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Jeu de Paume. Le mostre parallele di Tina Modotti e Bertille Bak mostrano due diverse descrizioni del mondo

Due donne, due artiste (anche se una rifiutava decisamente tale definizione di se stessa, considerandosi, più semplicemente, “Fotografa”) di epoche, modi di espressione e media utilizzati profondamente diversi, si dividono le sale espositive del Jeu de Paume di Parigi: Tina Modotti e Bertille Bark.

Tecnicamente parlando, non possiamo dire che le due mostre dialogano, tutt’altro. Però, nonostante la distanza fisica (al primo piano la mostra della Modotti, al piano sotterraneo Bertille Bark) nonché espressiva, esse offrono spunti di riflessione sui diversi modi di affrontare tematiche per molti versi simili, oltre che su come essi siano mutati nel corso del tempo – circa un secolo – che li separa. La riflessione va quindi alle diverse modalità di parlare di “politica” o – più in generale – di raccontare come e dove vada il mondo, nei diversi aspetti che possono essere presi in esame.

Tina Modotti (L’oeil de la révolution è il titolo della mostra) per quanto già nota e vista nelle numerose mostre e pubblicazioni che le sono state dedicate dagli anni ’70 del secolo scorso, periodo in cui fu praticamente riscoperta dopo decenni di oblio, offre comunque nell’esposizione parigina nuovi motivi di interesse.

Si tratta di foto recentemente trovate ed esposte per la prima volta, una ricerca sugli artisti del cosiddetto “Rinascimento messicano”, la rinascita e l’effervescenza culturale nata nel paese negli anni post-rivoluzione. Diego Rivera, Josè Clemente Orozco ed altri sono ritratti e pubblicati su libri d’arte e riviste dell’epoca.

Dopo, saranno gli anni dell’impegno politico, che seguono l’adesione al Partito Comunista nel 1927. La maggior parte delle sue foto più conosciute appartengono a questo periodo.

Dalle prime immagini, dove la Modotti fotografa le manifestazioni e la gente del popolo rifiutando volutamente questa volta – diversamente dal precedente periodo di documentazione della attività degli artisti messicani – la scelta di far posare i suoi soggetti ma ritraendoli nel pieno della loro vita reale, passerà “dalla descrizione al simbolo”.  Il suo discorso politico si fa in questa fase allegorico, evocando per simboli le aspirazioni rivoluzionarie.

È la fase della celeberrima “donna con bandiera” o delle nature morte dove l’accostamento di oggetti diversi (falci, cartuccere, pannocchie di mais) evocano il popolo lavoratore della terra come artefice di nuovo futuro avvenire per l’umanità.

Completamente diversi, naturalmente, sono i tempi – si tratta di lavori attualissimi, riferiti al nostri giorni – e i pensieri che muovono Bertille Bark.

Mentre Tina Modotti rappresenta i movimenti politici messicani negli anni del suo soggiorno nel paese, al piano inferiore la Bark usa modalità ben diverse – e più adeguate ai tempi, alle problematiche ed alle tecnologie attuali – per leggere ed interrogarsi su come e dove va il nostro mondo.

Già nota per i suoi lavori anche nel nostro paese, dove ha vinto nel 2022 il Premio Mario Merz, esposta a Torino e al MAXXI di Roma nel 2023, Bertille Bak lavora con molti media, spaziando dai video alle installazioni site-specific.

Un secolo dopo Tina Modotti, cessata ogni illusione sulle belle e progressive sorti degli ideali rivoluzionari, la Bak deve confrontarsi con realtà sempre più liquide e sfuggenti, ricche di sfumature e fuori dalle categorie assolute e manichee che caratterizzavano il pensiero nei primi anni del secolo trascorso.

Tema costante dei suoi progetti resta, però, il mondo del lavoro e lo sfruttamento di esso in varie parti del mondo, come in una sorta di screening sulla realtà contemporanea. Ne ricava un’indagine spietata sul processo di accumulazione di ricchezza globale, basata sulle disuguaglianze e lo sfruttamento della forza lavoro.

L’indagine parte e prende corpo con l’utilizzo di materiale variegato: accumulazione di oggetti o situazioni, reiterazioni, accostamenti diversi, riprese staged con precedente lavoro concettuale e di sceneggiatura, situazioni stranianti, accostamenti “per contrasto”, calembour dai toni tragicamente ironici.

È il caso dello stesso titolo della mostra: Abus de souffle, che fa il verso all’A bout de souffle (all’ultimo respiro) di Godard ma che significa invece Abuso di respiro.

Così anche in Mineurs mineurs (letteralmente: minatori minorenni). I cinque schermi dell’installazione trasmettono simultaneamente video ripresi in miniere in cui vengono impiegati bambini, anche molto piccoli, ad estrarre carbone in India, stagno in Indonesia, oro in Thailandia, argento in Bolivia, zaffiri in Madagascar.

Qui, cinque bambini vengono inquadrati contemporaneamente. La camera gira loro intorno, come in una sorta di girotondo. Mani fuori campo li vestono, li pettinano, li truccano. Sembra che stiano per partecipare ad un gioco, ad una recita scolastica, ad una festa. Occasioni ludiche e di socialità che non hanno probabilmente mai visto e mai vissuto nella loro vita.

Ma ben presto, si scopre la finalità dei tragici e falsi preparativi messi in scena: terminata la finzione, essi vengono calati all’interno dei cunicoli che li conducono al loro posto di lavoro, tornando a recitare il ruolo al quale li ha destinati la commedia della vita. La miniera continuerà a tenerli celati, probabilmente per tutta la loro esistenza.

Altrettanto invisibili restano i protagonisti de La brigada. Sono i lustrascarpe di La Paz, che nel video compaiono con il volto mascherato a rimarcare al loro invisibilità, mentre una serie di loro cassettine degli attrezzi, variamente decorate, sono esposte sulla parete di fronte, testimonianza del tentativo disperato di distinguersi e gridare a gran voce la loro individualità.

Boussa from the Netherlands muove da una vicenda emblematica, forse poco conosciuta dai più, dei movimenti delle merci in quest’epoca di mercato globale: i gamberetti. Pescati nei mari olandesi, essi sono trasportati a bordo di camion refrigerati nel nord del Marocco, a Tetouan, per essere decorticati e preparati per la vendita ed il successivo viaggio di ritorno nel nord Europa.

Mano d’opera a buon mercato per le grandi imprese multinazionali, tanto da rendere convenienti anche i lunghi viaggi in camion da un capo all’altro del continente, le operaie marocchine hanno paghe da fame e non beneficiano di alcun sussidio sociale.

Mentre in alcune bottiglie esposte nella sala sono raccolte le uniche parti di gamberetto non utilizzabili, gli occhi (le bottiglie hanno i colori delle bandiere olandese e marocchina), nel video alcune operaie di Tetouan, vestite da sirena, canteranno a pugno chiuso l’Internazionale.

Però, in olandese, lingua ad esse completamente sconosciuta: lo stesso inno considerato in passato simbolo della loro rivalsa, risuona oggi per tutte loro di parole divenute completamente estranee. Anche nel titolo di questa installazione, un gioco di parole ironico ed amaro al tempo stesso. Boussa significa baci in arabo, dando al tutto il tono di cartoline-ricordo, di pittoresco souvenir.

In Usine à divertissement la Bak riflette su come l’industria del turismo etnico tenda a uniformare e rendere standardizzato il folklore locale, in tutto il mondo. Lo fa presentando tre situazioni diverse nel suo video-trittico, semplici scene di vita quotidiana: un villaggio marocchino, una tribù Lahun del nord della Thailandia, allevatori di cavalli nella Camargue.

Mentre i video scorrono ed i loro protagonisti sono intenti alle loro attività, un grafico a barre misura il loro diverso grado di esotismo, potenziale indice di gradimento per viaggiatori e turisti in cerca di autenticità (?) e di un folclore locale ormai soltanto mitico, reso dal turismo di massa uniforme ed omologato in tutto il mondo.

Sono solo alcune delle provocazioni della Bark, che utilizza tutte le più trasgressive forme di espressione e di indagine per interrogarsi e interrogarci sui destini di un mondo ormai privo delle certezze granitiche del tempo della Modotti, che facciamo fatica ad interpretare e di cui non conosciamo più cosa nasconde sotto la lucente superficie.

E tra le ironie amare e le finte messe in scena si intravede, fino ad emergere pienamente con tutta la sua potenza evocativa, una sorta di shock, di rivelazione che ci fa aprire gli occhi sulla tragica realtà sottesa alle sue apparenti rappresentazioni allegoriche, un punctum, tanto per citare Roland Barthes.

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Fotografo, giornalista, scrittore. Ha collaborato per molti anni, scrivendo e fotografando, per le maggiori testate italiane, cartacee e web, specializzate in arte, cultura, ambiente, viaggi nei territori di montagna di tutto il mondo. E’ stato autore di guide di viaggi ed escursioni.
Negli ultimi anni i suoi interessi prevalenti si sono spostati verso la letteratura e le arti visive, con un’attenzione particolare rivolta verso la grande fotografia italiana ed internazionale, di cui segue le vicende, i festival e le mostre.

Una risposta

  1. Conoscevo diverse foto di Tina Modotti, non conoscevo affatto Bertille Bark. Ti sono molto grata per questo scritto che sarà per me occasione di approfondimento delle due grandi fotografe. Apprezzo molto la contestualizzazione politica che sottolinei ed accentui chiaramente, e la forte critica allo sfruttamento del lavoro da parte delle multinazionali. I giochi di parole e di immagini danno un taglio tanto ironico quanto amaro a tutto questo.
    La riflessione sul “turismo etnico” che tende ad omologare il folklore e banalizzarlo fino a ridurlo l’ennesimo fenomeno di attrazione turistica mi lascia molto pensare. La vecchia differenza tra il turista e il viaggiatore è arrivata ad un punto morto. La fotografia potrebbe essere uno strumento di autenticità e di testimonianza ancora valido. Io me lo auguro. Grazie ancora per questi spunti.
    Rita Baghino

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