Letterature Festival 2018 #3. Quattro autori e il segreto delle parole

La Basilica di Massenzio rinnova la sua magia ospitando il Festival Internazionale delle Letterature, e i quattro autori che si sono succeduti sul palco con i loro racconti inediti hanno rappresentato al meglio questa internazionalità.

Le note struggenti del violino di H.E.R. hanno introdotto, ogni volta, una narrazione alta e impeccabile che, secondo prospettive diverse me ugualmente forti e dirompenti, ha interpretato “le parole” e ciò che si cela dietro esse. Che straordinaria occasione per chi, come me umile scribacchina, si diletta col linguaggio e con le storie.

Glenn Cooper lo conosco bene come scrittore – credo che Dan Brown si sia ispirato a lui – e mi ha colpito trovare in lui tanta ironia. Il suo racconto inedito si intitola Wordplay e immagina un incontro surreale tra Shakespeare e Robert Cecil, l’allora Segretario di Stato della Regina, un ometto basso e bruttino che somigliava a un furetto. Il dialogo tra i due non è altro che un’accusa da parte di Sir Cecil in merito all’utilizzo di parole in codice da parte di Shakespeare, parole che denoterebbero mancanza di lealtà e di fede verso la religione protestante e che in realtà sarebbero messaggi nascosti e pericolosissimi che il poeta trasmette al suo pubblico attraverso le sue opere.

Ora il dibattito è lungo una notte, e si muove tra esempi e prove di Sir Cecil e blandi tentativi di spiegazioni di Shakespeare, ma il succo è uno solo: è tutto vero, il poeta utilizza parole in codice.

“Abbronzato” “Abbronzato?” ripetè Shakespeare. “Cosa significa per voi questa parola?” “Mi pare evidente: reso simile al bronzo. Abbrunato, scurito dal sole.” “La usate in molte vostre opere. E qualcuno sospetta che sia una parola in codice, perché il sole rappresenta il divino, e dunque l’abbronzatura allude alla prossimità a Dio”.

 “Più e più volte attribuite ai vostri personaggi positivi la qualità di alta statura e carnagione chiara, mentre quelli negativi sono bassi e dai capelli scuri”.

 Che nel 1600 Shakespeare potesse aver paura delle conseguenze nel dichiarare apertamente la sua fede cattolica è comprensibile, come sappiamo bene che l’utilizzo della metafora ha spesso nascosto sberleffi e denunce verso i politici corrotti, ma qui Cooper analizza le singole parole e le correda di ragionamenti fondati. Oggi non siamo così “sottili” e raffinati quando ci scagliamo contro chi ci governa, e forse per questo siamo meno efficaci…

Marcello Simoni ci presenta Babel, e qui il racconto diventa emblema della comunicazione contemporanea. Simoni immagina un povero ignorante ai tempi di Dante Alighieri. Il poveretto viene mandato in un monastero di amanuensi e subito viene messo all’opera come miniaturista, perché nonostante la sua mancanza di cultura, egli era un vero artista. Il suo problema era che proprio non capiva nulla né di latino né di greco, figuriamoci tradurre quei testi così importanti!

Decise di fare a modo suo: interpretare e inventare. E fu così che ogni miniatura – piccole opere d’arte senza dubbio – altro non era che parto della sua fantasia, e nulla aveva a che fare con quanto scritto dagli esimi autori.

Omini buffi, animali, tralci di vegetazione, labirinti intricati, ogni dipinto provocava esclamazioni di giubilo e stupore tra gli amanuensi, tanto che il miniaturista cominciò a diventare più audace. Prese a grattare via parole intere – e anche frasi – e a sostituirle con le sue immagini inventate di sana pianta, a volte anche scurrili. E il pensiero del futuro lettore, tutto intento a cercare di decifrare cosa mai avesse voluto dire il grande autore, lo divertiva moltissimo.

Dopo tanto tempo dedicato a questa operazione di sabotaggio cominciò ad annoiarsi e decise che avrebbe scritto lui un libro, in gran segreto; anzi, anche il libro sarebbe stato segreto, un insieme di frasi o stralci di frasi, nascoste nei libri di altri. Ma scrivere davvero era difficile: da dove cominciare? Ego sum illuminatur e cominciò a raccontare chi era, e una furia lo prese che non riuscì più a smettere di scrivere. Per dieci anni non fece altro che scrivere e cancellare frasi dai libri di altri e sostituirle con le sue, e nessuno se ne accorse, tanto che il miniaturista arrivò a chiedersi se mai qualcuno leggesse.

Le parole per immagini, come non vedere in questa narrazione quella che quotidianamente si fa sui social network, utilizzando le immagini per uno storytelling spesso sterile e vuoto, in cui l’immaginazione di chi produce le immagini stesse spesso non collima con quella di chi le riceve. Eppure sono così efficaci, così applaudite dal pubblico che “non legge” il vero significato di ciò che viene rappresentato.

La mezzaluna di questa notte incantata si alza nel cielo di Roma e illumina il palco per Khaled Khalifa. Il suo Come un cieco tastò i muri di Aleppo è un racconto doloroso e duro a volte, che lo emoziona e che ci emoziona tutti. Ascoltiamo in religioso silenzio la sua Aleppo, una città devastata e irriconoscibile nella quale lui non va più da sette anni e della quale non vuol più vedere immagini. Cerca di sovrastare il ricordo di quella realtà dolorosa con immagini di altre città distrutte, di altri dolori…

Un gabbiano si staglia contro il nero della notte e lancia il suo grido. I bambini, i ragazzi di Aleppo, imparavano già sui banchi di scuola a servirsi di un codice segreto per poter vivere, per poter sopravvivere ai delatori, ai servi del regime, alla paura. “Imparare la lingua in codice per riferirci a cose e persone, e per parlare del regime. Ci salvavano dal suicidio soltanto le risate e l’ironia che facevamo su di loro, sul loro odore e sul loro aspetto”. Ogni luogo in Aleppo, dalla Cittadella al Suq, aveva storie da raccontare, storie cariche di sangue, dubbi, delusioni, una vera scuola dove poter apprendere la lingua segreta che la città ha insegnato ai suoi figli nel corso degli anni.

“Ad Aleppo sono state conferite tante medaglie, tanti riconoscimenti, ma alla città non è mai importato nulla di quello che il mondo diceva di lei.” La verità è che nessuno ha mai capito il segreto della vita di Aleppo; non sono mai riusciti a decifrare il mistero della sua lingua, il segreto della vita segreta delle sue donne, il segreto dei suoi uomini.

Questo è ciò che accade quando l’immagine prende il posto della parola e assume il senso della distanza, non ne riusciamo a cogliere il vero significato perché non lo comprendiamo, non siamo in grado di ascoltare le voci che ci parlano da quei muri distrutti. Cambiamo canale, giriamo pagina, sostituiamo immagini con altre immagini. E le parole restano sole.

Ancora un intermezzo musicale, ancora il violino che riempie lo spazio e il tempo. Paul B. Preciado, dove B sta per Beatriz in ricordo della identità di transizione del grande autore e filosofo spagnolo, ci racconta un divertente e ironico “sogno”, Un appartamento su Urano. L’autore immagina di disquisire con un collega artista sulla necessità di investire in immobili su qualche pianeta del sistema solare, ed entrambi convengono che Urano, benché per Preciado resti la prima scelta, sia alquanto dispendioso se non altro in relazione alla enorme distanza dalla Terra. Eppure l’idea di Urano come pianeta sul quale vivere diventa come un virus.

Per i greci, così come per lui nel sogno, Urano era il tetto solido del mondo, il limite della volta celeste, e per questo in molte loro invocazioni rituali era pensato come la dimora degli dei. Nella mitologia Urano è figlio di Gea, la Terra, e lei lo ebbe da sola, senza inseminazione o accoppiamento, in pratica una anticipazione in modalità “fai-da-te” delle tecnologie di riproduzione e trasformazione del corpo. Gea sposò suo figlio Urano e generò un titano, primo di un’intera generazione. Quindi Urano è allo stesso tempo figlio della Terra e padre di tutto il resto…

Non un buon padre se si pensa che aveva l’abitudine di imprigionare i figli nell’utero della madre/moglie o di gettarli nel Tartaro alla nascita. Per questo suo figlio Cronos lo castrò, e dai suoi genitali tagliati nacque Afrodite, dea dell’amore, il che lascerebbe intendere che l’amore procede dalla disconnessione dei genitali dal corpo.

Il termine “uranista” coniato da Ulrichs nella metà dell’800, era riferito a quello che lui allora denominò gli “amori del terzo sesso”. “Ma cosa significa parlare per coloro ai quali è stato negato accesso alla ragione e alla conoscenza, per coloro che sono stati considerati malati? Con che voce possiamo parlare? Ci presteranno la voce il giaguaro e il cyborg? Parlare è inventare la voce dell’incrocio, proiettare la voce in un viaggio interstellare: tradurre la nostra differenza nel linguaggio della norma.”

Il primo a parlare di omosessualità e ad usare questo termine fu Kertbeny, in una lettera a Ulrich nella quale definiva appunto omosessuale quello che il suo amico denominava “uranista”. Per Kertbeny omosessualità ed eterosessualità erano semplicemente due forme naturali di amare.

“Credete davvero di essere omosessuali o eterosessuali? Vi preoccupa questa distinzione? Ci contate? Riponete addirittura su di essa la vostra identità di umani?”

“Non so per cosa sono venuto […] ma sono qui. In questo appartamento di Urano che dà sui giardini di Roma. Rimango ancora un po’. All’incrocio. Perché è l’unico posto che esiste, che lo sappiate o meno. Non esiste nessuna delle due sponde. Stiamo tutti all’incrocio. Urano è l’incrocio.”

 La paura delle parole e del loro significato, l’utilizzo delle stesse in modo appropriato o meno, il peso che le parole hanno quando vengono usate per discriminare o condannare, le immagini che si sostituiscono alle parole per generare confusione, incomprensione, distanza, tutto questo è stato raccontato con la voce, e ha lasciato il segno.

Cetta De Luca

Cetta De Luca

Cetta De Luca, scrittrice, editor e blogger vive a Roma. Ha al suo attivo sei pubblicazioni tra romanzi e raccolte poetiche. Lavora nel campo dell'editing come free lance per la narrativa e collabora alla revisione di pubblicazioni di didattica nell'ambito letterario. Cura un blog personale http://www.cettadeluca.wordpress.com e spesso è ospite dei blog Inoltre e Svolgimento.
Nel poco tempo libero che le rimane tra lavoro e figli si impegna nell'organizzazione di eventi per il mondo letterario e, nello specifico, per gli scrittori.

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