Michele Corleone: dai ritratti a Pola-to-o-kyo-o (insieme a Gladys)

Per chiarirsi (ma davvero?) le idee sul brulichio di facce, anime disossate e sguardi stanchi che riempie case e città, paesi e botteghe, sale d’aspetto e luoghi di passaggio, un temperamento puntiglioso e curioso potrebbe desiderare di cambiare contesto per verificare se anche lontano dall’Occidente opulento, magari nell’Oriente opulento, circolano gli stessi ormoni, la stessa alienazione, la stessa insoddisfazione glassata con una patina di enigmaticità ed iterazione. È anche a questo che è servita la mostra allestita di recente, presso la liminale galleria Interzone. Stavolta, nello spazio gestito da Michele Corleone, è stato lo stesso gallerista a mettersi in gioco, in quanto fotografo di lungo corso con alle spalle diverse pubblicazioni e collaborazioni con giornali, con una sua serie appunto sul Giappone, una delle sue mete preferite, in simbiosi con il lavoro “gemello” di colei che è stata la sua insegnante nella New York di metà anni ’90.

Prima di discutere del caos organizzato dei momenti fluttuanti rubati dai due autori dal flux dei tessuti umani delle transumanze quotidiane e oniriche al tempo stesso, di Tokyo, sarà bene infatti far luce sulla genesi del progetto e sul profilo di Corleone gettando un’occhiata indietro, e non solo a quando quelle foto son state scattate. L’autrice Gladys insegnava Street Photography in polaroid a New York, quando le capitò come allievo un italiano perspicace e dai capelli lunghi e la fronte spaziosa, che usava anch’egli, tra l’altro, la polaroid ma senza conoscere a fondo le potenzialità del mezzo. Le lezioni si tenevano all’ICP, l’International Center of Photography, e Michele Corleone era lì anche perché studiava e lavorava con gli scrittori della Beat Generation, tra cui Ferlinghetti e John Giorno (fondatore del Poetry System). Corleone d’altronde incentrava la sua ricerca fotografica sul ritratto ed il reportage e scriveva a quel tempo su “Il Manifesto” recensioni di letteratura americana, quindi sembrò naturale una fusione delle sue due aree di interesse. Dal 1998 poi, sarebbe entrato a far parte dell’Agenzia Grazia Neri, per la quale avrebbe realizzato ritratti anche di musicisti oltre che di scrittori italiani e stranieri, e reportage fotografici e video-documentari in Russia, Cina, Mongolia, Giappone e Marocco. Nato a Milano nel 1968, fotografo e filmaker, ha subito scelto uno stile molto spontaneista in apparenza, se vogliamo, sia nella ritrattistica che nel reportage, coerente con una poetica tesa a documentare la realtà come se questa celasse sempre qualcosa di alterato, come se fosse in altre parole altra da sé, e fosse sempre catturata con modalità che non prescindono da uno stato emotivo; il modo infatti appare sempre inafferrabile, instabile, trasudante un’esistenzialismo casual che è il corrispettivo di uno spiegazzamento interiore della vita per altro verso plastificata e leccata che si vive dagli anni ’80 in poi. Il post-modernismo è mostrato nel suo versante più acre e dissimulato, quello dell’insoddisfazione, della smania ribellistica dalle ascendenze anticonformiste colte. Corleone è infatti, tra l’altro, un cultore di Burroughs, sul quale sta preparando una corposa e documentatissima monografia, e del guru maledetto della Beat Generation ha tutta la vocazione a cogliere con programmatico disordine, ma da fotografo, il senso d’avventura, lo sfasamento, il rimbalzo tra scenari metropolitani rutilanti e i dettagli carezzati con sguardo sfocato da una ostentata mancanza di lucidità. In queste condizioni da osservatore critico non integrato con la disintegrazione strisciante, Corleone si è mosso andando a cercare con una sfatta pervicacia realtà diverse ma che riconducono tutte ai diversi modi con cui nei diversi angoli del pianeta è organizzata la dissipazione delle città, degli spiriti, dei mercati, dei corpi.

Degli hutong di Beijing (il vecchio tessuto urbano risalente alla dinastia Qing), in Cina, ci mostra la sparizione compensata da centri commerciali, alberghi e strade più ampie. Corleone ha fotografato questi luoghi in bianco e nero nel 2000 e a colori nel 2010 mostrando, accostate, le macerie materiali e morali accanto ai nuovi scorci urbani con un che di forzosamente artificiale. La sensibilità per l’inquadratura è assicurata, ma è accompagnata da una inclinazione nomade e sociologicamente militante, che genera il forte impatto etico-estetico.

Nella serie dedicata agli uomini-scatola che vivono in scatole di cartone nei corridoi di collegamento della metropolitana della stazione di Shinjuku, in Giappone, un mondo sotterraneo che si estende con chilometri, viene mostrato con uno sguardo saettante, lontano da certo rigore paludato e oggettivizzante, il contrasto tra gli homeless e la realtà perennemente illuminata di schermi e superfici riflettenti in cui si muovono, più a loro agio, uomini-manager con la cravatta e la valigetta ventiquattrore. Anche il fotografo sembra essere veloce e di passaggio, ma solo strategicamente, per non farsi risucchiare dall’indifferenza complice di chi tollera paternalisticamente la dimensione dell’emarginazione.

Il mercato Tsukiji, invece, a Tokyo, è il più grande mercato all’ingrosso del pesce in tutto il pianeta. Vi lavorano fino a 65.000 persone. È diviso in due settori: il mercato interno (jonai shijo) dove si tengono le aste dei tonni e lavorano i grossisti, e il mercato esterno (jogai shijo) dove si svolge tutto il resto delle attività commerciali, quali la vendita di pesce al minuto, la sfilettatura, lavorazione, essiccazione, conservazione del pesce, ecc. Qui la filiera industriale, dall’asta dei tonni sino alla vendita al dettaglio, viene illustrata partecipando con perplessa e tuttavia disinvolta attitudine a queste attività che sono un’esemplificazione di quella imperiosità della necessità umana che organizza e rende accettabile anche la ripetitività di uno scannatoio su ampia scala. Burroughs diceva che l’uomo è il virus per eccellenza, spietato con le sue prede come lo è con i suoi simili.

Il lavoro dedicato alla boxe è intenso, carico di masse potenti in movimento, guizzi còlti con un occhio scarno, perché qui c’è carne, grottesca turgidità aumentata dai guantoni, e luci accecanti, sudore che presuppongono gente stipata in corridoi di sedie, intenti a consumare il rito carnivoro della schermaglia tra gli uguali, che nel convulso della lotta si affrontano come se fossero contrapposti, ma chi è il sogno e chi la realtà, chi è il difensore dell’utopia su quel quadrato di schiavi gladiatori?

Assai interessante e del tutto contemporaneo il lavoro di Corleone videomaker: i videoclip realizzati per il gruppo musicale Miura, in cui l’artista cura la regia e la fotografia e il montaggio, a volte in coabitazione con altri, mostrano una certa versatilità accanto alla coerenza necessaria per confermarsi ad alto livello, e infatti sia l’utilizzo di scenografie essenziali, sia l’utilizzo di modelle o attori, sia l’inserzione di sequenze in cui si ravvisa la sua poetica dello spaesamento ottico, un po’ allucinato ma elegante, di una città divorante contraltare di un box traslucido claustrofobico (Azzurro acrilico), sia i movimenti repentini e astrattizzanti su dettagli dei volti dei musicisti o dei loro strumenti con un impianto luci sempre non banale congiurano a farci supporre lo statuto misterioso di un altrove in cui tali musicisti attingono la loro ispirazione come se fosse una realtà ulteriore, tra il rarefatto e il devastato, come secondo vulgata dev’essere la vita dell’artista, e infatti anche i movimenti di macchina sono orchestrati in modo da girare intorno a quegli attimi bruciati nella produzione di suoni innovativi, dando l’idea che scavando tra i frames si possano cogliere verità sciatte ma fortemente metaforiche, schegge di un’esistenzialismo alternative che è una lontana progenie della post-avanguardia dei Velvet Underground e un’attualizzazione della sofferenza sublime.

Merita una citazione anche l’andamento stroboscopico dello scrittore-personaggio di La strategia del destino, romanzo di Andrea Villani (Mursia Editore) per cui Corleone ha girato il booktrailer. L’andamento a scatti conferisce una patina espressionista o isterica a tutto il lavoro, intento a suggerire un’unica forza oscura al lavoro dietro a tutte le quattro storie intrecciate contenute nel libro, e perfino a tutto l’oceano di luci della città di notte, proposto in panoramica come da una Mulholland Drive. La donna/uomo che scende le scale è cubo-futurista duchampiana, la barbie in giallo che cade sulle foglie morte è una nota pop stuprata nel parco, ed il primissimo piano del vecchio sulla colonna sonora elettronica-noise è di ascendenza lynchiana ma coniugata all’italiana.

Con tutto questo attivismo erratico e in costante fibrillazione tra le pieghe della realtà, è chiaro che la Interzone Galleria si pone come sbocco riassuntivo condensato, ma all’occorrenza esplodente, di una vocazione che si rintana e fiorisce in una galleria che è anche studio privato:

“due zone che si fondono in un laboratorio polifunzionale catalizzatore di appuntamenti costanti tra mostre fotografiche e videoinstallazioni, workshop e laboratori”.

Il suo sa essere un Oscuro scrutare (tra luci e ombre), come recita il titolo di una tra le sue pubblicazioni, titolo che cita A scanner darkly, uno dei capolavori di Philip K. Dick, ed è con questa predisposizione ad immedesimarsi nel lento, logorante lavorio della scrittura più audace, che Corleone ha raccolto un ampio corpus di ritratti di scrittori noti italiani e stranieri in generale, appartenenti al lato oscuro della vita e alla letteratura noir in particolare, sempre cogliendo quel quid che gli si sovrappone rivelandosi in qualche misura aderente, che può essere insito nella grana intorno ad un profilo che scappa (Ginsberg), nella matericità dolente di un’occhiata (Ferlinghetti), nel chiaroscuro profondo (Fernanda Pivano), nella scapigliatura ironica (Aldo Nove), nella silhouette da giovanotto inquieto (Bret Easton Ellis), anche se a rigore va precisato che i ritratti di questi autori non fanno parte della pubblicazione di cui sopra.

Tra i musicisti immortalati, Corleone annovera calibri come Laurie Anderson, Nic Cave, Patti Smith, ma la sua missione di braccare i consumati creatori di storie, artisti della penna o macchina da scrivere o tastiera del Pc ci pare più peculiare e più indicativa, quindi, della sua analisi del mondo e delle sue pellicole nascoste.

E allora, a proposito di scrittura, del periodo americano tutt’ora ricorda con piacere quando, approdato alla Grande Mela per approfondire lo studio della fotografia in quindici giorni, rimase lì per due anni e mezzo, conoscendo, oltre a Ferlinghetti e Giorno, Peter Orlovsky, Gregory Corso e Thomas Walker dei Living Theater, e seguendo anche alcuni interpreti del post-minimalismo (secondo la definizione di Fernanda Pivano) come Jay McInerney e Bret Easton Ellis. Viceversa, l’incontro con Gladys di cui si diceva all’inizio sembrò essere rimasto senza seguito. L’insegnante e l’allievo si persero di vista: lei, parigina, tornò in Francia, lui non sapeva più come contattarla. Finchè… dopo 25 anni trovò un suo recapito e si recò a Parigi portandole la sua pubblicazione BokeTokio (2011 BGEditoria). E qui veniamo al core del progetto in mostra poco tempo fa: boke in giapponese vuol dire sfocatura e, metaforicamente, confusione mentale, ma col tempo è diventato il nome di una specifica tecnica fotografica basata, appunto, sulla sfocatura. Il motivo per cui Corleone l’ha utilizzata, nei suoi scatti pubblicati in quel magnifico volume contenente foto scattate negli anni 2000, è che Tokyo può dirsi da tempo una città non fotografabile rappresentandola per come si sa che è, e lo si sa perfettamente, dato che è così presente nell’immaginario anche futuribile (Il Neuromante di William Gibson e Blade Runner, adattamento da Dick di Ridley Scott, 1982), nonché in Koyaanisqatsi (documentario del 1982 diretto da Godfrey Reggio) e tutta la ridda dei cartoni animati provenienti dal Sol Levante ed ispirati alla città. Ma Tokyo è anche tormentata dai terremoti, per cui la chiave interpretativa del fotografo ora gallerista è stata quella di sfruttare la meno ovvia tecnica del micromosso sia per alludere alle frequenti scosse di assestamento, sia per aggirare la trappola del già visto cogliendo momenti, forme e persone più o meno fantasmatiche usando il boke in un’ottica che è anche street.

Quando invece il fotografo si incontrò a Parigi con la sua insegnante di una volta, si sentì chiedere – osservando quelle foto insieme : “Ma sai cosa vuol dire boke?” E lui: “Io ci sono arrivato autonomamente, con la mia intuizione”. Lei invece gli fornì la spiegazione sopra riportata, e poi lo ha informato che lei stessa, ma circa vent’anni anni prima di lui, nel 1987, aveva prodotto un lavoro fotografico sulle persone che dormono in viaggio nella metropolitana di Tokio.

Da questa convergenza di interessi è nata l’idea di questa mostra a due che in questa discrepanza, questo iato temporale, incapsula flashes in dormiveglia della vita di diversi giapponesi, tutti in varia misura proiettati nel doppio altrove dello spazio-tempo onirico e della sospensione del non-luogo (i vagoni della metro). Questo progetto mostra il lato più incontrollato del giapponese medio, colto nel momento in cui è disposto per necessità a lasciar abbattere le barriere private ed abbandonarsi; forse è il momento in cui emergono in loro fantasie dark e incubi horror quali quelli che a loro piace seguire sul grande schermo, o forse si perdono in rappresentazioni ellittiche e metaforiche delle loro vite scisse tra l’alienazione un po’ schizoide dei tempi di lavoro nella metropoli e le speranze ed i sogni di orientale dolcezza che magari ancora coltivano tra le pareti domestiche, chissà. Questa perlustrazione fotografica è pseudoscientificamente attendibile, perché copre circa vent’anni e utilizza due linguaggi stilistici diversi e complementari perché, mentre Gladys presenta dei blow up, degli ingrandimenti di dettagli (ad alta risoluzione di scansione) delle polaroid che scattò a suo tempo – procedimento che le permette di focalizzarsi soprattutto sui volti creando uno spaesamento attraverso queste “inquadrature” dal vago sapore di soap-opera nipponica, le quali producono uno spaesamento soft che rimanda ad un approccio femminile incentrato più che mai sull’elemento umano – Michele punta, come detto, sulla tecnica del micromosso, un movimento non eccessivo, diverso dal panning. Nel caso del boke (o bokeh – come scritto da Mike Johnston, curatore editoriale della rivista statunitense “Photo Techniques”) usato da Corleone, questa sbavatura, questa sfasatura rende conto di sfasamenti interiori, di abbandoni che sottendono una morte frigida, e che – insieme agli ingrandimenti di Gladys, uniscono l’oggi allo ieri in una continuità blandamente allucinatoria, con l’elemento umano che si approssima alle marionette svuotate di una dimensione sull’orlo del fantasmatico

Corleone riesce anche, con ammirevole gusto e lucidità, a scoprire e valorizzare valori formali all’interno dell’inquadratura, come quando disperde le figure sfuggenti di austeri impiegati fuori orario all’interno di un raggelante flusso di superfici riflettenti, o quando ci porge con quieta morbidezza la figura di una donna in nero con la gonna seduta su un divano o sedile rosso, con la borsa poggiata sulle ginocchia e la testa reclinata, davanti ad un indefinito sfondo bianco in dissolvenza abbagliante futuribile. Entusiasmante la scansione del primo e del secondo piano nella foto in cui a destra e sinistra sono le spalle di due diversi viaggiatori, mentre dietro di loro, oltre il finestrino, si vede un passante che attraversa le strisce pedonali creando una composizione perfetta che si propone prepotentemente all’attenzione per la sua eleganza “casualmente” astratta che dinamizza una suggestione alla Hopper. In un altro caso i viaggiatori seduti e mezzo dissolti sono impaginati all’interno di due strisce metalliche, che sono la parete di lamiera del vagone vista da fuori, sopra e sotto al finestrino, e la composizione allude piuttosto chiaramente ad una sequenza cinematografica, la quale a sua volta non è che la riproduzione tecnico-artistica del sogno e del suo setting, com’è noto. Spettacolare anche il trio simmetrico di viaggiatori scazzati, come si direbbe qui a Roma, con il soggetto centrale schermato dal giornale aperto che sta leggendo, la donna a sinistra che chiude gli occhi e porta la testa all’indietro appoggiandola sulla sua stessa mano, in un assolutamente effimero tentativo di relax, ed il ragazzo a destra perso nel suo smartphone, che regge davanti a sé con due mani, come fosse uno scettro del comando. Alle loro spalle una finestra o finestrino in cui si dispongono, come in un quadro astratto, le righe ed i riflessi di un altrove, tra il virtuale e l’asettico, che rende tutti un po’ metafisici. Come si legge nel prezioso catalogo della mostra, e precisamente in una nota di Corleone, condividere il gesto più intimo, quello di dormire, in un luogo comune, di tutti, rendeva i visi “indefiniti, distanti, tanti volti alla Bacon deformati, così come le posizioni alle quali i corpi si lasciavano”, e l’inseguimento mentale di “voci, luci, suoni, odori” sembrava prolungato all’infinito in quel viaggio da freezer “fino alla fermata successiva”.

Ma anche gli ingrandimenti di Gladys, che ha sentito a quanto pare l’esigenza di allontanarsi dalla dimensione della polaroid, conoscono dei momenti di suggestione più immaginifica, che vanno oltre la pietas ispirata dal volto umano; possiamo esemplificare con la testa della giovane dalla scura massa di capelli che dorme sfondata su strisce crema e ocra mentre a sinistra un uomo in piedi legge qualcosa, su un piano ulteriore, con un pannello giallo-verde che lampeggia una fosforescenza lontana ma puntuale. L’uomo in giacca e cravatta il cui busto pende pericolosamente a destra ha l’incarnato che dà corpo ad un’immagine in cui la divisa istituzionale dialoga misteriosamente col riflesso bianco sparato sulla superficie metallica retrostante. La donna coi capelli corti corvini alle cui spalle c’è un tizio con un pullover a righe che parla ad un telefono bianco in uno sfondo fluo da acquario che tende al verde sporco, ha uno sguardo tanto indifferente da inclinare verso il sinistro, l’apatico ed il crudele, e l’ideogramma rosso sembra uno schiribizzo criminale che le sgorga dalla cervice.

Il catalogo POLA-TO-O-KYO-O”, pubblicato da INTERZONE nel 2015, è a colori con testi in italiano e francese, conta 40 pagine (€18)

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il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012) e alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II). È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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