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Il Maestro Paul Russotto vs Gianfranco Grosso in un intreccio di riferimenti

Malgrado in Italia siano ancora troppo poche le persone che leggono e si interessano di cultura rispetto alla media europea, quando si offre alla visione del pubblico una pur limitata ma qualitativa rappresentanza delle opere di personaggi legati alle epoche d’oro dell’arte moderna e contemporanea, l’affluenza è notevole, l’apprezzamento sconfinato ed in generale si ha la sensazione di assistere davvero ad un evento, categoria forse un po’ abusata. Ad ulteriore dimostrazione di ciò, riteniamo sia il caso di parlare di un incontro e di una mostra che vede la compresenza di diversi motivi d’interesse, ma di cui il centrale è il confronto intergenerazionale tra due artisti entrambi figli del Sud Italia (per la precisione calabresi di origine), da cui il titolo della mostra, e rivolti al luminoso passato delle avanguardie e delle neo-avanguardie. Paul Russotto, nato a New York ed interprete storico dell’Espressionismo astratto americano, anche se non altrettanto noto dei celebri Jackson Pollock e Willem De Kooning, e che ha calamitato alla galleria romana La Stellina Arte Contemporanea (ex WhiteCubealPigneto) diversi artisti contemporanei anche noti e quotati, con una sua opera si è contrapposto felicemente alla creazione di un artista più giovane, Gianfranco Grosso, che pure si rivolge, con un pregnante citazionismo, all’eredità artistica del Novecento attualizzandola con acume e lucidità. Abbiamo parlato di evento perché all’inaugurazione i visitatori hanno avuto il privilegio anche di assistere alla videoproiezione, curata da Piero Pala, di Painters Painting – The New York Art Scene 1940-1970, un film inedito per l’Italia del documentarista (anche e soprattutto di genere politico, e di orientamento marxista) Emile de Antonio, che mostra i maggiori artisti newyorkesi di quegli anni – compreso Warhol, ovviamente – al lavoro o intervistati da lui con un approccio critico, non celebrativo. Una volta concluso l’interessante filmato, Gianfranco Grosso ha spinto da parte come un sipario il telo bianco per la proiezione, scoprendo al di sotto, con emozionante effetto-sorpresa, l’opera in mostra di Russotto Corkscrew I, un olio su tela realizzato appunto nel 1969, e per giunta illuminato da una luce ad occhio di bue che permette di intuire il perché tra i suoi amici espressionisti astratti l’autore fosse soprannominato il nuovo Caravaggio. L’opera, rappresentante (l’artista restò nell’alveo del figurativo per tutti gli anni ’70 per poi volgersi radicalmente all’astrazione anche primitivista) con precisione un apriscatole ma con un gioco di ombre alterato in spregio della percezione ordinaria, che lo riconduce in qualche modo all’espressionismo USA, posto che i percorsi degli artisti e la storia delle correnti artistiche sono soggetti a vitali fluttuazioni.

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Questa piccola ma estremamente suggestiva tela, dopo la citata serata è stata temporaneamente ritirata, mentre nei giorni successivi si son potute ammirare le opere Study of myself wearing a Pablo Picasso mask di Paul Russotto, una gouache (tempera) 61×98 cm. del 2000 su carta, anzi un assemblaggio trittico a collage di un lavoro evidentemente realizzato in origine su diversi fogli, e Zenit di Gianfranco Grosso, un ferro da stiro restaurato e rivisitato di marca appunto Zenit (la prima azienda a produrre in serie negli anni ’20 questi ferri in acciaio inox con piastra riscaldata elettricamente), per delle dimensioni di 150x 18×18 cm. compresa la colonnina su cui poggia, e che chiaramente si pone come rimando-omaggio ad uno dei più famosi object trou-vèe (o ready made, che dir si voglia): il Cadeau di Man Ray, un comune ferro da stiro interamente metallico, non elettrico, e dotato di una striscia di 14 aggressivi chiodi sulla piastra, ivi collocati per negare, come per ogni ready made, l’ordinario, razionale uso dell’oggetto (impossibile, con questo atterezzo, qualunque stiratura) e proporne interpretazioni alternative, oniriche e in questo caso vagamente inquietanti (questo regalo-cadeau è di certo un oggetto graffiante) e anche contestare l’idea che il valore estetico appartenga solo al mercificato quadro o scultura, magari di stile accademico. Nell’opera di Grosso, invece, al posto dei chiodi, ma sempre sulla piastra scaldante del ferro, si trova effigiata una stella a cinque punte, simile a quella che Marcel Duchamp ricavò sulla sua stessa nuca attraverso la rasatura dei capelli, come compimento ermetico di chissà quale operazione artistico-esoterica (l’operazione è documentata dalla foto intitolata Tonsure) com’era nel suo stile (si pensi al Grande Vetro, suo capolavoro), e che in questo contesto sembra invece voler istituire a fini magari cosmico-propiziatori un simpatico legame con La Stellina della galleria! D’altronde, l’idea dei ready made in generale appartiene più a Duchamp – autentico genio dadaista – che non al pur grande Man Ray, attivo soprattutto come fotografo avanguardista. Il ferro da stiro usato da Grosso ha poi il manico ricostruito come l’originale in colore rosso sangue (certificato dal numero di codice!), quasi a voler saldare idealmente l’idea di presentare come artistico un “manufatto già pronto” (o quasi) e la pratica ar-tistica più recente di alcuni artisti di farsi produrre opere da stabilimenti industriali per intercettare concet-tualmente le aree del design: la stella incisa sulla piastra, infatti, è stata commissionato dall’artista sulla base di un suo disegno, di certo non era di serie! In questo modo, cioè con questa congiuntura evocativa di opere cariche di senso, si è creato all’interno dell’ormai notorio cubo bianco della galleria, un sintagma di riferimenti alla Storia dell’Arte del Novecento che abbraccia più epoche e lega nel profondo rispetto reciproco la personalità, ovviamente, dei due artisti, come s’è detto appartenenti a due diverse generazioni. Per confermare e implementare questo senso di compresenza di vibrazioni artistiche, la galleria ha anche ospitato Olympian gossip, la performance elettro-acustica di Tiziana Lo Conte e Alessandra Ballarini, le quali – facendo risuonare i loro peculiarissimi strumenti costruiti autonomamente sfruttando, in uno spirito di recupero multimediale, oggetti poveri e antichi strumenti (altri ready made spuri/modificati, se si vuole) per costruire con essi ogni sorta di improbabili devices (dispositivi) musicali non senza una componente cyber-punk, industrial e noise, e con avvincenti incursioni vocali – hanno rapportato le sonorità originalissime della loro musica di ricerca con le opere presenti e con lo spazio stesso della galleria, realizzando quindi, più che un mini-concerto, una vera e propria performance sonora live site-specific ( ciò è avvenuto nel quadro della manifestazione 00176 – Pigneto città aperta sabato 25 Maggio).

In occasione della chiusura dell’evento espositivo – giornata del bicchierage conclusivo e benaugurante – è stata riproposta al pubblico, circondata dalla sua aura rarefatta, la tela di Russotto Corkscrew I, ma invece, per tutta la durata della mostra, a sancire il riconoscimento di un comune patrimonio ideale di conoscenze e di prassi artistiche che ancora oggi spinge avanti l’evoluzione, nell’angolo protetto accanto all’ingresso è sempre stato leggibile, appeso alla parete, il testo critico di Alan Jones – notissimo curatore d’ arte newyorkese nonché scrittore (autore di Leo Castelli. L’italiano che inventò l’arte in America, Castelvecchi Editore, Roma). Si tratta di una lirica, in realtà, composta anch’essa specificamente in vista di questa occasione, nell’Aprile 2013, a Parigi, e seguendo sul filo del pensiero, tra presente e rievocazione degli anni ruggenti, l’altrettanto lieve traiettoria delle nubi che trascorrono dall’Atlantico fin sopra il nord del nostro paese, si interroga sognante su ciò che i poeti apprendono dai pittori; riepiloga, in in una serie di sketches di viaggio all’Hotel du Dragon, suggestioni minimali roteanti attorno ai nomi di Gautier, Baudelaire, Laforgue, Verlaine, Apollinaire, ma anche Mallarmé, Manet e Matisse; e sempre fluttuando come “the clouds from Spleen of Paris” (“nuvole dallo Spleen di Parigi” –  ovvero nubi emanate direttamente dall’ansia esistenziale tipica dell’artista decadente, la quale, secondo Baudelaire, che la espresse magnificamente in poesia, caratterizzava la città ai suoi tempi come un umore opprimente localizzato nella milza, in inglese spleen)–, Jones rievoca alcune delle parole con cui Russotto, in altri anni, ma sempre auratici, “spiegava ai non-iniziati gli arcani della pittura mentre le sue mani dimostravano una segnaletica cubista al livello del volto”: ecco l’ulteriore anello di congiunzione che conchiude il cerchio o meglio finisce di avvolgere queste spirali del sublime moderno: la tempera su carta montata a collage di Russotto in mostra a La Stellina è proprio un autoritratto eseguito usando segni post-africani alla maniera picassiana autoimponendoseli come una maschera (stilistica). Ecco che, così, in questo testo e su tutta la mostra si iscrive, come un’insegna dal gusto rètro, l’epigrafe posta da Jones all’inizio del poema medesimo, una citazione di Baudelaire: “A series of pictures one upon another” che certifica una ormai incontestata verità dell’arte come significativo gioco di stratificazioni, in cui via via rintracciamo quelli che al tempo stesso si sedimentano e fermentano come gli archetipi del futuro!

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