Atonal a Interzone: sincretismi polposi

Quando un collettivo non è debitamente coeso e lavora con e su impulsi eterogenei che al limite sfiorano l’assurdo, può capitare che dall’uno all’altro componente si registrino sobbalzi, sussulti, ma anche stasi e blocchi, in modo disorganico e non sincronizzato. In musica, pensando quindi a raggruppamenti, ad insiemi, di suoni, fu forse una considerazione di questo tipo a portare Schonberg a raddrizzare il tiro, o forse a “frenare” (a Roma diciamo “Frena!” in casi simili), spiegando nel suo Manuale d’armonia (Vienna, 1921) in maniera sorprendente per alcuni, considerando la sua produzione, che:

Un pezzo di musica sarà sempre tonale almeno nella misura in cui tra suono e suono deve sussistere una relazione in virtù della quale i suoni, giustapposti e sovrapposti, danno una successione riconoscibile come tale. La tonalità può essere allora forse non avvertibile o non dimostrabile, questi nessi possono risultare oscuri, difficilmente comprensibili o persino incomprensibili. Ma chiamare talune specie di rapporti atonali, è altrettanto inammissibile quanto lo sarebbe chiamare a-spettrali o a-complementari dei rapporti tra colori”.

Ma ad un artista, o ad un gruppo di artisti, che opera oggi e non nel settore musicale, cosa può interessare, in definitiva, di ciò che un Maestro ha scritto nel ’21?

Il noto antropologo culturale Massimo Canevacci, che fu anche mio professore, ebbe occasione di dire che a volte il modo migliore di tener fede al messaggio di un autore è quello di tradirlo, e così il gruppone di fotografi d’assalto che vanno sotto il nome di Atonal e che sono in mostra alla galleria romana Interzone sono sicuramente convinti che la relazione che instaurano con le forme delle loro visioni non è univoco o fedele a qualche modello di realtà definita (“Se proprio si cercano appellativi, si potrebbe ricorrere a politonale o pantonale”, scrisse ancora Schonberg) ma rifiuta ogni canonica appartenenza ad un sistema armonico codificato, leggibile grazie allo studio di uno spartito, e riesce ad avere una propria coerenza attraverso il proficuo sincretismo dei diversi accenti. Agire secondo uno spartito può infatti significare recitare, essere prevedibili, non essere spontanei, e questo è un rischio che Alexander Arnild, Cato Lein, David Neman, Igor Pisuk, Jannis Tordheim, Lily Zoumpouli, ovvero i sei fotografi di estrazione svedese, polacca, norvegese, greca, rifuggono come la peste. Nella massa spugnosa e pregnante delle 180 fotografie in bianco&nero o colore alla Interzone, tutte in stampa fine art digitale, percepiamo un cloud, come si dice adesso, di episodi, flashes, visioni, angoli, spazi, corpi, in un agglutinamento fieramente casuale-non casuale di spunti da un diario poetico visivo che trasmettono un senso di straniamento anche abbastanza violento, ma vitale, che affascina chi si immerge in questa visione multipla alla caccia di barlumi di una narrazione che sia invece tonale, lineare. “Naaaaaa! Impossibbbbile!”, avrebbe dichiarato stentoreamente al proposito una mia vecchia conoscenza sparita che ormai ha assunto un alone di leggenda odorosa di vino.

I soggetti fotografati denotano la sconcertante varietà della vita, “sono intrisi” – si legge nel comunicato stampa – “di dolore, solitudine, sensualità, realtà quotidiana”, ed il loro modo di stare al mondo, in quel mondo che poi straripa dentro la forma chiusa ma esplodente d’emotività della fotografia, è permeato da quella stessa tipica qualità del mondo di non essere tendente al consolatorio, al bello o all’edificante ma di essere autoconsistente, di essere un vigoroso oppure anche sfatto “in sé” – kantiano o sartriano (meglio), ma comunque esterno alla mente del soggetto – che va dal contrasto inspiegato all’attrazione/repulsione metonimica per tutto, dal segno di colpi brutali alla pausa prima del casino, dall’abbandono neutro e forse addomesticato di un paesaggio da wasteland alla semiotica densa e lacerante dei corpi come segni. Naturalmente, questa polifonia è spalancata ad una ridda di interpretazioni fuori dal coro (perché anche noi ci proviamo, a scegliere di stare dentro o fuori, o in equilibrio, sul lato darker dell’esistenza che un po’ ci appartiene sempre) analogamente a quanto accade nella linguistica, in cui il tono è dato dalla variazione o non variazione dell’altezza d’una sillaba e l’intonazione si riferisce invece al tono come curva melodica di un intero enunciato, come nelle proposizioni interrogative, in cui è ascendente, o in quelle che esprimono comando col punto esclamativo ed il tono discendente. Questo insieme di immagini (dis)articolato da Atonal possiamo dire allora che, pur nell’esuberanza espressiva e nella varietà di tutti i toni, siano globalmente assertive, cioè piane, perché segnano una presa d’atto non giudicante dei volti del mondo e della soggettività che lo coglie, una presa d’atto che non ignora il comando come dettato autoritario ma lo denuncia, e dall’altro lato rinuncia anche ad interrogativi che ormai si sa che son destinati a restare senza risposta.

Ad esempio, chi può ricondurre ad un agire sensuale o ad una gara di morra cinese il dittico in bianco e nero con visibili soprattutto braccia, mani e gambe di una donna seduta sul letto quasi ad astrarsi a vantaggio della sola luce rivelatrice? Ed il dettaglio grottescamente allucinatorio e notturno del tubo rosa (!) legato a formare un anello intorno ad un palo metallico accanto ad un altrettanto anonimo muretto con accanto secchio forse di vernice pieno di cartacce, all’aperto, è qualcosa che ha strappato un ghignetto a qualcuno che vagabondava in zone proibite o è un manifesto della gratuità artistica (pur sempre un messaggio estetico)? Ha poi il suo tono sommesso, da penombra timbrica perché a dominante blu-verde, la scena vuota con i due cuscini a righine strette sull’angolo-letto, ma al tempo spesso è atonale perché induce alla catatonia: bisogna aspettare che chi si è alzato da lì – magari qualcuno di importantissimo per noi – ritorni (magari a riprendere gli orecchini di bigiotteria lasciati lì sulle pieghe), oppure è inutile, l’attesa sarebbe forse vana e tanto vale fissarsi sul vuoto cromatico di quella tristezza bluesy contemporanea? A me personalmente dice qualcosa di nostalgico e simil-ucraino il paesaggio col cielo di carta slavata che ha come protagonista il fiumiciattolo che scorre tra due lembi di una sorta di tundra di sterpaglie secche fitte lasciando svettare un alberello spoglio sul ciglio del rigagnolo; una scena da wasteland che mi ricorda le mie esplorazioni della campagna dell’hinterland davanti casa, quand’ero adolescente e e la natura smorta non mi indisponeva. Ma questa atonalità non è che il preludio, volendo, all’acidume ironico e necrofilo dello scatto con i cuccioli di maiale decisamente stramorti e messi miseramente sottovuoto, inguainati nella plastica trasparente, e messi in vendita in un accogliente banco-frigo per cadaveri ciascuno intero e monoblocco, lievemente insanguinati perché privati degli occhi in modo che non possano guardarsi l’un l’altro e farsi pena, nonostante l’impianto un po’ pop contaminato da vaghe reminiscenze di Hermann Nitsch e della poetica molto prosaica del post-umano.

L’immagine volutamente mossa, in penombra, del busto di un tale che pare faccia flessioni a torso nudo sul pavimento ci rimanda alle tecniche di sopravvivenza che vanno adottate al buio, a luci spente per non farsi identificare, al fine di evitare che ciò che non fa cultura ci strangoli strappandoci a questa incerta definizione dei volumi che è morbida ed ispira forza al contempo. Sul fondo nero, l’astrazione concettuale di una mano rossa di luce posta a conca ma con le dita all’insù lascia pensare a quanto il sangue come elemento biologico sia una traccia di vita che, insieme alla luce, altra forza archetipica primaria, rifiuti troppe connotazioni e si ponga come intensissima offerta estetica di verità essenziale. Di seguito, vien da prendere in considerazione la foto eccezionalmente eloquente, nella sua enigmaticità, di una schiena nuda, ricurva e biancastra, con le vertebre non perfettamente in ordine, si direbbe, che s’impone come forma quasi disumanizzata di una sorta di The Elephant Man (David Lynch, 1980) abbracciata però da mani femminili, dalle lunghe dita e intrise di una appiccicosa luce rossa che fa presumere sia successo qualcosa di grave che va ad inscriversi in un equilibrio acrobatico tra due soggetti fuori dalla campana statistica della probabilità/normalità. Il resto è annegato nel buio.

E poi – altra foto – “È lei?”, si chiede qualcuno guardando il busto nudo e mosso di ragazza con capelli biondi corti orientati a destra che scoprono uno sguardo non timoroso ma risoluto nella sua consapevolezza di essere entrata e di essersi avvitata nel dominio di un immaginario eccitato tra realtà sofferta e evocazione di stati artistici alterati: il seno non è visibile, la figura è vagamente androgina ma bisogna tenere acqua in bocca. Forse non è la stessa cosa per quanto riguarda un diverso scatto: la signora dalla pelle del viso lucida, come per un sudore dovuto alla tensione piuttosto che al flash, mostra invece una fresca cicatrice, ricomposta con punti di sutura, su un gomito; cosa dovrebbe fare? È sufficiente che ci guardi così? È opportuno che ci chiediamo questo? La materia farinosa delle ciocche di capelli grigi ai lati della testa ed il vestito leggero color lavanda ci inducono a pensare che le cose seguiranno il loro corso e che la fotografia ci esplode davanti con una fragilità che possiamo solo contemplare rinforzandoci nelle nostre convinzioni, che si oppongono agli sfregi di ogni tipo tranne i tagli di Fontana. In chiusura, una menzione per l’immagine acquatica, scattata dall’alto, a perpendicolo su uno specchio di verde fluido al cui centro  fluttua una testuggine, mentre intorno circolano, all’insegna della fertilità dell’elemento amniotico, numerosi pesci, virgole bianche che punteggiano lo spazio riconciliando con una magia generale che può ripristinarsi da un momento all’altro, poi di nuovo disfarsi, e poi rifare capolino dal fondo del pozzo.

E tutte queste rappresentazioni, col loro linguaggio polifonico coerente con la vita, non si risparmiano nell’intaccare il potere monologico di chi insiste a credere di poter detenere il potere interpretativo e classificatorio dei vari Sud e Nord, Est e Ovest del mondo, e dirimere il problematico esterno da quello che è il magmatico interno, entrambi polposi.

Per completezza, ho pensato anche di rivolgere qualche domanda a Lily Zou (al secolo Lily Zoumpouli), la portavoce del gruppo, e lei con grande cortesia ha risposto in maniera molto diretta.

Perché un collettivo? Sono più gli aspetti e le visioni che vi tengono uniti o quelli che vi distinguono l’uno dall’altro?

“La nascita del nostro collettivo è dovuta al riconoscimento della nostra condivisione di un approccio simile alla fotografia, abbiamo capito che parlavamo lo stesso linguaggio. Lo scopo di tutti noi è comunicare certe idee attraverso il nostro lavoro, idee che fondamentalmente vanno a comporre un onesto ritratto della vita così come noi la vediamo: emozioni reali e relazioni umane nel modo in cui ne facciamo esperienza oggi. La nostra meta comune è al contempo la causa del nostro trovarci insieme. Inoltre, come collettivo crediamo che sussistano più possibilità per noi per promuovere il messaggio che abbiamo scelto di trasmettere con l’arte fotografica.”

Immagino che voi tutti vi siate dati il nome di Atonal perché la vostra concezione di fotografia è l’analogo della musica di Schonberg, vale a dire “laterale” rispetto ad ogni canonico tipo di armonia, e certamente non prevedibile. Mi sbaglio??

“Yeah, questo è il significato fondamentale del nome del nostro collettivo. Personalmente, lo concepisco anche come l’esposizione e l’analisi della bellezza del lato brutto della vita e viceversa.”

Per l’appunto, vorrei chiederti se il punto focale della vostra ricerca come collettivo è più su un aspetto concettuale quale quello che hai appena enucleato, ma anche sulla percezione e la natura delle immagini fotografiche, o piuttosto sulla pulsione istintiva a vivere la vita in un modo ruvido e vero.

“Assolutamente la seconda opzione che hai detto è quella corretta, per noi. Direi che descrive meglio la procedura che tutti noi adottiamo quando fotografiamo. Il concetto si rivela solo alla fine del lavoro sulla singola fotografia. Tutto il resto è puro istinto che viene dalla pancia e non ti permette di di guardare o fare nient’altro quando ne senti il richiamo. Per me, ciò che trasforma qualcosa in Arte è la verità che vi soggiace dentro.”

Info mostra

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre

il7 - Marco Settembre, laureato cum laude in Sociologia ad indirizzo comunicazione con una tesi su cinema sperimentale e videoarte, accanto all'attività giornalistica da pubblicista (arte, musica, cinema) mantiene pervicacemente la sua dimensione da artistoide, come documentato negli anni dal suo impegno nella pittura (decennale), nella grafica pubblicitaria, nella videoarte, nella fotografia (fa parte delle scuderie della Galleria Gallerati). Nel 1997 è risultato tra i vincitori del concorso comunale L'Arte a Roma e perciò potè presentare una videoinstallazione post-apocalittica nei locali dell'ex mattatoio di Testaccio; da allora alcuni suoi video sono nell'archivio del MACRO di Via Reggio Emilia. Come scrittore, ha pubblicato il libro fotografico "Esterno, giorno" (Edilet, 2011), l'antologia avantpop "Elucubrazioni a buffo!" (Edilet, 2015) e "Ritorno A Locus Solus" (Le Edizioni del Collage di 'Patafisica, 2018). Dal 2017 è Di-Rettore del Decollàge romano di 'Patafisica. Ha pubblicato anche alcuni scritti "obliqui" nel Catalogo del Loverismo (I e II) intorno al 2011, sei racconti nell'antologia "Racconti di Traslochi ad Arte" (Associazione Traslochi ad Arte e Ilmiolibro.it, 2012), uno nell'antologia "Oltre il confine", sul tema delle migrazioni (Prospero Editore, 2019) ed un contributo saggistico su Alfred Jarry nel "13° Quaderno di 'Patafisica". È presente con un'anteprima del suo romanzo sperimentale Progetto NO all'interno del numero 7 della rivista italo-americana di cultura underground NIGHT Italia di Marco Fioramanti. Il fantascientifico, grottesco e cyberpunk Progetto NO, presentato da il7 già in diversi readings performativi e classificatosi 2° al concorso MArte Live sezione letteratura, nel 2010, è in corso di revisione; sarà un volume di più di 500 pagine. Collabora con la galleria Ospizio Giovani Artisti, presso cui ha partecipato a sei mostre esponendo ogni volta una sua opera fotografica a tema correlata all'episodio tratto dal suo Progetto NO che contestualmente legge nel suo rituale reading performativo delle 7 di sera, al vernissage della mostra. ll il7 ha quasi pronti altri due romanzi ed una nuova antologia. Ha fatto suo il motto gramsciano "pessimismo della ragione e ottimismo della volontà", ed ha un profilo da outsider discreto!

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