Due coincidenze temporali importanti marcano l’inizio – e la genesi – di importanti mostre di fotografia inaugurate in questi giorni a Roma, nei locali dell’ex Mattatoio di Testaccio.
Si tratta dell’inaugurazione ed apertura al pubblico del nuovissimo Centro della Fotografia di Roma, nato dalla ristrutturazione di uno dei locali dell’immenso spazio, chiuso da decenni, che ospitava lo storico mattatoio della città e del contemporaneo settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, celebrato con visite reciproche dei sindaci delle due città.


Proprio a quest’ultima circostanza si deve, infatti, una delle mostre di cui parliamo: Irving Penn Photographs 1939 – 2007, con immagini provenienti dalla collezione del MEP, Maison Européenne de la Photographie de Paris, prestate a Roma per l’occasione.
Quanto alle altre mostre ospitate nel nuovo edificio, si tratta di C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi e Corpi reali ed immaginari collettiva di tre artisti che occupano gli spazi di Campo visivo, settore del Centro aperto alle esperienze più contemporanee e ad eventuali commistioni tra le più diverse forme di espressione o di uso dei materiali.
Irving Penn
La prima ed importante mostra retrospettiva di questo artista che vediamo a Roma ed in Italia, se si esclude quella del 2014 a Palazzo Grassi di Venezia (con opere provenienti allora dalla collezione Pinault) è a cura di Pascal Hoël (Head of Collection MEP) e Alessandra Mauro, con la collaborazione della Irving Penn Foundation di New York.


Le 109 opere, esposte in ordine cronologico secondo i vari periodi stilistici e di attività di Penn, mostrano l’evoluzione del suo stile e dei diversi approcci, spesso assolutamente rivoluzionari per il tempo, ai vari generi praticati nel corso della linga carriera.
Dai primi lavori, ai viaggi, ai ritratti, alla moda e al beauty, Irving Penn fu una delle più celebrate firma di Vogue dove introdusse il suo stile, caratterizzate da elementi semplici ma dalla grandissima efficacia estetica e comunicativa. Nei viaggi in Nuova Guinea realizza ritratti agli indigeni in piena luce naturale, isolati dall’ambiente e su uno sfondo neutro. Nei ritratti di celebrità ritrae i suoi soggetti nel suo studio newyorchese davanti a sfondi neutri, spesso realizzati da lui stesso nel suo studio.
Anche nella moda, da sempre parte essenziale della sua carriera in Vogue, si distingue per il suo stile sobrio ed essenziale. Negli anni ’40 utilizza sfondi di carta bianca per composizioni mozzafiato che mettono in risalto il taglio degli abiti. Nel 1950 utilizzerà soltanto un sipario teatrale per inquadrare i suoi soggetti in immagini quasi seriali, trasformando i diversi stili di moda in immagini neutre e senza tempo.
È una vera e propria rivoluzione rispetto alle fotografie con composizioni complicate. tinte forti e sfondi ricchi di dettagli, di gran moda in quegli anni e spesso riproposti in questo genere fotografico, anche in tempi recenti.
La semplicità e l’apparente leggerezza di Penn si associano, per dirla con Calvino, “…con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso…”, creando (continuando con citazioni Calviniane) “…una immagine figurale di leggerezza che assume un valore emblematico…”.
La semplicità si sposerà con le raffinate tecniche di stampa nei suoi ultimi lavori di still life esposti nella sla delle conferenze al piano superiore della struttura, dove elementi presi dalla vita quotidiana come mozziconi di sigarette, campioni di spazzatura, gomme da masticare usate e gettate via, isolati dal loro contesto, fuori da ogni elemento superfluo e stampati in grande formato con le antiche tecniche al platino di cui Penn fu sempre appassionato cultore, perdono ogni loro significato trasformandosi in opere di enorme fascino formale ed estetico, come vere icone del mondo moderno.
Silvia Camporesi
Ospitata al piano superiore, la mostra – curata da Federica Muzzarelli – prende il titolo da una frase del film Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir (1975), pellicola intrisa di atmosfera di mistero, di sospensione temporale, di commistione tra realtà ed immaginazione, con i luoghi che si fanno al contempo protagonisti della vicenda e catalizzatori di suggestioni interiori di chi li osserva e li percorre.


La stessa frattura, lo stesso corto circuito tra vero e falso, naturale ed artificiale, tra natura e cultura, presenza ed assenza, passato e presente permea tutto il lavoro di Silvia Camporesi, di cui qui sono esposti, in forma forse troppo antologica a giudizio di chi scrive, estratti dei progetti più noti e caratterizzanti il suo personalissimo stile, realizzati nell’arco di 15 anni di attività.
Partendo da La terza Venezia, suo primo lavoro pubblicato, transitando per Journey to Armenia, Atlas Italie, Almanacco sentimentale e Mirabilia si arriva a Omaggio al Mattatoio, ultimo lavoro commissionato per l’occasione dalla Fondazione Mattatoio, con due enormi immagini dei luoghi prima dei lavori di restauro. I suoi progetti, anche se spesso molto diversi tra loro, sono però interconnessi, testimoniando una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa.
Gli scorci di Venezia, i paesaggi armeni che vediamo sono reali, frutto di elaborazioni successive o addirittura ricostruiti in studio? Siamo di fronte alla ricostruzione di eventi realmente avvenuti o solo immaginati, le architetture visionarie di Mirabilia esistono realmente da qualche parte? Non lo sappiamo e non ha importanza.
Ciò che veramente conta, i protagonisti assoluti delle fotografie della Camporesi – dice la curatrice nei testi che ci accompagnano lungo il percorso – sono i luoghi, veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o solo trovati che siano. Ma, ancor di più, il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso di essi e attraverso i sogni, le suggestioni, le emozioni che li accompagnano, li precedono, li trasformano.
Corpi reali, corpi immaginati
Per concludere, le opere di tre diversi autori occupano lo spazio dedicato ai linguaggi contemporanei, luogo che intende mettere in dialogo pratiche artistiche in un’ottica di riflessione sulla società contemporanea.

In questa mostra, curata d Daria Scolamacchia, la fotografia supera i limiti della cornice tradizionale ed assume nuove dimensioni espositive, capaci di scardinare prospettive consolidate e aprire a modalità̀ inedite di fruizione.
Lo fa con l’opera artisti che lavorano qui sui temi comuni del corpo e del gesto proponendo riflessioni sul tema mediante materiali di archivio, narrazioni documentarie o installazioni tessili.
Si tratta di Kensuke Koike (Nagoya, Giappone, 1980) artista visivo noto per le sue manipolazioni analogiche di fotografie e cartoline d’archivio che in Today’s Curiosity taglia, piega e ricompone singole immagini, trasformandole in nuovi oggetti tra astrazione e surrealismo
Seconda artista presente è Alix Marie (1989, Bobigny, Francia), con due opere al confine tra fotografia, scultura ed installazione: Maman (immagini del busto della madre, stampate su tessuto e disposte in una struttura circolare in metallo, cava, in cui il visitatore è invitato ad entrare all’interno come in una sorta di ventre materno che diviene nel contempo rifugio e luogo soffocante) e Stretch, dove le foto di una sua amica, ritratta in posizioni yoga, stampate su tessuto di Lycra, tirate e distorte all’inverosimile, invitano a riflessioni critiche sulla frenesia contemporanea per quanto è fitness, benessere ed aspetto esteriore
L’ultima artista esposta in questo settore è Forough Alaei (Arak, Iran, 1989), che con il lavoro forse più fotogiornalistico dei tre ha documentato tra il 2019 e il 2024 la vita delle pescatrici dell’isola iraniana di Hengam, all’estremità̀ meridionale del Golfo Persico. Conosciute come “le figlie del mare” indossano veli e mascherine colorati e pescano nel pieno rispetto dell’ecosistema.
Attraverso i ritratti e i momenti di lavoro in mare, Alaei trasforma i gesti quotidiani di queste donne in immagini vive e colorate di coraggio, resilienza e tradizione.
La location
Il nuovo Centro si trova all’interno dell’ex macello nel padiglione 9D. I suoi 1500 metri quadri si sviluppano su due piani. Al piano terra, 1000 mq di spazi modulari, con possibilità quindi di ospitare più mostre contemporaneamente, oltre a biglietteria, bookshop, uffici e – particolarmente interessante – una biblioteca con attualmente 3000 volumi consultabili. Al piano superiore, una sla polivalente (conferenze, presentazioni, corsi, workshop) e un ballatoio, da adibire anch’esso ad esposizioni.
Nelle intenzioni del Comune, esso è tra gli steps realizzati di una serie di enormi lavori di ristrutturazione dei padiglioni dell’ex Mattatoio per realizzare costituire una sorta di “Città delle Arti”. Progetto dai propositi più che lodevoli, come tutto ciò che intende promuovere lo sviluppo di ogni attività culturale.
Il problema e la speranza, al di là delle promesse di questi grandi progetti, è la loro durata e la loro fruizione nel tempo, passato il battage delle inaugurazioni e delle prime iniziative.
Cosa sarà veramente il nuovo Centro (di cui si ricordano accenni e proponimenti già oltre dieci anni fa)? Diverrà l’ennesimo contenitore di esposizioni di grandi nomi, di eventi di grande interesse mediatico ma sostanzialmente isolati e scollegati tra loro, in una logica di “via uno via l’altro”, alla ricerca dell’autore che attira visitatori, come già non mancano in molti luoghi espositivi nella capitale?
Il Palazzo delle Esposizioni, il Maxxi, Il Museo di Roma in Trastevere, Palazzo Braschi, Palazzo Bonaparte, l’Ara Pacis, l’ICCD hanno già ospitato e continuano ad ospitare mostre dei grandi autori della fotografia che raramente però, al di là del loro indubbio interesse. divengono parte di progetti complessivi e veri veicoli di trasmissione di conoscenza della fotografia contemporanea.
Il nostro augurio è che il Centro della Fotografia possa diventare un nodo strategico della fotografia, parte di una rete cittadina, nella misura in cui possa dialogare con i musei (e a tal proposito, non possiamo non notare che Roma non possiede ancora un vero Museo della fotografia, auspicato da molte parti), gli archivi, le Università, le sciole, centri di ricerca italiani ed esteri, con tutto il fotografico contemporaneo che, in ordine sparso, si muove per la città.
Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.
- Aldo Frezza








