Night Italia – L’estetica temprata dell’AnarChic

Una pubblicazione totemica, in pari misura oscura e vitale, una reazione veemente al ristagno delle evidenze fenomenologiche ordinarie tanto quanto alla leziosità esangue di certe proposte estetiche troppo contemporanee e prevedibilmente mainstream: ecco cos’è AnarChic, numero 9 della rivista-libro di cultura, arte (e sparate) underground “NIGHT Italia”. Curata da Marco Fioramanti, è stata da lui ideata come contraltare italiano, e in qualche frangente ruspante, del celebre foglio fondato a New York dall’artista di origine croata Anton Perich, già nella cerchia fatale di Andy Warhol e anche lui inesausto ricercatore di nuovi codici e linguaggi (pittore e videoartista oltre che fotografo per la rivista “Interview” di Warhol stesso).

Fioramanti, durante una delle sue innumerevoli peregrinazioni nel Tempo e nello Spazio in vesti e con missioni artistiche sempre diverse, conobbe Perich nella Grande Mela ed ottenne l’autorizzazione a creare in Italia una rivista che riportasse nel Bel Paese i barbagli fotografici e testuali delle gesta di colossi USA dell’Arte contro ma affiancandoli a personalità più o meno emerse dello scenario alternativo ed estremo nostrano.

Nell’arco (finora) di 9 numeri la raccolta di talenti è stata copiosa, tanto che perfino l’autore del presente articolo, in qualità di scrittore rabberciato, cialtronesco e resiliente ha trovato spazio, nel numero 7 (non a caso), con una presentazione del suo post-fantascientifico, grottesco e ipertrofico Progetto NO, ancora inedito ma portato in giro in numerosi readings performativi in tutta Roma, negli ultimi anni, tanto da piazzarsi anche al secondo posto al concorso Marte Live (sezione Letteratura). Ma i nomi dei talenti di casa nostra paramilitarizzati dalla chiamata alle armi (della provocazione) partita dalla rivista sono molteplici, alcuni dei quali ricorrenti.

La rivista, ha dichiarato tempo addietro Fioramanti, è realizzata da artisti per altri artisti “i quali, dopo esperienze in varie discipline, hanno deciso di unirsi per contribuire a colmare un vuoto critico lacerante che si è andato formando nel sempre più diffuso conformismo culturale”. È così che questa pubblicazione si è mantenuta su livelli di assoluto prestigio per ciò che riguarda la documentazione di assi dal profilo controverso e di beatniks e sgangherati talentuosi di ogni taglia. Anche se io personalmente potrei sfruttare la mia partecipazione al numero 7 come una certificazione di inappetenza infantile, manovalanza pseudointellettuale, inclinazione alle subculture di contrabbando e alla millanteria orgiastica, preferisco mettermi una mano sulla coscienza ed ammonire le signorine distinte, tra le lettrici, a… NON tenere a freno le curiosità malsane nei miei riguardi, perché la mia presenza all’interno del numero 7 non può né deve screditare un progetto nato con lo scopo di salvaguardare il senso anche carnal-performativo della ricerca dell’assoluto e delle visioni senza remore nel rigore e nell’intensità dell’esperienza artistica moderna e contemporanea.

Questa volta però il santone degli spazi ulteriori e irriducibili del sublime d’assalto ha voluto corazzarsi ancora di più e – avendo assegnato al volume il titolo imperativo, militante e fashion di AnarChic e sottotitolandolo con la frase “In a world of total nonsense, AnarCHIC is the ultimate sense” – ha sentito di dover reclutare anche un teorico intransigente nonché impietoso analista delle derive attuali della cosiddetta realtà (termine sempre più fuorviante) e si è così accaparrato il sostegno dell’incomparabilmente acre, machista e cyberpunk Ugo Scoppetta, che ha infatti curato il volume. A proposito: in epigrafe  troviamo il riquadro posto a pag.1 e dedicato ad uno dei numi tutelari del movimento Beat e di tutto l’underground a venire, William S. Burroughs, scrittore, teorico e sterminatore (di insetti, a Tangeri, com’è noto), in cui vengono riportati alcuni suoi argomentati consigli (quasi) sempre validi, tipo: “Attento alle troie che non vogliono soldi” (perché poi ne vorranno di più), “Non dare spago agli psicopatici” e “Mai interferire in un alterco tra un ragazzo e una ragazza”.

Più oltre viene esplicitata l’etimologia del neologismo AnarChic, attraverso cui Scoppetta ci conduce alle sue interpretazioni scopertamente di lotta e quindi alla sintesi del significato del termine, cioè: “l’Arte di organizzare il Caos” in cui siamo immersi a causa del furto organizzato delle multinazionali e di quella Terza Guerra Mondiale che già da tempo stiamo combattendo nelle nostre teste di uomini e donne.

Per approfondire la sua visione del rapporto tra panorama  socio-politico ed espressione artistica contemporanea rinviamo senz’altro al suo manifesto della Schizo-estetica, a pagina 94, in cui il primo comandamento è “Forget Nostalghia. Future is Schizo” e l’ultimo suona un po’ come “Il caos è la nuova normalità”. Scoppetta peraltro non è un ibrido tra un totem ed uno spara-fialette al vetriolo, ma  si presenta come dottore in Lettere e Filosofia all’Università di Salerno con specializzazione a Toronto in Comunicazione e forse proprio per questo sta per dare alla luce un volume dedicato proprio alla Schizo-estetica con sottotitolo La Percezione Dissociata del Tempo Assoluto, di fatto una pubblicazione abissale. Leggendo di questa anche solo la metà, si ottiene un potenziamento delle strutture eruttive del corpo e della mente. Seguendo certi percorsi antropologico-esistenziali senz’altro si cambia, come cambia chi esce – appunto – da una dura lotta, come testimonia Friedrich Nietzsche nella lirica (tratta da Al di là del bene e del male) riportata anch’essa nelle prime pagine, in cui l’io narrante si chiede appunto se è cambiato, se – come “lottatore, che troppo spesso ha domato se stesso” – è divenuto “uno spettro che vaga pei ghiacciai”, in una natura cioè impervia e inospitale, ostile ai vecchi amici che cercano di raggiungerlo in regni remoti dove si abbandona il ricordo, e la gioventù è una brama che si fraintese. “Solo chi si trasforma rimane a me affine”, dichiara il cacciatore simile a camoscio, celebrando le nozze giunte ormai “per la luce e le tenebre”.

Spesso la rivista si spinge su territori ostici ed affascinanti, dove la ricerca archetipica e di qualche dolorosa ed arcaica essenza sfocia magari nella concettualizzazione novecentesca, controculturale o aggiornata, della liberazione sessuale, o evidenzia paradossi sull’informazione o articola forme di ardita controinformazione o si lega ad oggetti estetici che perseguono lo shock dell’arte moderna, come il teschio di plexiglass che campeggia sulla copertina nera, evidente richiamo, marchiato dal simbolo dell’anarchia ribaltato, del famoso teschio archeologico impreziosito di tessere di mosaico multicolori di fattura etnografica precolombiana. Però si affrontano anche tematiche legate al consumo, culturale o meno, in quanto aspetti comunque cruciali all’interno di modelli di conoscenza altri, basati su teorizzazioni provenienti da personaggi che fiutarono con anticipo il senso pericoloso del loro e del nostro tempo come moderni sciamani. A questo proposito, giunge a fagiolo l’approfondimento, a firma di Victor Bockris, sull’importanza di un versante colpevolmente misconosciuto dell’attività di Andy Warhol: la sua carriera letteraria, articolata in trilogie in cui dava fondo al suo rapporto creativo e in origine conflittuale col linguaggio mediandolo con l’uso di registratori a bobine e di scrittrici-amanuensi come Pat Hackett. Bockris considera sospetta l’indifferenza verso le opere di letteratura del re della pop art, tanto più che un suo testo chiave, A: A NOVEL, è strettamente legato al lifestyle dell’autore nel contesto della Factory, mentre in generale riversò tanta passione ed energia nella scrittura quanta ne impiegava per realizzare opere tipo Chelsea Girls e arrivò diverse volte ad asserire di aver sposato il suo registratore.

Questa nostra citazione della Factory e l’immagine associata, che subito sovviene, dei Velvet Underground, ci porta, in tema di musica, a linkare l’articolo, anch’esso presente sulla rivista, su John Lydon dei Sex Pistols, su cui si fornisce una spiegazione clinica della meningite batterica di cui soffriva, un elenco di tutte le sue apparizioni anche televisive, ed una raccolta di sue dichiarazioni assai poco accomodanti eppure lucide su temi come l’ideologia, la musica, il sesso, l’arte, la reazione alla fama e la convivenza con la malattia che l’affliggeva. “Non mi aspetto molto dalle persone, per cui molto raramente vengo deluso”, afferma di sé; come anche: “Non mi sono mai sentito imbarazzato per i miei stessi gusti”. Un tipo così, dunque, si ritrovò a chiudersi nella sua stanza per mesi, come reazione godibile alla fama crescente, ma con altrettanta decisione pose fine a quel periodo perché proseguirlo – dice – non avrebbe portato a nulla, non c’era più nient’altro da assaporare, in quella condizione; il passo successivo, la deprivazione sensoriale, non faceva per lui.

Le foto che accompagnano questo ed altri articoli, spesso a pagina intera, sono assolutamente fantastiche sia perché ritratti di personaggi eccezionali che hanno fatto la storia dell’arte e del costume; sia perché documentano magari la salita di un altro scalino pericolante nell’ascesa verso la stranezza massima che si può osare in funzione di uno scacco alla prevedibilità delle istituzioni mentali più soffocanti. Notevole, ad esempio, come illustrazione di una moda estrema e variopinta, pur nel b/n dello scatto, la foto di Anton Perich che ritrae i New York Dolls, ma tra i nostri contemporanei, in tema di fashion, di certo non sfigura Luca Caravaggio, fotografo-artista aduso a lavorare con modelle agghindandole e ammantandole di atmosfere liberty anni ’30, che lavora a pieno regime a Roma e che in questo numero ha trovato spazio con uno scatto perdutamente sfatto ed erotico in cui ritrae Adele Perna, una attrice scompostamente seduta, come direbbero i ben pensanti, mentre fuma con noncuranza gitana, recitando (o forse in un momento di pausa, chissà) in Le dissolute assolte di Luca Gaeta. E ritroviamo la sua firma anche su un’altra immagine, molto iconica, di un’altra modella, una maggiorata nuda, che fuma anche lei su uno sgabello con panneggio mentre legge con aria disincantata, degna di una vera protagonista, proprio una copia di NIGHT versione USA.

Ma troviamo poi documentato il lavoro di un altro grande amico personale di Marco Fioramanti, cioè Tony Vaccaro (classe 1922) , già reporter di guerra attraverso tutta Europa a seguito delle truppe alleate dopo lo sbarco in Normandia, qui fotografato da Rino Bianchi mentre è impegnato in un braccio di ferro proprio con Fioramanti, e rappresentato da diversi suoi magnifici scatti storici con cui ha immortalato Pasolini e la Callas sul set di Medea, il gruppo Cobra a Parigi, il grande De Chirico al lavoro nel 1964, Frank Lloyd Wright nel suo studio. E c’è anche il nostro Pietro Guglielmino, artista che si divide camuffandosi tra impegni da fotografo più integrato e incursioni nel mondo oltre, come con questa sua pubblicità progresso, in cui in una pagina ha riunito ritratti di diverse giovani donne orbitanti attorno alla rivista, da Damiana a Silvia a Olivia, tutte dotatissime, a parte del loro talento, di un naso da Cyrano in versione femminile (ovviamente realizzato in post-produzione, ma non ditelo in giro), etichettando il tutto con la scritta cubitale “DonneCyrano – La NEO-estetica”, divertissement che implicitamente inneggia ad una diversità femminile la quale, ponendo la donna come freak, ne amplifica il fascino anziché deprimerlo.

Non fa sorridere affatto, viceversa, l’articolo No justice without life in cui si parla di Shujaa Graham, afroamericano ex-condannato a morte negli States riconosciuto innocente e liberato. È il ventesimo. E solo immaginare la pesantezza di un simile destino fa male, torce le ossa. Le foto sono di Gerald Bruneau e mostrano un uomo prima pensoso, poi sorridente, poi con le braccia allargate in un gesto solo debolmente consolatorio ma che esprime l’accettazione del finale di storia liberatorio ma tardivo. Peggio che a lui è andata a Mario Flores, che solo con l’ammissione della prova del DNA nei processi ha potuto veder riconsiderata la sua posizione. Nel 2004, alla sua liberazione, non ottenne alcun riconoscimento e fu deportato in Messico come persona non desiderata. Terribile il contraltare a questi casi offerto con la foto ed il testo relativi invece ad un tale accusato di 240 omicidi e che ne ammise 130, graziato da Bush quando era governatore del Texas; costui morì di infarto durante l’ergastolo, ma – e questo è significativo – era lui stesso un sostenitore della pena capitale.

Marco Casolino, scrittore e performer, è presente stavolta con un’opera figurativa, l’elaborazione fotografica Ideal City, stampa su forex di 240 per 70 cm in cui con feroce ironia popola lo scenario rinascimentale dell’arcinoto dipinto La città ideale (realizzato da autore incerto presso la corte di Urbino) con manifestanti e poliziotti durante disordini urbani con lancio di molotov, un elicottero della polizia ed un furgone-celerino su cui con lo spray è stato scritto ACAB e una coppia che nel mezzo del tumulto si bacia, come fossero i dreamers del film di Bertolucci. Paolo Battista ed i suoi compagni, musicisti-guerriglieri di assalti post-punk sono invece ritratti ognuno da un fotografo diverso durante un concerto, e le immagini, nell’acutezza contrastata del bianco e nero, restituiscono tutta l’intensità disperata di questi giovani ribelli. Marta Petrucci, con l’ausilio di alcuni collaboratori propone immagini strabordanti ed estreme di una fisicità facciale o a tutto body di se stessa e di altre modelle che addentano la loro fisicità per impugnarla come arma mistica o segno archetipico per sfidare l’indefferenza stolida delle coscienze imbalsamate nel conformismo. Tra le foto di Mia Murgese Mastroianni compaiono anche alcuni scatti effettuati durante la performance a due The shaman bride, di e con Marco Fioramanti, che afferra, arpiona Inanna Trillis con mani rudi ma michelangiolesche da stregone invasato, ricche di un pathos primigenio, e tuttavia non la brutalizza ma si offre come controparte in un sogno di dolcezza segnata dal rito sulla schiena candida, statuaria, appena sfarinata dalla polvere di secoli di conoscenza. Sebastian Piras è invece autore di diversi ritratti di celebrità soprattutto dell’arte, come Joseph Kosuth, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, George Segal, Nam June Paik, Roy Litchenstein, ma anche del cinema, come Dennis Hopper, il cui sguardo tagliente ci riporta al Frank Booth di Blue Velvet di David Lynch che interpretò nel 1986.

Troviamo anche un racconto dello stesso Anton Perich fondatore della rivista NIGHT originale, un’ intervista di Enrico Filippini allo scrittore Peter Handke, “bello, smagrito, logorato (…) gentile e infinitamente remoto”, che incarna, della sua generazione, “l’autismo protervo, la non volontà di comunicare (…), l’indifferenza per il mondo circostante”, e che cita Elias Canetti e considera Kafka il modello del secolo; afferma inoltre del tutto desolatamente che “Cezanne aveva ancora gli oggetti, noi non abbiamo più niernte, solo scrittura…”. Assicurando che questo numero è assai più ricco di quanto risulta da questa recensione, concluderemmo quest’ultima di nuovo con Burroughs, cui Victor Bockris, uno del suo gruppo di amici e collaboratori, tutti più giovani di lui, dedica l’ampio scritto biografico intitolato King of the underground, in cui si raccontano le abitudini del più avanzato esponente della Beat Generation, il cosiddetto bunker di New York, “luminosissimo tre camere, antro senza finestre bianco su bianco” ad East Side Lower, vero salotto letterario. Ma anche quando, a bordo di una grande e confortevole auto americana, i diversi membri del gruppo andavano a prendere o portare Burroughs all’aeroporto, “fumando erba e bevendo vodka (…), era come essere in una discoteca magica”. D’altronde, l’importanza di questo personaggio e la sua influenza, che va oltre la scrittura – come fa intuire anche la straordinaria foto che lo ritrae a tavola con Warhol e Mick Jagger – sono tali perché riteneva che “È necessario viaggiare, non è necessario vivere”; Bockris interpreta il pensiero del suo mentore spiegando che per lui una vita senza viaggio, che sia spirituale, psichico, intellettuale, non è degna di essere vissuta. Anche se gli capitò anche di dire: “Come la maggior parte delle persone, io vivo in un continuo stato di panico. Siamo minacciati praticamente ogni secondo”. Soprattutto per questo dobbiamo temprarci con l’AnarChic!

 

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II) intorno al 2011, sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012), uno nell'antologia "Oltre il confine", sul tema delle migrazioni (Prospero Editore, 2019) ed un contributo saggistico su Alfred Jarry nel "13° Quaderno di 'Patafisica". È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. Collabora con la galleria Ospizio Giovani Artisti, presso cui ha partecipato a sei mostre esponendo ogni volta una sua opera fotografica a tema correlata all'episodio tratto dal suo Progetto NO che contestualmente legge nel suo rituale reading performativo delle 7 di sera, al vernissage della mostra. ll il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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