Medea per strada. Una tragedia contemporanea a bordo del Teatro dei Borgia

Muoiono gli Dei che non sono cari ai giovani”: questo il leitmotiv del 72° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico di Vicenza, con la direzione artistica di Giancarlo Marinelli, promosso dal Comune di Vicenza, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e l’Accademia Olimpica, realizzato con il sostegno della Regione del Veneto.

immagine per Medea per strada
Medea per strada, Elena Cotugno. @Norbert

Nell’ambito della rassegna, che oltre agli spettacoli include una serie di incontri di approfondimento sulle figure tragiche portate in scena, il dramma di Medea – sola in terra straniera abbandonata da Giasone e assassina dei suoi figli –  rivive nell’Italia nera e piena di sole attraversata da sud a nord dal Teatro dei Borgia.

Medea per strada è un progetto partito dalle strade della prostituzione in Puglia dove l’attrice protagonista Elena Cotugno si è nutrita dell’incontro con i volti e le storie delle prostitute, in larghissima parte straniere, che punteggiano il territorio definendo un nuovo paesaggio del dolore e della violenza, una geografia umana della penisola tanto invisibile alle coscienze quanto evidente agli occhi.

Racconti che nessuno mai ascolterebbe se non si creasse il contatto con i volontari e con le istituzioni che nella figura dell’assistente sociale creano in certi casi un ponte per raggiungere i più inaccessibili luoghi dell’anima di queste donne, corpi usati e abusati privi di un’identità pubblica, a partire da un documento che garantisca diritti e dignità, corpi che devono pagare un debito per il solo fatto di esistere e di “occupare spazio”.

Da questa esperienza nasce qualche anno fa la drammaturgia originale firmata da Elena Cotugno e Fabrizio Sinisi, con la regia di Gianpiero Borgia. Medea per strada racconta la storia di una ragazza partita dalla Romania convinta di raggiungere l’Italia per lavorare e diventata già durante il viaggio vittima del racket della prostituzione.

Niente di diverso da quello che distrattamente si ascolta o si legge quotidianamente, se non fosse che questa volta la prostituta rumena non è in scaletta tra le notizie di cronaca ma seduta di fronte a te, faccia a faccia, nella disturbante prossimità di un furgone a sette posti che corre per le strade di una città italiana. Vicenza, ma anche Milano, Roma, Bari, dovunque è possibile trovare una, dieci, cento Medee che salgono su un autobus e scendono dopo qualche fermata senza nemmeno aver incontrato il nostro sguardo.

I sette spettatori di Medea per strada sono chiamati ad entrare nella messa in scena uscendo dal buio della sala, rompendo la frontalità della normale fruizione teatrale per una circolarità che diventa itinerante e che accoglie improvvisamente un altro passeggero.

Medea sale sul furgone e stabilisce una connessione prima umana e poi emotiva con i suoi anonimi compagni di viaggio, che ad ogni replica rappresentano sicuramente un microcosmo diverso e su cui estemporaneamente l’attrice protagonista deve lavorare, perchè una città non è uguale all’altra e perchè la strada un pomeriggio di ottobre o una sera di gennaio non è mai la stessa.

Durante il viaggio si attraversa una vita fatta di ricordi familiari e di momenti di passaggio storico e personale, fino all’arrivo in Puglia aggrappata a un’idea di amore cresciuto nel più cupo e sporco scenario di sfruttamento.

Simpatica, con una risata chiassosa che ti resta dentro, forse un po’ invadente, tanto che chiede ripetutamente scusa per la sua chiacchiera continua, segnata da un mix tra la cadenza pugliese e quella dei Paesi dell’Est, Medea porta i suoi compagni di viaggio nei luoghi della prostituzione, dopo aver cambiato gli abiti di scena scende in strada, e la strada diventa nuova scenografia e occasione di incontro con la realtà, per cui viene da chiedersi come è stato e come sarà l’incontro tra realtà e finzione nelle altre città e con un altro pubblico, quello dentro il furgone ma anche quello fuori, passanti e automobilisti involontari spettatori replica dopo replica.

Medea per strada. @Norbert

Fondamentale è l’incontro con i luoghi di regista e attrice prima di mettere in scena lo spettacolo, ma anche il feedback degli spettatori che vivono un incontro personale ed è interessante capire cosa è successo in loro e tra di loro durante quel viaggio di un’ora che li riporta esattamente al punto di partenza, di nuovo soli, di nuovo precipitati nella folla anonima di chi sembrava aver compreso ed empaticamente rivissuto il dramma disumano di quella donna che bruscamente li rifiuta e li abbandona per dirigersi chissà dove, mentre si avverte il senso di smarrimento del pubblico e la voglia di continuare ancora quel percorso insieme a lei.

A bordo restano i pochissimi oggetti di scena e quella sedia vuota, resta il silenzio e una tensione fortissima a testimoniare che è avvenuto un incontro personale con la storia e con il personaggio, che si fa quasi fatica a non ritrovare dopo nell’attrice che ha trovato una misura interpretativa forte e originale per far salire su quel furgone tutte le donne conosciute e tutto il pesante carico di dolore delle loro storie, spostando nettamente il baricentro della fruizione scenica verso una dimensione intima e soggettiva in cui lo spettatore non può sottrarsi, può essere infastidito o totalmente coinvolto ma deve comunque fare i conti con quello che sta accadendo perchè ne diventa parte attiva, di quella storia fa parte anche lui.

E quando si è costretti a scendere dal furgoncino, non è facile tornare subito alla realtà, si rimane ancora per un po’ sul sedile con una canzone pop e la risata di Medea che rimbombano in testa e gli occhi puntati sulla bellezza.

Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela nasce 29 anni fa a Siracusa, laddove un’antica cavea è lambita dal mare, tanto che le sarà per tutta la vita impossibile liberarsi del teatro e di quel mare, ora lontano. Era sedicenne quando il cinema è arrivato a completare l’opera, mentre pagine su pagine rivelavano indomabili la dipendenza dall’inchiostro. E’ diventata così giornalista passando per il carcere, dove ha riscoperto la ragione del teatro, e per una Laurea in Scienze della Comunicazione e una specializzazione in Discipline dello Spettacolo all’Università La Sapienza. Continua ancora a scrivere di quello che vede e che ama, investita di striscio da un nuovo e amato percorso di autrice televisiva a servizio della verità.

Commenta

clicca qui per inviare un commento