Gli Esterni italiani di Franco Sortini

Visitando l’interessante mostra “Esterni italiani” di Franco Sortini presso la Galleria Gallerati (aperta fino al 3/11/2014), ho avuto la curiosa sensazione di vivere una sorta di situazione alla sliding doors: ovvero mi è capitato di pensare probabilmente con un quid di immodestia: ecco cosa potrei realizzare io sotto il profilo fotografico se fossi meno pessimista. In effetti, il qualitativo lavoro che Sortini ci offre in visione in questa mostra ha delle affinità col mio gusto (ebbene sì, anche chi scrive si occupa di fotografia) ma rivela una disposizione dello spirito diversa, quella che porta l’autore a perlustrare sì in silenzio le città italiane alla caccia di angoli che abbiano quel quid di emblematico da giustificare il rigore del fotografo, ma anche a proporre quegli scorci con una nettezza, una pulizia, una luce, che li mette in connessione con i panorami mediterranei a cui appartengono, e forse anche con ipotetiche nuove riletture del mito classico. Una assolata desertificazione degli spazi ci permette infatti di osservare en plein air sia il mirabile e arcaico gioco ad incastro del labirinto di case cotte dal sole di Matera, sia le surreali epifanie postmoderne di costruzioni prefabbricate e un po’ “plastificate” di Zagabria. Ma sono soprattutto le città del cosiddetto Bel Paese ad essere scrutate dal suo obiettivo: troviamo dunque dei capannoni in muratura di Taranto, ma anche i palazzoni di Torino, le abitazioni di Capua, le strade di Salerno e di Trieste, le piccole piazze di Siena e di Vietri sul Mare, un angolo malinconico anche se assolato con una colorata giostra a Capua.Quindi innanzitutto va rilevato come la fotografia di Sortini aborrisce la riproposizione sterile e un po’ inane e frusta delle immagini-cartolina, preda facile dei passanti senza pretese e dei turisti all’inesausta ricerca del già visto, e lo manifesta indugiando soprattutto, ma in maniera non esclusiva, su semi-periferie disadorne, ma poi va subito aggiunto che l’autore non si lascia neppure, però, collocare agevolmente lungo il continuum polarizzato di sperimentale-tradizionale, come colto da Valentina Isceri nel suo acuto testo critico, in cui tra l’altro cita come testo accademico di riferimento “I linguaggi della metropoli” di Valeria Giordano. E ciò perché Sortini non esagera, non si sbilancia, gioca sul limite, non intende inquietarci mostrandoci il conclamato squallore o l’irrazionale cementificazione delle borgate, tanto per dirne una, ma piuttosto in piena medietas classica, spoglia il proscenio delle ingombranti e spesso chiassose presenze umane ma poi ci mostra lo scenario ripulito anche da misteri troppo oscuri: basta la polvere, tutt’al più, bilanciata dal chiarore e dalla quiete della stagione primaverile a farci immaginare delle spiegazioni o perfino una possibile evoluzione narrativa della visione, mantenendo l’atarassìa della condizione borghese dell’osservatore medio. Questa luminosità rassicurante però non è neanch’essa del tutto neutra, perché è su questo piano che il fotografo si spinge a suggerirci qualcosa di più, accentuandola con una sovresposizione, unica concessione alla logica dell’artefatto, che circonda ogni sembiante di un alone vagamente irreale, quasi il preludio all’irruzione del meraviglioso o dell’ultraterreno. Sarà per questo che la stessa Valeria Giordano ha parlato anche di “benedizione apostolica”? Non ci pare alludesse a questioni dottrinarie che non ci interessano, ma piuttosto ad uno stile che ha molto a che fare con la ecumenicità della Comunicazione contemporanea, contrassegnata dalla chiarezza e da una certa leggerezza nel veicolare significati anche critici. Quel legame con il vagabondaggio del flaneur, figura baudelairiana che si aggira senza meta per le metropoli tardo-ottocentesche è vissuto da Sortini in una declinazione forse diversa, il suo è un decadentismo light, evidentemente sudista e non mitteleuropeo. Ma per evitare di forzare le interpretazioni abbiamo deciso di porre qualche domanda direttamente al diretto interessato. Ne è scaturita una interessante conversazione che riportiamo integralmente.

A cosa si deve questo suo vagabondaggio in spazi cittadini deserti? A una sua perdurante inclinazione esistenziale o è solo un progetto specifico all’interno di un curriculum fotografico che spazia su diversi territori estetici?

Mi sono sempre occupato di paesaggio urbano. Professionalmente parlando, poiché mi occupo di fotografia industriale, ho sempre fotografato architetture: quindi banco ottico e macchine di medio formato.

Qualche anno fa lessi una frase di Camus: “come rendere l’immagine di queste città, senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano nè battiti d’ali, nè fruscii di foglie, un luogo neutro insomma?” e cominciai a guardare le città proprio come un luogo neutro, cercando il modo di interpretarle. Un caro amico, Massimo Bignardi, docente all’Università di Siena, mi parlò di Baudelaire e dei flaneur. Capii che l’unica maniera per riuscire ad interpretare le “mie” città era proprio un approccio da passeggiatore solitario. Abbandonai quindi banco ottico, presi un’attrezzatura più leggera, e cominciò il mio “vagabondaggio solitario”. E’ ovvio che comunque tutto il mio lavoro fa parte di un progetto più ampio. Ho cominciato dalle città, cercando una globalizzazione anche nell’architettura, e poi… vedremo in seguito.

Quali sono le tappe fondamentali della sua formazione tecnico-artistica?

Fin da ragazzo mi sono sempre piaciute le arti figurative. A 13/14 anni mio padre mi regalò una cassetta di colori ad olio, e cominciai a dipingere, guidato dal mio professore di educazione artistica delle scuole medie, prima, e del liceo dopo. Passai alla fotografia, e cominciai a sviluppare e stampare in bianco e nero. Non mi soddisfaceva per niente, pensavo di passare ad altro. Nel 1982 l’incontro con Franco Fontana. Fu determinante per la mia carriera di fotografo. Non solo perché Fontana era, ed è, uno dei più grandi fotografi italiani dell’ultimo secolo, ma anche, e principalmente, perché è un uomo straordinario. Ancora oggi, quando ci vediamo, è pieno di entusiasmo, e te lo trasmette. E’ una persona che ti fa vivere e vedere le cose sempre positivamente. E’ stato un incontro determinante per la mia formazione, anche umana. Un’altra tappa fondamentale fu l’incontro con Luigi Ghirri. Di lui mi piaceva la poetica, la ricerca introspettiva, e, tecnicamente, le luci e i colori delle sue fotografie. E poi la professione di fotografo. Avere a che fare con aziende, dover risolvere i loro problemi di immagine, interpretare i prodotti con una fotografia, mi ha insegnato la sintesi, l’uso della luce, la comunicazione. Oggi faccio mia una frase di Stendhal:

“ È una felicità avere per mestiere la propria passione”.

Quali sono gli orientamenti fotografici e le grandi figure di fotografi che più l’hanno influenzata, i suoi punti di riferimento anche teorici?

Come ho già detto due sono i fotografi che più hanno influito sul mio percorso professionale/artistico: Franco Fontana e Luigi Ghirri. Il primo, straordinario interprete della vita, mi ha insegnato che l’importante è essere, prendere la vita per quello che ti da, vedere positivamente le cose, avere entusiasmo in tutto, sempre, e cercare sempre nuovi stimoli. Il secondo mi ha fatto capire come si può trovare la poesia nelle cose quotidiane. E poi mi affascinano i grandi fotografi americani, come Stephen Shore. Il suo “Uncommon places” è una pietra miliare nella fotografia. Una copia è nella mia libreria, sempre a portata di mano: lo sfoglio per rilassarmi e trovare stimoli.

Lei sviluppa da solo le sue stampe, controllando personalmente la resa della loro tipica, lieve sovraesposizione? E quant’è utile per un giovane fotografo procedere da solo allo sviluppo e stampa delle proprie immagini?

Controllo personalmente tutta la post-produzione delle mie immagini. Anche se, ad essere sincero, faccio pochissimo uso del computer. Le mie fotografie, al 90%, nascono già così come sono. Venendo dalla fotografia analogica ho imparato ad usare la luce e a fidarmi della mia esperienza. Fotografo in condizioni di luce per me ottimali, luce abbondante, quindi, cielo coperto e chiaro, assenza di ombre. E se non trovo le “mie” condizioni preferisco non scattare. Mi fido poi di un piccolo laboratorio, per la stampa delle mie fotografie. Mi seguono da anni, sanno esattamente quel che voglio, e sono, oltre che molto bravi, anche molto disponibili. Ogni fotografo dovrebbe avere un laboratorio così. Ai giovani fotografi, che vengono spesso ai miei corsi ed incontri, ripeto sempre che per fotografare è fondamentale la perfetta conoscenza del mezzo tecnico. Bisogna conoscere bene tutte le regole e l’utilizzo di macchine ed obbiettivi. Servono per riuscire ad ottenere dalla macchina quello che si vuole.

Il rigoroso lessico geometrico della sua produzione si giova molto dell’esclusione della presenza umana, ma non ha pensato che certe immagini, come soprattutto “Capua 2014 002” ma anche “Taranto 2014 002” e qualche altra sembrano suggerire un diverso filone in cui il passaggio di qualche “soggetto” accentui l’ironia vagamente acre di certi contesti?

La mia interpretazione della città si richiama molto alla “città ideale” rinascimentale. La prospettiva centrale, la cancellazione di elementi di disturbo, la simmetria. L’assenza di persone nelle mie fotografie è voluta e ricercata. Anche se appare impossibile, molte fotografie sono state fatte anche in ore di punta, cercando quell’istante in cui non passasse nessuno, con una paziente attesa. Ma le persone cominciano ad apparire in talune immagini, e certamente mi stanno orientando in un nuovo discorso, in una nuova interpretazione.

Una nota sulla logistica: le città in cui si sposta e in cui mette a segno i suoi scatti sono da lei visitate per motivi squisitamente di indagine fotografica, o passa di lì perché impegnato in altro? In altre parole, vorremmo sapere quanto sono (felicemente) occasionali queste immagini.

Mi piace molto viaggiare. Mi basta uno spunto per farmi venire voglia di visitare questa o quell’altra città. Oggi è facile muoversi: si sceglie la città, si prenota hotel e aereo, e si parte. Viaggio spesso anche con la macchina, mi piace viaggiare guardando il territorio cercando spunti. Con mia moglie Luisa abbiamo girato mezza Europa con la macchina. Le immagini non sono mai occasionali. Sono sempre frutto di un ragionamento e di una ricerca.

Da cosa si origina questa sua scelta di restituire il mistero di questi luoghi con una luce così mediterranea? C’è la volontà, appunto, di rispecchiare la realtà del Sud nella sua temperatura cromatica o c’è anche l’intenzione di rendere meno acuto il senso di solitudine e sconforto che potrebbe derivare allo spettatore dalla visione di questi scorci?

Sono nato e vivo in un paese mediterraneo. Sono cresciuto nella luce abbagliante del sole. Mi piace pensare che questa luce possa essere ovunque. E quando viaggio, e la trovo, nascono le mie fotografie. E’ ovvio che la luce abbagliante dia un senso meno “cupo” alle città, anche se, sinceramente, non è mia intenzione trasmettere il senso di solitudine. Interpreto le città per quello che sono: oggi si vive nella solitudine, anche in mezzo alla gente. Tanti anni fa, se si viaggiava in treno, dopo 7/8 ore di viaggio avevi trovato degli “amici”, avevi raccontato la tua vita, e altri ti avevano raccontato la loro. Arrivavi a destinazione più “ricco” di prima. Hai visto oggi? Tutti con le cuffiette, telefonini, strumenti vari di isolamento. I ragazzi non si parlano più, si mandano sms, l’amore è virtuale. Nelle mie fotografie, e nelle mie città deserte, la luce calda e abbagliante ti invita a stare in mezzo alla strada, a cercare gli altri.

Questa ricerca la condurrà anche ad identificare e fotografare, nel tessuto urbano, quei luoghi in cui l’urbanistica e l’architettura sembra stiano producendo lo sforzo di giungere a soluzioni compatibili con i vissuti, o viceversa andrà ad indagare degli interni altrettanto problematici ed iconici di quegli esterni che qui ci propone? Oppure, se non sono questi i temi su cui lavorerà prossimamente, ci vuol fornire un accenno dei suoi progetti futuri?

Le città sono globalizzate. Si riconoscono per l’intervento dell’archistar, per il monumento storico, la torre pendente. Per il resto sono tutte uguali. Stessi colori, stessi palazzi, stessi negozi. E non mi sembra che l’architettura stia facendo sforzi per creare città compatibili con i vissuti. I grandi architetti pensano ormai a costruire icone di se stessi, facendo a volte cose assolutamente non vivibili e fuori dal contesto di dove vengono fatte. Molte volte non si rispettano nemmeno i luoghi e la storia di essi.

Probabilmente affronterò queste cose, anche se ho altre idee… ma da buon meridionale mi piace non parlarne ancora, per scaramanzia…

Dunque le città sono viste dall’obiettivo di Sortini come un luogo neutro, quella del flaneur è una metodologia asciugata di ogni connotazione esistenziale, e la sua ricerca, pur se estremamente ragionata, da buon fotografo industriale, non mira a restituire la solitudine delle città, ma mostra quella che di fatto, sociologicamente, si avverte nella contemporaneità, e anzi la critica si appunta anche sulle scelte dei maggiori architetti, segnate soprattutto dal protagonismo e non dall’intenzione di progettare un vivere diverso. Alla luce di queste delucidazioni, ci pare che quella di Franco Sortini sia un’arte dell’equilibrio, che si cala anche nel disagio urbano ma mantenendo un’ottica indubbiamente razionale, che di sicuro sa comunicare (altra parola chiave) sia nei lavori per aziende committenti, sia verso i fortunati studenti dei suoi corsi.

Le fotografie di Franco Sortini sono state esposte in moltissime mostre in Europa e pubblicate da note riviste del settore, e molte fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private, tra cui quelle della Bibliotheque Nationale de Paris, dell’Archivio AFOCO di Cordoba, della Galleria Civica di Modena.
Fotografo professionista dal 1986, dal 1990 è membro effettivo dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti. Attualmente vive e lavora a Salerno.


il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012) e alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II). È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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