Alla ricerca di un filo conduttore, di un elemento unificante le prime settimane dei Rencontres de Photographie di Arles, in questo luglio 2026, si potrebbe dire che sono state caratterizzati da temperature di caldo torrido, che hanno messo a dura prova la resistenza dei visitatori, che si aggiravano affaticati tra le sedi delle varie mostre.
Secondo tutte le previsioni climatiche, anche le meno pessimiste, il fenomeno non è destinato a mitigarsi nei prossimi anni. Chi sa se tutto ciò spingerà gli organizzatori a rivedere il calendario delle prossime edizioni?
Dopo queste considerazioni personali, il festival di quest’anno non ha mancato di presentare motivi di interesse, diviso come sempre in varie sezioni secondo i diversi campi di indagine artistica, unificate dal tema generale scelto quest’anno: “des mondes à relire”, mondi da rileggere.
Dal catalogo:
“Tra archivi, grandi esposizioni monografiche e scene emergenti, le immagini interrogano identità, storie e rappresentazioni, mentre altre esplorano mille e una faccia del vivente” La programmazione mostra ciò che persiste, si trasforma e ci connette, e apre spazi di libertà ed emancipazione, invitandoci a guardare il mondo con maggiore intensità.
Quindi le sezioni di quest’anno: Independance (dedicato quest’anno all’Africa, continentale o affacciata sul Mediterraneo), Traversées, Vies sensibles, Relectures, Archives incertaines, Emergences.
Consentitemi però, invece che riassumere pedissequamente il tour tra le mostre istituzionalmente stabilito, di seguire un percorso più emozionale, a balzi tra le varie sezioni, guidato solo da quanto più mi ha colpito, dalle sensazioni che mi hanno accompagnato tra le molte esposizioni visitate. Citarle tutte, come sempre, sarebbe impresa troppo ardua
Stupore
Modèle Animal – 200 ans de photographie. Foto di animali, uno dei soggetti forse più praticati, con i ritratti e i paesaggi, durante tutta la storia della fotografia. Quale interesse si può trovare in un argomento in apparenza così scontato?
Invece, varcata la soglia di Mecanique Generale, si viene colti da stupore e meraviglia davanti ad un’esposizione così bella, vasta e splendidamente allestita. Dalle microfotografie del XIX secolo di Auguste Bertsch alle immagini moderne di Martin Parr, Elliot Erwitt, dalle delicate immagini di Rinko Kawauchi alle mise en scene di William Wegman (per citarne solo alcuni), la mostra esplora ogni tematica: dalla documentazione, dalla poetica, dalla denuncia ecologica, dalle sperimentazioni più audaci dei social alla ricerca scientifica.

Il vastissimo panorama visuale che ne scaturisce invita a interrogarci e ripensare i confini tra l’umano e l’animale, tra lo sguardo e l’immagine, tra il reale e la sua rappresentazione.
Poco oltre, mostra di Edward Steichen. Ancora Steichen, ancora i suoi inizi pittorialisti, ancora The family of men? Invece, qui, altro stupore: ci imbattiamo in uno Steichen sconosciuto nel suo grande amore per la natura, per le piante e gli alberi del suo giardino, che fotografa ripetutamente durante la loro crescita con risultati che si fanno via via più astratti e aperti a sperimentazioni sul colore.
Sono opere di grande modernità, decisamente avanti rispetto ai suoi tempi, in molti casi esposte per la prima volta, che ci mostrano uno Steichen assolutamente inedito.

Nella sala accanto, Lisa Oppenheimer con Monsieur Steichen rende il suo omaggio a una immagine iconica di Steichen compiendovi le sue elaborazioni, dove antiche tecniche artigianali si ibridano con immagini generate da intelligenza artificiale e con patterns per tessuti, riflettendo su come il medium fotografico sia in costante trasformazione e profonda revisione.
Ci stupiamo ancora all’Espace Monoprix – che ospita da sempre alcune tra le migliori mostre del festival – con Nos rêves lontaines, antologia della collezione di fotografie della FNAC.
100 foto di tanti autori diversi, da quando quest’arte muoveva i primi passi ai nostri giorni. Lo stupore, qui, dal sapore forse un po’ retrò, è ritrovarsi – come si usava tanto tempo fa – a guardare ad ogni immagine come ad un unicum, dove ogni foto è perfetta così, di per sé stessa.
Le foto esposte non fanno parte di una storia, non entrano in nessuna sequenza; la composizione, i soggetti, le situazioni sono esse stesse storia, raccontano già tutto senza alcuna necessità di editing. Anche nella loro unicità, a loro modo, queste immagini dialogano tra di loro, si incontrano o si scontrano, dando vita ad una nuova sensibile cartografia del mondo, segnata dall’esperienza del fotografo e dal suo desiderio di trovare l’altrove come mezzo per trovare, alla fine, loro stessi (dalla voce delle curatrici).

Con altrettanto stupore abbiamo scoperto il lavoro di Martine Barrat e la sua grande empatia con le donne e gli uomini con cui entra in contatto. Francese, ex ballerina poi riconvertitasi alla fotografia in seguito ad un incidente, si trasferisce a New York verso gli anni ’70.
Dalle fotografie delle bande di strada del South Bronx, dei giovani allievi della scuola di boxe di Harlem o dei piccoli immigrati del quartiere parigino di Goutte D’Or traspare il rapporto stretto di simpatia, di vicinanza ed amicizia a lungo coltivata che la Barrat instaura con i suoi soggetti.
Ne esce un ritratto mai urlato ma intimo e politico al tempo stesso, non solo della loro vita, ma della vita stessa dell’autrice (spesso loro amica, confidente e vicina di casa).
Una vera sorpresa è stato l’incontro con Adam Alan e il suo splendido Ozymandias (dall’omonimo sonetto di Shelley) alla Maison des Peintres. Tra archivi familiari, documenti medici, visioni oniriche, simboli, ucronie (“…cosa sarebbe potuto essere se…?), Alan si interroga sulla perdita di memoria dell’anziana nonna, sul suo rapporto con essa e sul rapporto tra memoria e oblio.

Altrettanto favorevolmente sorpresi siamo stati da Rebecca Deubner e dalla sua Terre amoureuse, poetica e partecipata testimonianza della persistenza dell’amore per la terra tra i contadini e gli allevatori della zona di Sainte-Soline, dopo le grandi manifestazioni ecologiste contro la costruzione di un mega bacino nella zona.

Scoperte e riscoperte
I Rencontres sono quasi sempre occasione per scoprire nuovi autori o per riscoprire personaggi prima quasi dimenticati. Veramente molti, quest’anno. Oltre a Martine Barrat di cui al capitolo precedente,
Arles ci ha dato modo di scoprire Ming Smith, prima fotografa nera di cui il MOMA abbia acquisito le opere. Si tratti di musicisti jazz o danzatrici, paesaggi newyorchesi o soggetti astratti, le foto percorrono strade dove ricordo e suggestione contano più che la mera documentazione. Le sue immagini si liquefano oscillando tra visibile ed evanescente, in un terreno poroso permeato da altre forme di espressione artistica a lei coeve come pittura, disegno, danza e performance.

Una grande e frequentatissima retrospettiva (centinaia di immagini tra stampe e provini a contatto) è dedicata ad Alain Keler e ai suoi reportages, nelle aree di crisi e di guerra che l’autore ha inseguito e fotografato in tutto il mondo nei suoi oltre 60 anni di attività.

William Klein, anche in considerazione del centenario dalla sua nascita, avrebbe meritato molto più spazio e una retrospettiva di ben più grande importanza rispetto agli spazi un po’ angusti sul retro del Musée de Provence che gli sono stati dedicati.
Se si vuole un Bignami dell’excursus del suo rapporto con New York attraverso i vari media che ha attraversato (fotografia, grafica, disegno, video, cinema), la mostra assolve comunque il suo compito con dignità.

Anche Pentti Sammallhati, a giudizio di chi scrive, avrebbe forse meritato una maggiore visibilità, anche se le stampe, per precisa scelta dell’autore di non grande formato ma tutte originali, stampate e firmate da Sammallhati stesso, lasciano comunque ammirati per le perfette composizioni, la scelta dei soggetti e i magistrali bianco-neri.
Come non concludere con Harry Gruyaert e la sua grande mostra alla Chapelle Saint Martin du Mejan, affacciata sul Rodano?
I colori, le inquadrature, i neri profondi che interrompono la composizione aprendo altri piani, disegnando altre narrazioni all’interno dello stesso fotogramma, rivelano il particolare sguardo dell’autore belga, di volta in volta curioso, ironico, empatico.
Il suo sguardo circola liberamente per le strade del mondo, ma poco importa la destinazione. Ciò che accomuna le sue fotografie non sono né il luogo né il soggetto, ma il modo in cui esso si offre allo sguardo e si relaziona con l’ambiente davanti ai suoi occhi: l’intensità vibrante dei colori, i tagli netti delle ombre, le sue geometrie urbane scandiscono lo spazio come una frase di jazz.
Si potrebbe rimanere ore qui, anche a guardare gli slide show e a sfogliare i libri che accompagnano l’esposizione delle sue stampe. E’ una delle mostre che da sole, quest’anno, valgono il viaggio.
Sorprese, esperimenti, post-fotografia ed altre stranezze
Il coreano Park Chan-Wook, pluripremiato regista di No other choice, svela qui un suo sorprendente lato finora poco conosciuto, quello di fotografo.
Il personaggio iperattivo, raccontatore di storie cinematografiche dai contenuti forti, sembra quasi fotografare le cose, anche le più banali, intraviste durante passeggiate oziose, nei momenti di pausa dal suo lavoro frenetico.
Ma il suo occhio allenato non smette di cogliere momenti di volta in volta surreali, ironici, patetici. Egli fotografa ciò che lo affascina, lo sorprende, lo diverte, dove oggetti inanimati sembrano figure umane o dove tutto sembra l’attimo di un tempo sospeso.
La mostra, nel suo particolare e studiatissimo accostamento tra le immagini, è un piccolo capolavoro di editing: foto che di per sé rischiano di apparire banali viste singolarmente, acquistano il loro valore nel dialogo con quelle ad esse affiancate nella sala, generando un effetto moltiplicatore di significato.
È l’esatto contrario di quanto visto tra la collezione della FNAC o in Gruyaert: non è più la singola immagine che conta, ma il dialogo tra essa e la precedente/successiva, il loro incontro/scontro, il corto circuito che esse creano nella mente e nello sguardo dell’osservatore.
La storia non nasce più dall’evento che la foto racconta, ma dall’interazione non obbligata, non definitiva e non necessariamente conclusa tra l’autore, le immagini e il sentire personale dello “spectator”. Forse di non così immediata comprensione ad un’occhiata frettolosa, ma – se ci concediamo di lasciarsi andare alle sensazioni, se si cerca una nuova purezza dello sguardo, al di là di ogni sovrastruttura culturale o di abitudine – si comprende come essa sia una delle mostre più belle ed apprezzate di quest’anno.
Ghana! Rêver l’indépendance. Dopo oltre un secolo di dominazione britannica, nel 1957 il paese ottiene l’indipendenza. Ne segue un ventennio di profonda rivoluzione, di risveglio di energie volte a costruire una nuova immagine collettiva del paese.
Un vero florilegio di iniziative artistiche che coinvolgono musica, teatro, danza, letteratura ed arti visive che contribuiscono a creare una nuova immagine del paese e del suo popolo agli antipodi dalla tradizionale iconografia coloniale e tra le quale la fotografia svolge un ruolo importantissimo.
Questa storia dimenticata rivive in questa mostra facente parte del filone principale di quest’anno dedicato all’Africa, dove scopriamo come molti fotografi ghanesi e non abbiano lavorato nel paese. A partire da James Banor, il più conosciuto anche al di fuori del suo paese, ma passando anche per Paul Strand, Marc Riboud e altri.
Concludiamo con le esperienze più sperimentali, alle quali i Rencontres dedicano sempre uno sguardo privilegiato, di pari passo con la riscoperta dei grandi autori.
Siamo di fronte ad una moderna fotografia, che esce dai suoi canoni più classici, esplora, si contamina e si trasforma sempre più in qualcos’altro: utilizzo di nuove tecnologie (l’AI tra queste), il riuso in chiave moderne di antiche tecniche, uso di materiali diversi, installazioni.
Dai giovani autori selezionati dalla Fondation Louis Roeder, dove la fotografia si fa commistione e supporto anche a materiali diversi (archivi, tessuti, disegni, elaborazioni digitali, manipolazioni) fino al video di Michel Cogitore, Memory Palace, dove immagini di archivi personali, di fotogrammi tratti dal web o generati da intelligenze artificiali ci gettano in un universo che si/ci interroga sullo svanire e sulla persistenza della memoria individuale e collettiva, siamo di fronte a forme nuove – spesso ancora in divenire – di espressione, di creazione, di rappresentazione.
Riletture del mondo, come da filo conduttore della rassegna.
Siamo in pieno nell’era che già importanti autori (Fontcuberta tra tutti) hanno definito “post-fotografia”?
Comunque, ad Arles si è visto di tutto: piastrelle di maiolica stampate, pannelli di legno con sagome scavate, metodi più o meno innovativi per realizzare le immagini.
Per citare qualcuno, Lara Tabet espone al Cloître Saint- Trophime le sue batteriographies (tracce impresse sulla pellicola grazie all’opera di batteri presenti su campioni di acque precedentemente raccolti) mentre Meghann Riepenhoff, nella stessa sala, mostra una serie di cianografie realizzate senza alcun apparecchio fotografico, in cui il solo scorrere dell’acqua sulla superficie crea i segni. Esperimenti non nuovissimi, ma mostre comunque interessanti.

Ancora più particolare – e del tutto nuovo – il metodo scelto da Hu Weiyi per dar vita alle sue immagini. Ma non sveliamo nulla: va visto. La sua mostra, per gli interessati, è a Ground Control.
Come detto, rimane impossibile citare tutto. Mai come quest’anno, tra il circuito ufficiale, l’Off e i tanti eventi collaterali, Arles ha messo così tanta carne al fuoco, oscillando tra le varie direzioni verso cui la fotografia o post-fotografia contemporanea sembrano muoversi e le tante riletture del passato.
E, a proposito di quest’ultime, mi permetto di avanzare il dubbio se la loro presenza non sia stata fin troppo ridondante rispetto al resto, oltretutto con effetto penalizzante per gli autori importanti di cui si è detto, che avrebbero meritato ben altro spazio.
Restano ferme l’importanza e il richiamo internazionale dell’evento, confermati anche durante le giornate inaugurali di quest’anno nonostante le difficoltà climatiche.
Tutte le mostre resteranno visitabili, comunque, fino al 4 di ottobre 2026.
Informazioni
LES RENCONTRES D’ARLES
34 rue du docteur Fanton
13200 Arles
Tél. : +33 (0)4 90 96 76 06
info@rencontres-arles.com
www.rencontres-arles.com
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza














