Daily Bread. La Fotografia di Jean-Marc Caimi

Riserbo sì, o riserbo no? Essere sempre in qualche misura reticenti, per salvaguardarsi, oppure gettarsi a capofitto nella vita prima vivendola e poi raccontandola? Esistono anche vie intermedie tra queste polarità, ma senza dubbio, malgrado chi scrive avverte il desiderio di sapere ancora di più, il lavoro dell’italofrancese Jean-Marc Caimi è molto spostato verso la seconda. Infatti, lavorando sulla e con la fotografia, quanto ancora in là ci si può spingere una volta che si è mostrato con l’urgenza espressiva ma anche l’eleganza iconica di certe immagini il proprio vissuto più errabondo e acrobatico? Nella sua veste di giornalista, oltre che fotografo, Caimi si è occupato in precedenza della realtà contemporanea, politica e sociale lavorando come freelance per l’agenzia americana Redux Pictures. Ha ralizzato reportages in diversi angoli del mondo facendosi nomade e meticcio nell’attraversamento di diverse culture e registrando realtà ed eventi che hanno segnato la storia del nostro tempo, come l’esodo dei nordafricani verso Lampedusa o il post-rivoluzione in Libia, nonché la protesta in Grecia e i drammatici cambiamenti in Ucraina acquisendo importanti riconoscimenti di livello internazionale come il primo premio della giuria alla Biennale di Videofotografia di Alessandria e un paio di Honorable Mention, proprio per i lavori su Lampedusa e la Grecia.

Il suo obiettivo si è anche calato in dimensioni socialmente estreme come l’opprimente realtà degli istituti psichiatrici per detenuti e le devastazioni ambentali prodotte dall’inquinamento. Ebbene, forgiato da queste prove, che testimoniano la sua attitudine a restituire le difficili verità da reportage coniugandole con una forte soggettività lasciando trasparire la propria tensione emotiva, stavolta Caimi ha voluto documentare delle dimensioni più private, affondando l’occhio, ma verrebbe da pensare tutta la sua perspicacia e la sua fisicità nel quotidiano di una varia e non ben identificata umanità, spesso trasfigurata dall’intensità di momenti in cui la crudezza non si sa quali contorni prenda, e la paura circola come un ormone non sapendo su quale elemento posarsi.

In questa mostra alla galleria Interzone (http://www.interzonegalleria.it/) a Roma, curata da Valentina Piccinni e Michele Corleone, tale mondo viene sondato da ogni visitatore con l’indubbia ammirazione che suscita tanta sagacia nella scelta dell’inquadratura anche in condizioni che si suppongono estremamente fugaci, ma al tempo stesso senza riuscire m,ai a ricostruire l’intero, ma venendo sbalzati con brusca piacevolezza tra le 40 fotografie in bianco e nero con cui l’artista mostra con imprevedibile giro d’orizzonte i flashes di un mosaico di vita bizzarro e ordinario, misterioso e brutale in cui la drammaticità ha un verso indecidibile, anche a voler leggere gli sguardi dei soggetti, smarriti e attoniti tanto da significare un ottundimento, un languore o un pericolo strisciante.

Osservando le opere in mostra ci si interroga su quanto possa sorprendentemente accadere, in contesti altri, fuori dal nostro raggio di influenza, e sia però ugualmente in grado di produrre in noi una risposta emotiva forte, un’empatia solcata da ironia e senso del grottesco verso chi è relegato in un altrove lontano dalle preoccupazioni borghesi eppure non completamente alieno, perché poggiante sulla comune matrice dell’esistenza. In questo senso i gruppi sociali o le comunità che vivono condizioni difficili, già fotografati da Caimi, si ricollegano idealmente con gli anonimi che spezzano questo pane quotidiano, il Daily Bread del titolo, perché per quanto possano sembrare selvaggiamente liberi di interpretarsi, sono probabilmente anche loro oppressi da qualche costrizione mentale o sociale, se non fisica, e si pongono forse come un nostro alter ego inconciliabile eppure irriducibile.

La solitudine percorre dunque queste immagini insieme all’istinto di sopravvivenza e alla capacità di adattamento, mentre lo sguardo fruga negli ambienti e nelle situazioni facendosi osservatore partecipante. La fauna, umana e non, osservata da Jean-Marc Caimi appare innervata nel suo bisogno e nelle sue ritualità quasi come se alteramente ci sfidassero a definirle inconfessabili per i nostri standard, ma al contempo la pelle si tende, si cede all’abbandono, serpeggia l’angoscia, ed il fortino “primitivo” mostra la sua fragilità, ci si interroga sulla permeabilità dei confini, e l’impatto tra i mondi degli osservatori e degli osservati e del loro mondo spettrale e carnale è forte. Una conciliazione parziale si compie acquistando qualche opera o qualche catalogo, ma questi sembra palpitino tra le mani.

Questa rielaborazione tecnico-stilistica personale della materia umana e ambientale ha dato luogo, a proposito, a due pubblicazioni di Jean-Marc Caimi: Daily Bread (T&G Publishing, www.tgpublishing.com/au) e Same Tense (Witty Kiwi Books) nel 2004, la seconda insieme con la fotografa Valentina Piccinni. Al primo, denso di quelle forti immagini stampate a tutta pagina con un contrasto secondo alcuni eccessivo e che a noi è sembrato invece fondamentalmente coerente con la timbrica senza ripensamenti di Caimi, si è poi aggiunto RAW – The Making of Daily Bread (edito da Interzone). E’, questo, una sorta di diario – alla lettera, quasi: pieno di appunti testuali e visivi – dei tre anni di lavoro che sono dietro alla realizzazione della mostra e del libro e che disvela ciò che si andava agitando nel cuore e nella mente del fotografo durante tutto quell’arco di vita, dalle alternative di scelta per la pubblicazione delle foto ad immagini più casuali catturate in quel periodo, piccoli oggetti, facce di persone incontrate, luoghi, lettere, pezzi di carta. Tutta una mole di dati, curiosità, feticci se vogliamo, che hanno contribuito a rendere la collezione ciò che è, compresa qualche scatto che per ragioni di fredda pertinenza editoriale non hanno potuto entrare a far parte del libro. L’autore ci informa che il progetto si è giovato anche di molta musica quale fonte d’ispirazione o sottofondo, ma non fornisce alcuna indicazione su titoli o autori; ancora una volta ci sentiamo vicini ad immaginare l’interezza delle situazioni vissute, ma ci rendiamo conto che nonostante la generosità di Caimi nel farci penetrare in questo suo universo privato, una buona percentuale di esso è demandata alla nostra immaginazione. Ad ognuno resta la sua quota di affabulazione di complemento, consapevole che in fondo non si potrebbe chiedere di più. Eppure è lo stesso autore a dichiarare che è la musica, compresa quella che è stata così presente durante quei photoshooting, ad essere refrattaria alla fotocamera, come a dire che se fosse possibile includerla, lui non sarebbe stato contrario.

Ma anche senza musica è intrigante cercare di seguire gli imperscrutabili percorsi che possano connettere le varie forme, i motivi che possono sovrintendere a quella particolare disposizione nello spazio, assestare le associazioni di pensiero e le conseguenti considerazioni sul vivere e su come va osservata la realtà. Non ci sono barriere di pudore, in questi scatti, si può notare una figurina femminile con un basso ventre sanguinante ma anche una bambina che abbraccia una figura di un adulto, non facendosi fuorviare dal fatto che questa indossa una maschera; poi troviamo la testa mozza di un maiale insieme al machete e al braccio che forse l’ha macellato, e anche il vecchio con la maschera che, spostata all’indietro per scoprire il volto, sembra che abbia fuse queste due facce in modo casuale e grottesco; e possiamo anche interrogare lo sguardo, reso argenteo forse dalla luce del flash, di un barboncino bianco, carezzato da una mano pietosa, e chiederci se invece quello non sia l’occhio malato di un cane cieco, reietto tra i reietti. Ma sono formidabili anche le inquadrature in campo più lungo, quelle nebbiose di campagne notturne in cui sfreccia all’improvviso un’automobile nel cui finestrino baluginano personaggi che sfiorano appena quel luogo, come fotogrammi passati subliminalmente davanti al proiettore cinematografico, oppure la veduta della spiaggia sul finire della giornata, su cui un cane solitario si aggira tra indecidibili forme portate a riva dalla corrente mentre il bagnasciuga è slavato di grigio a causa del controluce crepuscolare.

Il gallerista Michele Corleone, anche lui istantaneamente contagiato, contaminato dal linguaggio marcato e insinuante di Caimi, si è detto sensibile al dolore e a quel senso fisico di rischio che si avverte sfogliando con avidità le immagini costitutive di questo progetto esteticamente così vivido e dalla forte personalità. Ha citato il Cuore di tenebra di Conrad, ma così, di passaggio, integrandolo in un flusso di descrizioni e sensazioni che son quelle che anch’egli ha avvertito riflettendo sul rapporto molto animale che può sussistere tra chi si avvinghia alle situazioni e ci avvita dentro l’obiettivo con disinvoltura affamata, ed i contrasti estremi di scene e dettagli inusuali che non cessano di porre interrogativi come: “C’è più verità in quel mondo o nel mio?”. Uno sguardo definito “corrotto e corruttore” che cattura vitalisticamente, senza morbosità, scene di sesso ma anche immagini di inaspettata tenerezza, vita quotidiana, personaggi dall’apparenza ambigua probabilmente amici, apparizioni misteriose e sfumate verso l’onirico. Possiamo osservare e apprezzare il valore formale delle foto, ma non sapere cosa esattamente il fotografo ha esperito: non sarebbe giusto, dal momento che noi vogliamo avere il privilegio di gettare un occhio restando al riparo delle nostre comodità. Solo chi è dolente ma continua a scavare, armato della sua pressoché unica umanità, ha il diritto di contiinuare a ricordare tutta l’esperienza.

In fondo, era così, alle origini della storia della fotografia, anche per fotografi come Eugène Atget che, idealmente al vertice artistico di un plotone di fotografi improvvisati che, in preda alla “mania dello scatto” di cui parla anche Benjamin, invadevano Parigi, documentava angoli desueti della città, deserti, come se fossero altrettante “scene del delitto”, ed i borghesi si compiacevano nel contemplare questi scorci in ombra restando prudentemente al riparo da ogni rischio nei loro salotti. Molti dei fotografi delle classi benestanti, poi, mediamente superficiali, con lastre fotografiche più sensibili e lampi al magnesio, per la prima volta illuminavano – alla lettera – le sacche metropolitane di povertà, ma raramente erano davvero interessati alla denuncia sociale, e sensibili e partecipi nei confronti delle classi più miserande e degli ambienti degradati in cui esse vivevano in condizioni quasi disumane; più spesso erano mossi da curiosità verso il pittoresco della slum life. Mentre Atget, alcune volte, intendeva vendere immagini per i pittori parigini o foto-ricordo delle loro vetrine ai bottegai artigiani. Qui siamo diverse ere avanti, non ci sono più solo le spoglie membra della città silenziosa o il “safari metropolitano” fine a se stesso, qui c’è la varietà magmatica delle viscere del corpo barbaro della globalizzazione, angoli nascosti ma popolati di un mondo dove magari arrivano poche merci ma c’è tanto sangue, mai domo, in subbuglio, sempre vivo malgrado il veleno. Secondo lo stesso Caimi:

“Non ci sono punti da connettere. Non cerco più di dare un senso alle cose. Piuttosto, mi sforzo di ascoltare il loro mormorìo”.

“These pictures represent a rite of passage through my own existence. Experiences containing an excess of energy, a spill that makes everything unstable, pulsating, restless. A palpitation, that could be subtle or violent, which I want to photograph. There are no dots to connect. I am no more giving a sense to things. I hold to hear their murmur, instead”. Jean-Marc Caimi.

Info galleria

  • INTERZONE Galleria Studio di Fotografia
  • Roma – Via Avellino, 5
  • Orario: da martedì a venerdì 15.00- 20.30, sabato 11.00- 20.00 – Ingresso gratuito
  • lunedì e martedì chiuso
  • Per informazioni: tel. 347 5446148
il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012) e alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II). È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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