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Les Rencontres de la Photographie di Arles e come uscirne vivi

Credo che ben poche cose al mondo possano dare l’impressione di una full immersion in qualcosa, come le giornate inaugurali dei Rencontres de la Photographie di Arles.

L’appuntamento con il primo festival di fotografia della storia, ideato nel 1970 da Lucien Clergue e da lui diretto per tanti anni, considerato ora la più importante manifestazione di fotografia al mondo, richiama folle di appassionati e addetti ai lavori da tutti i continenti.

La settimana di apertura è del tutto totalizzante. In quei primi giorni si vede fotografia, si parla di fotografia, si respira fotografia, si mangia e si beve fotografia. Niente altro esiste: la stragrande maggioranza degli esseri umani che in queste giornate torride di inizio luglio si aggira, sosta, siede sui gradini, affolla i tavolini dei bar sorseggiando pastis, visita le mostre sparse per i tanti luoghi di Arles, è qui per un solo motivo: Les Rencontres.

Del resto, la formula ben sperimentata delle mostre diffuse (24 diverse sedi quest’anno per le mostre ufficiali) fa sì che quasi ogni strada, ogni piazza, ogni possibile spazio in città abbia il suo evento.

In più, le centinaia di mostre del circuito off in locali, piccole gallerie, negozi della città. Ma non solo: chiunque è autorizzato ad esporre le sue fotografie sui muri della città, aprire un piccolo espositore per vendere le sue opere o affittare uno dei tanti spazi culturali della città per presentare libri od altro.

In questa edizione, la prima dopo il forzato stop dovuto alla pandemia, sono stati scelti quattro grandi fili conduttori ispiranti le mostre: Performing, Experimenting, Emerging, Exploring & Testifyng.

In più, come al solito. La sezione Revisiting dedicata alla riscoperta di grandi autori del passato, che quest’anno ha reso omaggio a Lee Miller, Mitch Epstein e Romain Urhausen.

Va detto, a proposito di quest’ultimo, che la mostra ha permesso la piacevolissima scoperta di questo autore belga coevo di Cartier-Bresson e dell’evoluzione delle sue immagini, partendo dallo stile umanista fortemente ispirato al suo collega francese per giungere a ricerche dal tono più sperimentale ed astratto, decisamente in forte anticipo sui suoi tempi.

Va da sé come in questa kermesse dei primi giorni non sia possibile vedere tutto. Noi, faticosamente e con risultati incerti, ci abbiamo provato. Però, chi non ha particolari motivi professionali per andare nelle giornate inaugurali, chi non ha ambizioni presenzialiste, chi non ha interesse a scattarsi i selfie con gli autori, potrà, in periodi diversi dalla settimana inaugurale, godersi le mostre con maggiore calma, approfittando anche di visite guidate. Le esposizioni restano fino al 25 settembre.

Chi scrive si limiterà qui a citare – e segnalare – ciò che lo ha particolarmente colpito, rimandando ulteriori riflessioni su quanto visto a successivi articoli. Un’apposita mappa, consegnata in biglietteria, sarà di aiuto nel trovare i luoghi delle esposizioni.

A Ground Control (vecchio capannone industriale vicino alla stazione ferroviaria) c’è Imagined Documents, sorprendente rassegna di giovani autori indiani, del Bangladesh e iraniani con lavori che si collocano in una terra di confine tra realtà ed immaginazione, tra documentazione ed evocazione. A giudizio di chi scrive, tra le cose più innovative di questi Rencontres.

Al Musèe Departemental Arles Antique, But still, it turns, a cura di Paul Graham, raccoglie i lavori sugli Stati Uniti di differenti autori. Gli italiani Piergiorgio Casotti ed Emanuele Brutti sono messi a confronto con la visione di Vanessa Winship, Curran Hatleberg, Gregory Halpern, Kristine Potter, RaMell Ross, Stanley Wolukau Wanambwa, Richard Choi.

Da Dress Code sono particolarmente interessanti i lavori sull’autoritratto di Elina Brotherus e di Sara Imloul.

Alla Croisiere, Sneg (neve) di Klavdij Sluban sorprende, oltre che per le immagini dal grande potere evocativo, per il suggestivo allestimento che crea l’illusione di trovarsi all’interno di una baita in legno, persa tra la tormenta.

Stesso luogo per Julien Lombardi con La terre où est né le soleil, immagini di grande fascino dove l’iniziale intento narrativo sconfina verso dimensioni decisamente più fantastiche ed oniriche.

Al Monoprix (sì, il supermercato. Durante i Rencontres il suo sottotetto ospita mostre) il sottoscritto ha trovato decisamente interessanti, per la serie Experimenter, i lavori materici dello svizzero Lukas Hoffman.

Fin qui le mostre, almeno alcune.

Ma Arles è fatta anche di libri, con i suoi due importanti premi Prix Du Livre (diviso nelle sezioni di Livre d’auteur, Livre historique e Livre Photo-Texte) e LUMA Dummy Books Award.

In più, non mancano gli stand dei più importanti nomi dell’editoria fotografica, così come le presentazioni e i book-signing tra le gallerie d’arte e le librerie sparse per il centro di Arles. Per quanto riguarda i premi, quest’anno sono stati scelti 76 libri finalisti per il premio principale, insieme a 9 dummies per quello ad essi dedicati.

I vincitori sono stati, rispetttivamente: Strajk di Rafal Milach e Hoja Santa del collettivo grafico messicano Maciejca Art.

Rencontres de la Photographie 2022

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Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.

Una risposta

  1. Molto interessante questa modalità “diffusa” per cui la mostra valorizza i luoghi rendendoli spazi espositivi e viceversa. Ho sempre pensato che l’arte nutre i luoghi che la accolgono rimanendone impregnati e che i luoghi cedono all’arte una parte del loro vissuto e della loro storia.
    Grazie, viene davvero voglia di andare…

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