In famiglia e nel mondo. Sguardi sulla vita al Festival delle Letterature

Si è tenuta  nella sempre piacevole cornice della Casa delle Letterature di Roma, la conferenza stampa per presentare la serata In famiglia e nel mondo del Festival delle Letterature, che sarà ospitata come sempre, nella Piazza del Campidoglio.
Presenti: l’ideatrice e curatrice del festival nonché direttrice della Casa delle Letterature, Maria Ida Gaeta, il regista Fabrizio Arcuri, e gli autori che domani leggeranno i propri inediti, l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni e il direttore de La Stampa Mario Calabresi. Assenti: lo scrittore statunitense Jonathan Lethem, autore dell’inedito Sette stazioni del testimone trasferito, e il pianista Danilo Rea, cui è affidata l’anima musicale della serata.

Introduce Maria Ida Gaeta, ringraziando personalmente Calabresi e Veltroni per i loro racconti, particolarmente in linea con il tema generale del festival, pur nella diversità dell’interpretazione della frase di Elias Canetti Ognuno, ma proprio ognuno è il centro del mondo”. C’è poi subito una domanda per Veltroni, a cui si chiede con quale spirito e stato emotivo si possa tornare in Campidoglio sotto un’altra veste. L’autore risponde di aver accettato l’invito della Gaeta perché in un periodo particolare della propria vita. Ricorda poi l’importanza del festival, la cui prima edizione è stata tenuta a battesimo proprio sotto la sua amministrazione capitolina, affermando quanto l’idea di una tale manifestazione facesse parte di “un’idea di città”; è un evento positivo poiché garantisce socialità, dal momento che “quando si sta con altre persone, per una città è sempre una buona notizia”. Anticipa poi lo spunto riflessivo da cui è nato l’inedito (dal titolo Sapere e arrivare. Profondità e movimento), ovvero il concetto secondo cui ognuno è il centro del mondo se questo centro entra poi in relazione con il prossimo, con l’altro.

La domanda da cui è partito Calabresi per il racconto che leggerà domani (Se una foto può guarire il dolore) è invece stata: “Se ognuno è il centro del mondo, cosa mette ognuno al centro del proprio mondo?”. È la storia di un grande fotografo inglese, Don McCullin, scoperta in occasione dell’ultimo lavoro editoriale di Calabresi, A occhi aperti, e tenuta da parte fino a ora. Per il direttore de La Stampa, come per McCullin, centro della vita è stato il dolore, provocato a entrambi dalla morte prematura del padre. Aggiunge Veltroni, anche lui orfano di padre, che “il dolore ha una funzione risarcitoria”, e chi lo prova fin dall’infanzia sviluppa una maggiore sensibilità e un più profondo senso di cura nei confronti degli altri.

E poi, la domanda difficile, quella che necessiterebbe di un festival apposito per trovarvi una risposta: com’ è nato l’amore per i libri e per la scrittura? Calabresi ribadisce il suo essere giornalista e non scrittore, perché “i giornalisti che vogliono fare gli scrittori finiscono sempre male”. La lettura e i libri sono stati per il Calabresi bambino una sorta di rifugio, mentre l’amore per la grammatica e la lingua italiane è stato coltivato anche grazie all’aiuto di una severa ma valida maestra elementare. Il bisogno di scrivere è poi arrivato in un secondo momento: necessità primaria era quella di raccontare. Cita l’esercizio di alleggerimento stilistico di Beppe Fenoglio e il motto della scuola di giornalismo della Columbia “Show, don’t tell” (“Mostra, non dire”). Per Veltroni, invece, si comincia a leggere per curiosità, finendo poi ad approdare “nel tentativo di vivere vite altrui”. Si ha voglia di leggere quando si nutre interesse per gli altri e quando si desidera cambiare se stessi, mentre scrivere è “un atto di generosità”, “un modo per rendere immortale una vita”.

Si conclude parlando degli ultimi lavori degli autori. Nel libro e docu-film Quando c’era Berlinguer, Veltroni ha cercato di lasciare una ricostruzione organica del segretario del PCI, nel tentativo di unire, in particolare nella pellicola, una dimensione ritrattistica razionale a una più squisitamente emotiva. Veltroni sta ora lavorando a un nuovo film, per il quale parte da una serie di interviste a bambini italiani di età compresa tra i nove e i tredici anni su temi quali la vita, la morte, la Storia, in quanto periodo, a detta dell’autore, in cui si ha molto da dire ma poche persone disposte ad ascoltare.

Calabresi, parlando della raccolta di interviste a grandi fotografi A occhi aperti, la descrive come “un’evasione, una fuga”. Per realizzare il libro è partito da domande impegnative: Steve McCurry, Don McCullin, Sebastião Salgado si rendevano conto, nel momento in cui premevano il pulsante dello scatto, di stare fotografando la Storia? Quanta casualità e, all’opposto, quanto metodo ci sono nel portare avanti il loro lavoro? Le interviste sono state un viaggio alla radice tra ciò che c’è in comune tra fotografia e giornalismo: l’idea di esserci e testimoniare. E proprio su questa lezione si chiude la conferenza, con un ricordo doveroso di Domenico Quirico, il giornalista de La Stampa sequestrato lo scorso anno in Siria per cinque mesi. A Calabresi che gli consigliava di ritornare  dopo un ultimo reportage, Quirico avrebbe risposto: “Se vado, devo stare sotto le bombe. È quasi immorale raccontare un bombardamento per sentito dire”. Un bell’insegnamento sul valore della testimonianza: uno degli strumenti, mi permetto di aggiungere, che fa sì che ognuno, ma proprio ognuno, sia il centro del mondo.

 

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo nasce a Roma nel 1991. Laureato (triennale) in Lettere Moderne presso “Sapienza” Università di Roma con una tesi sull’Orlando Furioso, è davvero curioso di conoscere cosa gli riserva il futuro. Non saprebbe immaginare una vita senza libri (e lo scrive con il rischio di sembrare retorico). Tra gli altri suoi interessi: viaggi, corsa, cinema e, in generale, ogni forma di manifestazione artistica. Quella con artapartofcult(ure) è la sua prima esperienza “ufficiale” di scrittura.

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