Letterature Festival. Memorie. Terremoti, oro liquido e farfalle.

Terza serata in Campidoglio per il Festival Letterature. Titolo: Memorie.
Mentre il vento percorre la piazza michelangiolesca tra una colonna e l’altra, la musica di Madya Diebatè e Vittorino Naso accompagna l’entrata sul palco di Lucrezia Lante della Rovere. Legge un brano del primo scrittore a presentare il suo inedito, l’haitiano Dany Laferrière, che poco dopo si presenta in completo bianco, camicia celeste e cravatta variopinta. La profondità roca del suo francese ci riporta a Port-au-Prince, gennaio 2010, capitale di un’isola squassata dal terremoto. Titolo dell’inedito: Sono una macchina da presa. È il resoconto dettagliato di cosa si muove nell’anima di uno scrittore profondamente legato a una terra appena stravolta: all’inizio si tenta di domare l’impulso a scrivere del cataclisma, si cerca di fare un po’ di silenzio dentro e fuori, magari trattando di altro; magari portando avanti proprio quel libro sullo stile, quel libro di consigli per uno scrittore così fortemente voluto sia dal nipote sia dall’editore.
Laferrière parte, si muove tra America ed Europa, allontanandosi dai palazzi crollati e dalle macerie sparse per le strade di una città già di per sé caotica e rumorosa. Il suo lavoro gli permette di farlo: prima in Florida, poi a Bruxelles per una fiera letteraria, poi a Parigi.
E in tutti questi spostamenti le persone lo riconoscono, parlano di lui come di un sopravvissuto alla catastrofe: paradossalmente, il terremoto lo ha reso incredibilmente attraente, e «la morte haitiana rischiara la notte» per la visibilità che regala a chi le è sfuggito. E nonostante il tentativo di aggirarne anche il ricordo, questo preme continuamente sulla pelle del Laferrière uomo, e soprattutto del Laferrière scrittore. Finché, ritrovato il silenzio in una camera d’albergo parigina, l’autore si rende conto che il prontuario sui consigli di stile dovrà aspettare, perché un libro ne nasconde sempre un altro, e questo libro nascondeva quello che non poteva fare a meno di raccontare il terremoto, e di raccontare Haiti, la folla delle sue strade, il rumore e il colore delle sue persone. Laferrière conclude dicendosi felice del proprio essere vivo, di una vita che va festeggiata «per rispetto di coloro che sono morti».

Diebatè e Naso sono di nuovo protagonisti del palco. Il primo picchietta con le dita le corde della kora, uno strumento a metà tra il mandolino e una mezza zucca svuotata.
La musica abbassa il volume mentre dietro il leggio compare la figura elegante di Concita De Gregorio. Il suo inedito Da dove cominciamo? nasce direttamente dall’esperienza del suo ultimo libro, Mi sa che fuori è primavera, uscito da poco per Feltrinelli.
Il pezzo indaga su una delle molteplici funzioni della lettura, della scrittura e, soprattutto, della parola: un potere sanatorio, quasi salvifico; una sorta di colla che ricompone i pezzi di un’anima frantumata dal dolore. La storia è infatti quella di Irina Lucidi: è il 2011 quando le sue due gemelle vengono portate via dal marito. Da allora, mai più ritrovate. De Gregorio accetta di prestare la propria voce di scrittrice per raccontarne il dramma, ma anche il percorso di guarigione portato avanti grazie alla parola. L’importanza nascosta nel chiamare le cose con  il proprio nome, per comprenderle meglio. In questo la scrittura funziona un po’ come il kintsugi, la tecnica giapponese consistente nel riparare vasi rotti incollandone i pezzi con oro liquido. Accettare le proprie ferite ed esibirle rende più forti. E più belli. Quindi: la scrittura (vogliamo dire la letteratura?) che regala la propria voce a chi questa voce non riesce a tirarla fuori, a strutturarla, a ricomporla. Le parole come l’amore: entrambi ci gravitano attorno e vanno colti, approfittando della loro gratuità. «È nelle parole, il segreto», dicono tutto di noi ed è possibile ritrovarcisi, ricavandovi uno spazio che sia contemporaneamente nostro e di tutti e di nessuno. Segue l’elenco delle cose che la rendono felice: un cappello, un anello, una rosa bianca, dormire quando si è stanchi, quel film; e il vestito color malva di quella nonna Clara da cui la separa uno strano elefante rosa, invisibile ai più. Un elefante a cui bisogna sussurrare nell’orecchio, magari raccontandogli una barzelletta per farlo ridere, ma soprattutto per convincerlo ad andare via, accompagnandolo, tenendolo per la zampa. Scrittura e dolore, voce e guarigione, e quell’immagine bellissima dell’oro liquido.

Concita De Gregorio conclude sorridendo e si allontana, lasciando il posto alla musica e a Lucrezia Lante della Rovere, che introduce lo scrittore keniota Binyavanga Wainaina leggendo un estratto del suo libro Un giorno scriverò di questo posto (66thand2nd). L’autore e il suo cappellino bianco con spilla di cristallo salgono sul palco.
Il suo inedito, Wangechi Mutu si chiede come mai le ali delle farfalle lasciano polvere sulle dita, oggi c’è stato un colpo di stato in Kenya, è la storia dell’artista keniota Wangechi Mutu, articolata in più di cento punti di pungente ironia. La crescita di una bambina poi ragazza poi donna va di pari passo con quella del Kenya, che alterna la storia drammatica della dittatura di Moi e del colpo di stato alla moda dei safari, delle foto mozzafiato pubblicate sui vari “Fashional Geographic”. Wangechi si trasferirà prima a Nairobi, capitale del proprio Paese, poi a New York, dove la propria vena artistica diventa il lavoro da cui nascono i dipinti che, proiettati sullo schermo, scandiscono con pause forti e colorate la lettura di Wainaina. Torna in Kenya dopo 17 anni di ricordi e idee. 17 anni in cui lei, come tutti i trapiantati africani, è diventata un archivio pronto a scoppiare di pensieri, immagini, concetti. «Siamo fatti dei nostri archivi. Ognuno di noi è anche Noi Stessi». E così la storia di Wangechi diventa la storia di un continente vessato da ferite nascoste all’Occidente dietro cartoline di luoghi comuni e stereotipi di uomini dalle labbra carnose.

Fine. I protagonisti della serata salgono tutti insieme sul palco per un ultimo saluto (e un ultimo applauso). Diebatè e Naso augurano la buona notte con il loro sound ritmato, verrebbe voglia di ascoltarli ancora per un po’. A inizio evento, Laferrière aveva detto che nessuno può insegnare a scrivere una frase che suoni bene, che la musica e il ritmo sono categorie innate nella sensibilità di uno scrittore. Ecco, percorrendo la scalinata verso Piazza Venezia, risuona come echi di tamburo quell’innatezza ritmica delle parole ascoltate stasera.

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo nasce a Roma nel 1991. Laureato (triennale) in Lettere Moderne presso “Sapienza” Università di Roma con una tesi sull’Orlando Furioso, è davvero curioso di conoscere cosa gli riserva il futuro. Non saprebbe immaginare una vita senza libri (e lo scrive con il rischio di sembrare retorico). Tra gli altri suoi interessi: viaggi, corsa, cinema e, in generale, ogni forma di manifestazione artistica. Quella con artapartofcult(ure) è la sua prima esperienza “ufficiale” di scrittura.

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