di

A proposito di condomini dell’Arte. Open Studios in Scala C a Roma

È tristemente noto, anzi proverbiale, il clima di diffidenza, se non di aperta ostilità, che si respira in certi condomini, in cui convivono esemplari di varia umanità talvolta dai profili e dagli stili di vita inconciliabili. Perciò, personalmente ci è sembrato un azzardo l’invito diramato da quattro artisti ad andare  ad ammirare le loro opere e ad apprendere qualche segreto sul loro modus operandi direttamente alla fonte, cioè nelle loro residenze-studio, tutte concentrate al pianterreno della Scala C di Via Nino Bixio 41, a Roma.

Qualche casalinga già devastata dal frignare dei bimbi piccoli avrebbe potuto lanciare sulla folla accorsa per seguire l’insolito evento (celebratosi un mese fa), una padella piena di olio bollente, il settantenne avvocato patrocinante in cassazione del secondo piano, sepolto nella scrivania dalle sue scartoffie polverose, avrebbe potuto sporgere denuncia per disturbo della quiete pubblica ed i ragazzacci figli del rappresentante di farmaci, ed i loro amici bulli avrebbero potuto organizzare uno scherzo a base di petardi per marcare il loro territorio, rovinando la festa organizzata da Francesco Impellizzeri, Nicole Voltan, Sandra Hauser, Gianluca Esposito e  Alecci & Di Paola-Artefici D’interni.

Francesco Impellizzeri, personalità in vista dell’arte romana e non solo, è il deus ex machina di questa operazione ed ha anche un profilo che si distacca dagli altri artisti qui citati, perché la sua è l’arte estroflessa ed istrionica; egli è felicemente sopravvissuto al periodo di rinnovamento dell’arte a Roma a cavallo tra anni ’80 e ’90, quando una certa effervescenza, figlia del clima post-punk e wave e dei relativi centri d’aggregazione festaiola tipo la Mucca Assassina, travolse il vecchiume paludato delle mostre vecchio stile; Impellizzeri ne porta ancora con sé la carica vitalisticamente eversiva, incoercibilmente neo-pop. Combinando la messa in scena di se stesso (sin dalla performance canora Vernice) e quella di scenografie e ambienti avventurosamente creati con grande capacità artigianale e prefigurazione visionaria degli effetti glam, ha accumulato una ventina d’anni di performances scenose non prive, però, alla distanza, di elementi concettuali, linguistici e satirici: sempre animato da questa pulsione estroversa ed esuberante verso l’arte come comunicazione, non ripiegata su oscuri simbolismi ma piuttosto aperta alle dinamiche sociali, che riverbera condensate con grande ironia e senso dello spettacolo.

L’artista ci ha accolto nel suo studio con un savoir-faire piacevolmente divistico e, con innata simpatia, ha ricordato la genesi di alcune sue opere e qualche retroscena. Particolarmente godibile il maxi-quaderno da scuole elementari in cui l’artista, fingendosi bambino, ha svolto dei Temi di rilevanza socio-politica e di costume, e gli errori segnati in rosso sono rivelatori, in realtà, di ironiche istanze critiche: “L’Italia è una repubblica affondata sul lavoro”. Un un’altra parete, ecco un quadro bianco-su-bianco in cui l’artista è ritratto come un pop-singer anni ’60. Di un concettual-minimalismo sornione è apparsa la sua serie su carta Fare niente, ispirata dalla occasionale frase di un amico e consistente in acquerelli tra la psichedelia e le macchie di Rorschach in cui il colore si espande intorno a cerchi lasciati accuratamente in bianco che compongono la scritta del titolo. Altre opere  hanno ricordato altre epoche e mostre precedenti, ma il migliore esempio della sua ricerca è stato senz’altro fornito dalla performance canora da lui pianificata insieme a Michele Abramo. Michele e Francesco hanno scritto insieme, per l’occasione,  un testo celebrativo, ma anche vivace ed ironico, e, dall’alto di una sorta di terrazza che si affaccia direttamente sul cortile della Scala C del fabbricato, uno dei due – Abramo -, in camicia rossa più mantellina e maschera nere, quale abbozzo di costume d’epoca, è apparso intonando con la sua voce tenorile l’aria dellla canzone Buongiorno a te cantata da Luciano Pavarotti con le parole però sostituite dal suddetto testo, entusiasmando con la grazia e l’arguzia di questo “Vocalizzo in Scala C” tutti i presenti sotto di lui, tra cui lo stesso Impellizzeri che, compiaciuto, riprendeva l’azione lirico-teatrale con una videocamera handycam.

Le due giovani artiste Voltan e Hauser, che condividono lo stesso appartamento suddividendosi gli spazi come due sorelle in arte, hanno guidato i visitatori in un ambiente in penombra, quasi una cava di segreti, articolata in diverse stanze-wunderkammern in cui l’anima si raccoglie e si ascolta.

Sul pesante portone in legno le due hanno riportato un testo da loro composto con la tecnica surrealista del Cadavere eccellente, alternandosi cioè nella scrittura delle frasi senza sapere ciò che precedentemente l’altra ha scritto. Entrando all’interno si era catturati dal wall drawing di Nicole Voltan, una nuova Araneide, simile a quella già presentata con grande successo presso la galleria La Stellina (già White Cube al Pigneto), ma realizzata a mano libera e trasformata in una summa di alcune, almeno, delle sue tecniche, grazie all’aggiunta di un box bianco con dentro uno degli intrecci di fili tesi da aghi che hanno reso Nicole già famosa, e altre porzioni quadrate in cui in un caso la pianta delle costellazioni è riproposta in negativo, in incisione sul muro, ed in un altro la mappa-arabesco è in stoffa ed ha il valore di un bozzetto in parte ricamato, per una futura realizzazione. Lo studio delle costellazioni ed il loro impiego in scala per suggerire il rapporto tra mappa e territorio e la relazione dell’uomo col macrocosmo mediata da microcosmi in cui si riflette la dialogicità tra ordine e disordine è il nucleo del suo lavoro attuale, influenzato dal suo preesistente interesse per scienze come la fisica e la geologia e interfacciato con la sua costante analisi intimista. Interessanti, a questo riguardo, i blocchi squadrati bianchi poggiati su esili zampe di legno a punta, altrettanti pianeti cubici che ospitano modellini, simili a plastici architettonici, di strutture che appaiono provvisorie e sul punto di crollare come i mondi su cui gravitano, segnati da squarci terrosi, e che eppure esprimono lo sforzo di mantenere una loro saldezza come utopici luoghi di aggregazione. Anche in queste creazioni, risalenti agli anni dell’Accademia, si apprezza il lavorìo sugli opposti: natura e opera antropica, fragilità e solidità (interiori), in una poetica che si approssima all’infinito della volta stellata pur rivolgendosi con acutezza antropologica al senso del nostro posto nel cosmo ed esprimendo con l’allargamento dello sguardo una ammirevole ricerca dell’equilibrio.

La logica dualistica si riflette anche nel dipinto b/n, in cui la parte superiore è la rappresentazione naturalistica di vette d’altura, mentre la parte mediana nelle pennellate che tracciano il sentiero alberato ha un accenno d’espressionismo, in realtà utile a suggerire l’isostasìa, il galleggiamento della crosta terrestre sul mantello sottostante, mentre la parte inferiore razionalizza i rilievi montuosi con le isoipse, le curve di livello; il video correlato, elegantissimo, girato in handycam, suggella il quadro concettuale con l’elemento movimento, senza il quale non si dà equilibrio tra ragione e sentimento (nel quadro), né (nel filmato) tra i rarefatti panorami dolomitici, le sottili ombre sul suolo delle presenze umane ed i resti di costruzioni belliche.

A proposito di conflitti e dei segni da essi lasciati, il lavoro di Sandra Hauser si definisce senz’altro come emozionale, perché elettivamente si confronta con la sostanza chiaroscurale dei mondi interiori e del loro mistero, agendo sul limitare della soglia dell’inconscio, e interagendo col tema della memoria in modo molto intenso, simbolico e con una forte matrice surreal-dadaista, cui appartiene anche la cifra ironica che in al-cune sue opere compare a spezzare gli incantesimi con un tocco di bizzarria. Avvertendo la diversa energia degli oggetti vecchi, che utilizza come autentici object trouvèe ma combinandoli tra loro creando piccole installazioni che sono scenari sorprendenti carichi di forza ipnotica, la Hauser di recente ha realizzato un sogno di quella sua infanzia cui attribuisce un valore cultuale e di cui ricrea atmosfere e motivi: ha dipinto Totilas and Perigon un grande cavallo (la testa, in particolare) ad acrilico direttamente sulla pelliccia di cavallino (supporto che lei già ebbe modo di utilizzare in una sua precedente esperienza da scenografa teatrale) ed ai due lati del dipinto, ha però collocato sporgenti dal muro, delle punte di frecce ad evocare la forza, sospesa tra suggestione medievaleggiante ed essenzialità contemporanea (si veda l’occhio geometrico), dell’insieme cavallo-cavaliere, che ritorna in una serie di piccoli sketches minimalisti disegnati, in una parete a fianco, che, protetti ciascuno dal plexiglass, mostrano diverse posizioni impossibili tra i due, simboleggiando la difficoltà, gli errori e l’inutilità di relazioni mal poste.

Il tema della memoria e della sua elaborazione emerge prepotentemente nella grande foto in cui la Hauser stessa appare en travesti, nei panni del protagonista del romanzo di Philip Dick La svastica sul sole, il quale, in un mondo parallelo in cui Hitler ha vinto la guerra, scrive un romanzo in cui invece l’ha persa, e viene perciò ricercato in tutto il mondo e non sa più quale sia la realtà tra le due. In modo ancora più personale, l’ansia della rimozione dello scomodo passato tedesco con decisione traspare dalla scatola, oltre la maniera dada o fluxus, in cui sono conservate medaglie naziste vere (appartenute ad un amore perso in guerra della nonna di Sandra) e, poggiate su un letto di seta bianca, dei braccini di bambolotti, come se fossero arti rinvenuti in una fossa comune, il primo della cui fila è steso nel saluto nazista, mentre l’uno dopo l’altro la postura è modificata fino ad assumere la posizione del pugno serrato, ad indicare un risveglio delle coscienze che coincide con un riscatto collettivo.

Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere, però, che durante la serata di apertura degli studios, qualcuno ha trafugato la scatola commettendo una vergognosa profanazione il cui senso va ben al di là del furto, e compromettendo l’integrità di una installazione che si compone anche di un album di famiglia e di una pianta malata, quasi secca, sotto una campana di vetro, a simboleggiare una società, quella tedesca, cresciuta per diversi decenni con il peso di dover rimarginare LA ferita.

La Hauser manipola anche vecchie foto sovrimponendovi col suo misurato intervento significati sociali perturbanti ma giusti, ed utilizza bambole come elemento ricorrente nella creazione di un universo espressivo profondamente atmosferico ed evocativo.

Nel corso della serata, inoltre ha suonato una sega cantante nella performance elettroacustica di Phlox l’entità musicale composta anche da Tiziana Lo Conte (elettroniche e voce) e Alessandra Ballarini (basso elettrico) che propone un singolare amalgama sonoro con radici nell’avanguardia contemporanea e nello sperimentazione industrial e dintorni che definisce confini inesistenti in scenari ispirati dal contesto, usando, oltre agli strumenti, oggetti di varia natura che diventano risonanti dettagli di storie.

Gianluca Esposito ci ha introdotto nella sua fucina in qualche modo accostabile alla mitica officina di Vulcano, spiegando come dal suo background di attore teatrale sia fuoriuscita questa profluvie di personaggi d’argilla scolpiti tra il circense, il cortigiano ed il marinaro (si veda il banco di pescheria, nel giardino, in cui ogni pesce trapassa simbolicamente un 9 di cuori, restandovi intrappolato), ma sicuramente settecenteschi che sono i padroni della sua ispirazione e che hanno senz’altro dell’Incredibile (il suo pseudonimo). Di certo la sua abitudine attoriale pregressa ad immedesimarsi in altri e a raccontare storie anche con un gesto od una smorfia sostiene le sue ideazioni, infatti la sua messa in scena (plastica) di flashes di un mondo antico, è legata a “l’urgenza di mostrarsi” anche se con pudore oltre che fulgore poetico. La scelta dell’immaginario settecentesco implica poi il confronto con i temi della rappresentazione e dell’illusione, dei codici in cui razionalità e capriccio confliggevano in forme mutevoli ma non prive di quella grazia che si osserva nei costumi d’epoca, ma non solo. Le teste in terracotte policrome devono infatti qualcosa alla ritrattistica del tempo, possono ricordare le decapitazioni ed il volto oscuro della Francia rivoluzionaria, ma godono anche di un’ironia che si può leggere come surreal-fumettistica nei cappelli guarniti di funghi o pappagalli rossi, mentre il personaggio baffuto in calzamaglia a righe appartiene al funambolico universo circense, pronto, come tutte le creazioni di Esposito, compresi i barattoli-lampada con gambe e scarpa puntuta, a dispiegarsi nella ricerca del grottesco e nel “piacere della maschera”.

Nella stessa stanza convivevano anche le creazioni di Fabio Maria Alecci e Walter di Paola, ovvero Artefici d’interni, studio professionale associato di un artista e di un designer esperto anche in architettura d’interni, che produce su commissione sorprendenti creazioni tra funzionalità d’arredo e grande creatività, usando spesso materiali riciclati o rivisitando e restaurando oggetti e complementi preesistenti. Di sicuro faranno tendenza i formiconi di plastica applicabili anche in verticale sul muro, ma anche le infiorescenze colorate traslucide, le aragoste di latta arricciata e curvata ad arte, il lampadario antico intrecciato con rami secchi. La funzionalità qui declina parte della razionalità per aprire a soluzioni sperimentali che combinano la pulizia delle forme con il richiamo alla natura e la vivacità del colore, con risultati sempre personalizzati.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Commenta

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

La frase della settimana…

Loading

Archivi PDF

Gli articoli non più online li trovi negli Archivi:
Articoli in PDF per mese