La parola al teatro #23. L’abisso: l’intimo incontro di Davide Enia con Lampedusa terra e mare di vita e di morte

Naufragare, una dimensione fisica che forse non apparterebbe al nostro tempo se non in chiave più poeticamente letteraria e metafisica, se non fosse per le onde piene di morte che da anni trasformano un mare bellissimo e trasparente in un torbido e sgomento cimitero.

Lampedusa, quello scoglio sollevato sull’acqua che dovrebbe essere un approdo e un’opportunità di rinascita, è diventata immagine e testimone dell’abisso più nero che il pensiero possa immaginare e raccontare.

L’abisso, spettacolo vincitore del Premio Hystrio Twister 2019 come “miglior spettacolo della Stagione”, porta Davide Enia sul palco del Teatro MPX di Padova per la XVII edizione della Rassegna Arti Inferiori, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova in collaborazione con Arteven.

Ad accompagnarlo l’intima presenza in scena delle chitarre live di Giulio Barocchieri, in un dialogo tra parole, musica e suoni fortissimamente legati alla Sicilia, terra d’origine e teatro di infiniti naufragi.

Un monologo nato dalle pagine di Appunti per un naufragio, edito da Sellerio, che racconta l’esperienza di Enia con Lampedusa e con le storie e le persone incontrate sull’isola, mentre parallelamente la sua stessa vita, la sua famiglia, il suo dolore privato, entrano a far parte del più grande orrore di migliaia di corpi divorati dal mare.

Affidare alle parole – mentre ci si interroga sulla loro funzione e sulla loro forza – al gesto e al corpo la cronaca di chi quell’abisso lo solca spaventosamente per lavoro, di chi salva vite in mezzo alla tempesta oppure recupera corpi distrutti che qualcun altro sarà costretto ad ispezionare con strazio infinito, di chi a quei corpi vuole dare una degna sepoltura nonostante tutto e di chi invece esce di casa in mezzo alla tempesta perché sente che c’è ancora qualcuno da salvare: significa portare su di sé, come narratore, come regista ma soprattutto come uomo un carico di realtà così forte che è molto difficile considerare messa in scena, e questo incontro con la vita richiede un’immersione totale anche da parte dello spettatore, giù fino al buio ed alla calma spettrale dei fondali di Lampedusa raggiunti dai rescue swimmers della Guardia Costiera.

Uomini super addestrati a compiere manovre delicatissime e ad operare in condizioni estreme col solo scopo di capire nella frazione di un attimo quali e quante vite salvare, quando c’è ancora qualcuno da salvare prelevandolo tra onde altissime e gettandolo dentro il portellone della nave senza possibilità di sbagliare quel lancio.

Davide Enia diventa voce e corpo e diventa soprattutto suono e ritmo per punteggiare il racconto di una musicalità che è figlia della lingua siciliana come nella tradizione del cunto, cifra stilistica del suo teatro, ma che è soprattutto capace di portare le parole – nitide e veloci e insieme dense e pesanti – verso le immagini e di riempirle della stessa forza del mare: vita per i pescatori, luogo dell’anima per chi ci nasce e cresce dentro, ultima disperata tappa di troppi viaggi spesso strumentalizzati in cerca di soluzioni istituzionali e politiche e riportati dai mass media, che fino ad un certo punto possono raccontare delle ferite, dei volti e delle vite spezzate con cui si trovano a convivere gli abitanti di Lampedusa, i sanitari e gli uomini della Guardia Costiera, i volontari presenti notte e giorno in banchina quando c’è uno sbarco. Perché sentirlo dire, vederlo per immagini, è infinitamente diverso dall’averlo davanti agli occhi e dal sentirne l’odore e il suono, per ore e ore, fino a stare male.

Prima di scrivere i suoi Appunti, e prima di arrivare alla messa in scena, Davide Enia ha attraversato e si è lasciato attraversare da tutto questo, è tornato e ritornato sull’isola, provando poi a restituire al pubblico il suo personale viaggio tra terra e mare, e trascinando con sé auspicabilmente un pezzo di cuore, di coscienza ma soprattutto di impotenza di ognuno di fronte all’ineluttabilità della morte e ancora di più di migliaia di morti partiti col vestito buono indossato sotto quello del viaggio e offerti in pasto alle torture e ai pesci che sfigurano e annientano l’identità.

Chi rimane vivo e testimonia lo scempio sembra non essere ancora abbastanza, non è abbastanza Lampedusa che per la legge del mare non lascia uomini in mare, ma dirlo ancora una volta, ritrovare il significato delle parole, è una necessità.

L’ABISSO

  • di e con Davide Enia
  • da Appunti per un naufragio (Sellerio Editore)
  • musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
  • fotografie Futura Tittaferrante
Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela

Elisabetta La Micela nasce 29 anni fa a Siracusa, laddove un’antica cavea è lambita dal mare, tanto che le sarà per tutta la vita impossibile liberarsi del teatro e di quel mare, ora lontano. Era sedicenne quando il cinema è arrivato a completare l’opera, mentre pagine su pagine rivelavano indomabili la dipendenza dall’inchiostro. E’ diventata così giornalista passando per il carcere, dove ha riscoperto la ragione del teatro, e per una Laurea in Scienze della Comunicazione e una specializzazione in Discipline dello Spettacolo all’Università La Sapienza. Continua ancora a scrivere di quello che vede e che ama, investita di striscio da un nuovo e amato percorso di autrice televisiva a servizio della verità.

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