Natura onirica… sottovuoto

In un mondo in cui, malgrado la crisi globale, si parla spesso, in economia, di bolle speculative che drogano i mercati finanziari fino alla fase di scoppio che ripristina i valori normali del bene in questione, e in uno scenario socio-comunicativo in cui moltissimi giovani, dal ’79 in poi, persistono nella loro abitudine di rinchiudersi in altre bolle, ma sonore, con il walkman o l’i-Pod, ebbene: la galleria Emmeotto, nel magnifico e storico Palazzo Taverna di Via Monte Giordano 36 a Roma ci offre la possibilità di lasciare inglobare il nostro occhio ipnotizzato in una numerosa serie di bolle del tutto diverse. Queste, tutte insieme compongono un enorme inno al potere della memoria e dell’immaginazione. Beh, non si tratta propriamente di bolle, ma di campane di vetro di varia misura, realizzate tutte dal sensibile e geniale Pablo Mesa Capella, giovane artista spagnolo con un ottimo background, che le ha riempite, con gusto e sapienza, di composizioni dalla valenza potentemente evocativa perché sviluppano emozioni che hanno dell’ineffabile. In effetti la mostra, intitolata Natura Onirica. La memoria degli oggetti, bene introduce al mondo di relazioni sottili, fantasiose ma anche possenti e sorprendenti, che l’autore è riuscito ad intessere con un così ampio repertorio di oggetti, accostati in modo bizzarro a formare dei microcosmi che ci parlano di un immaginario molto particolare e alimentato poi da una riflessione sulla Natura morta come genere pittorico, da cui il titolo dellapersonale.

L’artista, che è solito lavorare con installazioni e che pertanto mantiene attiva la sua attitudine da scenografo, certificata dal suo specifico diploma d’Accademia, ha elaborato davvero delle architetture tridimensionali nelle cui scenografie trovano la loro pensata ma anche ironica collocazione una miriade di oggetti di varia estrazione. In queste dimensioni “altre”, in particolare trovano una nuova vita, come se ne fossero gli abitanti, innumerevoli figure ritagliate da fotografie d’epoca, decontestualizzate e inserite in nuovi universi, stavolta tridimensionali, e nuove storie cui presumibilmente mai avrebbero pensato d’appartenere. Questi personaggi, che nelle foto avranno sicuramente rappresentato un ricordo prezioso per i loro cari, si ritrovano ora a costruire una nuova Storia, che può essere per certi versi affine alla propria o a quella ufficiale o più spesso inventata e soggetta peraltro, come sempre accade nei lavori di Mesa Capella, alle più o meno devianti interpretazioni degli osservatori. E di certo all’inaugurazione abbiamo personalmente assistito allo spettacolo collaterale di molte persone e addetti ai lavori che si sono gustati le opere una ad una con grande curiosità ed ammirazione, affondando lo sguardo tra i riflessi delle campane per meglio scrutare la combinazione dei particolari, girando intorno alle opere, cercando di indovinarne il senso o leggendo il titolo quando le associazioni proprie non bastavano a cogliere il messaggio. Prevedendo e anzi elicitando questa reazione, l’artista aveva preventivamente chiesto a curatori, critici, storici dell’arte e giornalisti di sua conoscenza di interpretare ciascuno una campana ed il senso del suo contenuto, assegnando però un titolo diverso all’elaborato scritto. Oltre al sottoscritto il7 – Marco Settembre, hanno aderito con entusiasmo all’idea e alla sua realizzazione: Elena Giulia Abbiatici, Martina Adami, Rossella Alessandrucci, Maria Stella Bottai, Maila Buglioni, Lorenzo Canova, Carmen Capacchione, Alessia Carlino, Claudia Cavalieri, Giovanna Caterina de Feo, Giorgio de Finis, Linda de Sanctis, Lisa della Volpe, Eva di Tullio, Stefania Giacomini, Andrea Lezzi, Laura Maggi, Simona Merra, Paola Paleari, Francesco Rao, Elena Giulia Rossi, Edoardo Sassi, Clara Tosi Pamphili e Micol Veller Fornasa. Altri, invitati, hanno rimandato il proprio intervento alla prossima

Tornando alle considerazioni in apertura d’articolo, malgrado il dizionario definisca bolla, in senso figurato, “qualcosa di fragile, inconsistente, vuoto; un’esibizione ingannevole”, questi microcosmi creati ad arte da Pablo Mesa Capella sono invece molto pieni, un’esibizione, sì, ma molto lontana dal minimalismo oggi imperante, e di assai più vicino alla ricchezza barocca o meglio alla bizzarria ricercata tipica delle collezioni esposte nelle Wunderkammern (le stanze delle meraviglie) del Settecento, in cui nobili e personaggi di potere accumulavano bizzarrie dal mondo animale, vegetale e minerale provenienti spesso da loro possedimenti in paesi esotici. E come dicevamo delle bolle speculative, anche questi universi sottovuoto sono capaci di amplificarsi per contagio tra gli osservatori, suscitando un entusiasmo non motivato da eventuali rendite finanziarie ma dalla possibilità di veder rispecchiate in queste composizioni emozioni pressochè universali legate a ricordi più o meno felici dell’infanzia o della gioventù. Un atteggiamento mentale che, rispondendo alle premesse stilistiche dell’autore, non è razionale ma risponde in modo salutare, verrebbe da dire, ad una necessità di poesia che oggi si sta tornando ad avvertire. Si diceva con Pablo, infatti, che è nei momenti di crisi che si danno i cambiamenti di paradigma, ed è così che forse oggi gli artisti con un certo ritorno alla ricchezza d’elaborazione iniziano a rispondere ad una onda lunga di arte concettuale, astratta, spesso troppo mediata dalla tecnologia, la quale forse ci ha portato a saturazione.

Viceversa, il legame con l’inconscio e quindi col surrealismo ed il suo rapporto dialettico con la tradizione (di rottura ma anche di citazione), è quello che segna queste opere, che già dall’utilizzo di porzioni ritagliate di fotografie (spesso proprio della Belle Epoque) rimandano al collage dada-surrealista, così come le scatole di legno appese alla parete in una sala a parte possono ricordare alcune sculture picassiane ottenute con materiali di recupero. Ma più in generale si tratta di congelate scenografie del sogno che di surreale hanno anche la capacità narrativa di suggerire tematiche irriverenti o giocose o acide. È proprio questo aspetto critico a cui mi sono ricollegato personalmente scrivendo il mio testo, “La glassa sul feticcio”, su quell’opera, “Ricordo di una mucca di montagna”, che presenta, sotto la campana di vetro, un bianco teschio di mucca in posizione verticale, usato per rappresentare una montagna innevata con tanto di piccoli pini in scala e disseminata di tanti personaggi ritagliati da foto scattate appunto in montagna, che si trovano ai piedi di essa con animali o che sciano lungo la discesa, quasi come se la mucca stessa ricordasse la sua vita passata. Citando Burroughs, mi sono focalizzato sull’ossimoro visivo tra l’atteggiamento serenamente bucolico delle figurine sulla “neve” e la soggiacente icona di morte, il teschio di mucca, concludendo che la vita continua ma che è deplorevole l’indifferenza con cui si sorvola, anzi si scia, in superficie, sui drammi sottesi che attanagliano il pianeta.

In altre opere, l’istanza critica è forse ancora più evidente, perlomeno nelle intenzioni dell’autore. Si può ammirare infatti un trittico sulla guerra, composto da “Preambolo di una guerra”, “Carro armato” e “Torre di Babele a Pisa: tempo di guerra”: nel primo troviamo uno scoiattolo impagliato e agghindato con una sorta di armatura fatta di foglie arrugginite di metallo ma dipinte d’oro e sormontato da una tipica torretta (ricavata da un antico portamonete) di quelle che ospitavano l’auriga e gli arcieri, sopra gli elefanti da combattimento. Tutti i personaggi ritagliati sono soldati, ma non combattono ancora, sono in attesa. Nella seconda campana di vetro troviamo un carapace di un tipo di granchio gigante, un animale non ancora estinto, quasi un fossile vivente, un rimasuglio della preistoria. Dietro, e dentro al carapace (il guscio del granchio) troviamo figure ritagliate di reduci o militari fotografati intorno allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ed uno di loro accanto ad un cannone. In basso, invece, disposti in cerchio, notiamo diversi proiettili sormontati da una stranissima tromba che anch’essa traccia una circonferenza; l’imboccatura è mancante, ma ciò nondimeno l’oggetto evoca note d’assalto e attacchi alla baionetta! Nella terza opera il tono generale è un po’ kitsch, ammette l’artista: intorno a tre uova di struzzo, disposte l’una sull’altra a formare la torre del titolo, ci sono parecchi fiori, sembra una rappresentazione un po’ più superficiale e divertente, ma in cima c’è un accostamento rivelatore, quello tra un puttino di porcellana ed un piccolo balilla ritagliato. Va rilevato che le uova di struzzo hanno una loro tradizione artistica, intesa come presenza in diverse nature morte della Storia dell’Arte, e qui sono appunto il segno di un ulteriore ascendente di queste opere così cariche di suggestioni, la natura morta, appunto.

L’artista, che sente di essere influenzato, come ogni appartenente alla cultura mediterranea, alla religione, dopo la sua installazione interattiva sulle due religioni antagoniste del Cristianesimo e dell’Islam Deus ex machina (messa a punto), presentata alla galleria La Stellina al Pigneto e da noi già recensita a suo tempo, torna con spirito critico su questo altro suo tema ricorrente. Partendo dalla sua Andalusia, in cui la religione si presenta con forti connotati folkloristici, legata alle feste paesane come la Settimana Santa, Pablo, pur lasciando trasparire di non essere d’accordo con alcuni aspetti della religione organizzata, se n’è lasciato ispirare dal punto di vista prettamente artistico mettendo insieme elementi che simboleggiano insieme gli oracoli (profani) ed i più “ortodossi” reliquiari cristiani, oltre a frasi ritagliate da un libretto per la messa e a una piccola targa/pala decorativa, quasi un minuscolo altarino. E così, in “Passeggiando oggi per un Golgota qualsiasi”, con dei chiodi ed una croce ritagliata con il Cristo e due santi ai lati (prelevati da una foto di un bivio in cui le tre figure dovevano proteggere i viandanti) si rimanda alla sofferenza come esperienza universale, tanto che un frammento di straccio, simbolo della Sindone, sporge fuori dalla teca di cristallo ad indicare metalinguisticamente che l’artista vuol spezzare la convenzione artistico-scenica per indurre lo spettatore a considerare un problema reale. Anche su questo tema c’è dunque un trittico che comprende una realizzazione con una foto del Concilio Vaticano II con una pigna di legno bianca, a simboleggiare il Cortile della Pigna, al centro dei Musei Vaticani, una piccola buca in cui giacciono tre medagliette-ricordo di Papa Giovanni Paolo II (allusione alla commercializzazione delle immagini sacre sotto forma di gadgets per turisti), ed una figura femminile girata di spalle, in posizione centrale, ad indicare la concezione negativa della donna.
In un’altra teca sono protagonisti Adamo ed Eva ed il peccato che continua. L’approccio qui, oltre che critico, si fa acido: all’interno di una scatola di ottone a forma di mela ci sono porzioni di fotografie pornografiche d’epoca, un libretto “Indice della Storia Universale”, una costola (di Adamo…), la pelle di un serpente, le figure ritagliate di una coppia che lavora nei campi, riferimento alla condanna al lavoro e alla fatica dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre.

In “Gulliver e il bosco in tre dimensioni” siamo deliziati invece dalla visione di una piccola armatura, probabilmente un “pupo” siciliano, seduto con le gambe stese e legate da tanti fili rossi (un leit motiv dell’artista, che li utilizza anche nei suoi biglietti da visita), nel mezzo di un bosco in cui gli alberi sono foglie essiccate piantate verticalmente e bucherellate da tanti fitti fori triangolari, i cui triangolini di risulta fungono da foglie. Sono presenti anche uccelli e insetti come i coleotteri, di cui due più grandi, maschio e femmina, che si cercano senza fine, ma soprattutto i lillipuziani, incarnati da tante sagome ritagliate dalle fotografie. E se la scala non è coerente, ciò si spiega con le tre dimensioni a cui rimanda il titolo. Anche questa, come le altre, è un’opera in cui l’effetto sorpresa genera un coinvolgimento istantaneo cui poi si può dare un seguito soffermandosi di più sui singoli particolari.
Questi procedimenti metaforici di personificazione degli oggetti e animazione dell’inanimato sono stati possibili a Pablo Mesa Capella in virtù di un suo impulso romantico-feticistico a raccogliere foto ed oggetti trovati su bancarelle, negozi, mercatini, sin da quando era molto giovane. Guidato dal padre per i mercatini di Londra, Parigi, e della Spagna e dell’Italia, andava acquistando senza un’utilità pratica questa messe di oggetti curiosi e vecchie fotografie ma ovviamente non con l’attitudine elitaria dei proprietari delle Wunderkammern ma con l’intenzione piuttosto di salvare quegli oggetti dall’oblio e farne dei supporti per l’immaginazione. Il giovane spagnolo infatti si addormentava nella sua stanza piena di tutte queste minute meraviglie sul pavimento, alle pareti, nelle scatole, che durante il suo sonno maturavano, maceravano, “cuocevano” dice lui, delle relazioni inedite che un giorno, in maniera più o meno inconscia o razionalmente meditata, gli avrebbero ispirato queste che ormai sono cristallizzazioni, sedimentazioni di sogni e micro-memorie.

Completano la mostra da Emmeotto tre installazioni site-specific. In “Album sospeso”, l’installazione all’ingresso, dominano quelli che superficialmente si potrebbero considerare gli scarti dei ritagli fotografici di cui s’è detto; in realtà le fotografie con le figure ritagliate mancanti acquistano un significato profondo, le silhouettes mancanti rimandano ad altro, ad una dimensione più concettuale, perché mentre nelle campane domina la logica figurativa, qui è protagonista l’assenza. È un altro aspetto dello stesso lavoro, ed è articolato su due strati (per dare un senso di profondità) di foto bucate sospese a mezz’aria grazie ai soliti fili rossi, qui più che mai elemento di congiunzione che promette/permette di connettere tutti questi rimasugli d’un mondo che non c’è più, quello del primo Novecento, dopo i dagherrotipi, in cui il lungo tempo d’esposizione produceva un’aura di mistero attorno alle figure, come scriveva Walter Benjamin. Oa la mancanza di quelle figure richiede al fruitore di immaginare cosa oltre a quest’aura impalpabile, possa riempire il vuoto. Un discorso simile va fatto per le scatole di cartone appese in serie alla parete e recanti ciascuna una di queste foto con l’elemento mancante, e così anche per quelle scatole che invece contengono il prezioso catalogo, composto da X stampe delle opere, ciascuna con sul retro il testo elaborato dagli “addetti ai lavori dell’Arte” amici di Pablo. L’installazione “Bosco in natura morta mutandis” è infine composta da serie multiple di ripiani in legno con sopra o uno specchio oppure una delle foglie utilizzate anche per la campana con “Gulliver”. Anche queste foglie sono segnate dai forellini triangolari, ed i triangolini che ne derivano sono incollati sui supporti. “Mutandis” dunque si ritrova nel titolo sia perché a lungo termine le foglie potranno deperire (dando all’opera il valore di analoghe realizzazioni del genere “Arte povera”, sia perché gli specchi rimandano interattivamente allo spettatore la sua immagine o moltiplicano quella delle stesse foglie, facendone per metonimia un meta-bosco, che come nella più tradizionale simbologia, rimanda all’idea di perdita del sé ma anche di ricerca, di vita e di trasformazione.

Se dunque qualcuno può sentirsi sottilmente inquietato dalla forma e dal significato delle teche di vetro, come resti congelati di qualcosa che sopravvive soprattutto nella nostra mente ma che acquista il carattere di feticcio non molto rassicurante, con questa installazione più ariosa Pablo Mesa Capella riscatta, ammesso che ve ne sia bisogno, il concentrato affascinante di reliquie sacre e profane e si conferma un autore sensibile, duttile ed estremamente creativo, materializzando mondi invisibili che fanno riflettere emozionando nel segno dello stupore surrealista.

Info mostra

  • Emmeotto
  • Palazzo Taverna | Via di Monte Giordano, 36 | 00186 Roma
  • tel. 06 68.30.11.27
  • info@emmeotto.net
  • www.emmeotto.net
  • Orario: dal lunedì al venerdì h 10.30-13.30 | 14.30-19.30
  • sabato su appuntamento
  • chiusura domenica e festivi
il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012) e alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II). È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

Commenta

clicca qui per inviare un commento