventa un beffardo “tu mi hai preso in giro”.
I 115 ritratti in mostra, il tavolino si fa di volta in volta quinta, set, compagno di giochi e scherzi dei personaggi ritratti, assumendo la valenza di un palcoscenico dove ognuno dei musicisti mette in scena sé stesso, in molti casi con lo stesso dissacrante spirito di sperimentazione che lo ha caratterizzato nella musica.
Quanto sopra per citare solo qualcuno dei tanti motivi di interesse di questa edizione, che ha saputo ben centrare problematiche di grande attualità, lasciando liberi gli autori di spaziare con la più grande creatività tra la ricchezza di spunti diversi che il concept permetteva.
L’interesse del tema, oltre che la ritrovata libertà di movimento e di rapporti interpersonali post-pandemia, hanno contribuito alla massiccia ed interessata frequentazione del pubblico, decisamente superiori a quelli delle ultime edizioni.
Un ultimo accenno ai premi assegnati in questa edizione. Oltre ai due vincitori dell’Open Call, di cui abbiamo detto e descritto le mostre, Simon Bray ha vinto il FE + SKBookAward con Dear Kairos, che è quindi stato pubblicato da Skinner Book.
Il premio per il miglio portfolio presentato in lettura è andato a Alex Tabellini con Perché tutti ti perdonano?, mentre Luana Rigolli vince il premio come migliore progetto del circuito OFF con L’isola degli Arrusi. Per quanto riguarda la giovane fotografia italiana, il Premio Ghirri è andato a Giulia Mangione con il suo The fall.
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza


























